22 agosto 2015

Le vere potenze del nostro tempo: le multinazionali Le multinazionali che si giocano gli stati.


Già all’inizio del XX secolo, due economisti come J.B. e J.M. Clark potevano constatare le gigantesche fusioni che si stavano realizzando nel mondo degli affari, con il risultato di veri e propri “dinosauri”. Nel 1913, un economista e industriale della statura di Walter Rathenau poteva dire che “trecento uomini che si conoscono tutti personalmente dirigono i destini economici dell’Europa e scelgono tra di loro i successori”. La differenza con oggi è che i 300 si sono ridotti, in Europa, a 50... Le concentrazioni hanno riconfigurato il capitale, negli Stati Uniti come in Francia, Regno Unito, Germania, Giappone, fino a creare un vero e proprio “universo concentrazionario”. Basta pensare che in questi paesi risiede il 90% delle 200 prime società del pianeta. Queste 200 società ricoprono praticamente tutte le attività umane, dall’industria all’agricoltura alle banche, fino ai servizi finanziari, leciti o illeciti (distinzione ormai non più così semplice). Un tratto che caratterizza queste grandi società è la loro fusione, in vista di “prede” sempre più grandi. Per farsene un’idea, basta pensare che in un decennio sono state realizzate fusioni per qualcosa come 20.000 miliardi dollari, cioè due volte e mezzo il prodotto interno lordo (PIL) degli Stati Uniti. Emerge chiaramente la prevalenza schiacciante dei colossi americani, che rappresentano il 71,8% del totale mondiale delle capitalizzazioni borsistiche delle prime 50 imprese. È poco corrispondente alla realtà parlare economia di mercato in condizioni simili. In realtà, si può dire piuttosto che “globalizzazione” sia una mitologia per nascondere le dimensioni del potere schiacciante delle multinazionali. È significativo anche che i 200 colossi mondiali siano distribuiti geograficamente negli stessi sei paesi in cui sono distribuiti i 50 primi colossi in termini di capitalizzazione borsistica (USA, Giappone, Germania, Francia, Regno Unito, Svizzera). Un altro dato significativo è che la cifra d’affari dei 200 colossi è superiore al PIL dell’insieme dei paesi che non sono membri dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Un altro fattore problematico è costituito dalle somme gigantesche che “drogano” le borse e che provengono dall’indebitamento (di imprese e stati), sottoposto a una crescita esponenziale annuale del 6,2%: un vero e proprio vulcano che può sfuggire al controllo in ogni momento. Le politiche tenute da questi colossi scherzano tuttavia con il fuoco: il “calo dei costi” e la “creazione di valore” significano, in pratica, la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Questo spiega la rinnovata combattività dei salariati. 

L’egemonia delle multinazionali e i suoi meccanismi

È innegabile, stando a un’analisi attenta dei dati, che le multinazionali esercitano un vero e proprio governo a livello planetario, anche se nessuno ha conferito loro questo mandato. Per farsi un’idea del potere effettivo delle multinazionali: 47 delle 100 economie più importanti del pianeta sono delle multinazionali; il 70% del commercio mondiale dipende da 500 imprese e l’1% delle multinazionali del pianeta possiede circa la metà degli investimenti stranieri diretti. I nuovi regimi di mercato e di libero scambio non fanno che accrescere tale potere per cui le multinazionali e le banche possono spostare a loro piacimento capitali, tecnologie, beni e servizi scavalcando quasi indisturbati le legislazioni e i governi democraticamente eletti. Un enorme potere si è spostato nelle mani delle multinazionali e delle banche, che reggono così, di fatto, le sorti di una parte notevole degli abitanti del pianeta. Spesso, i movimenti che lottano per un cambiamento sociale democratico perdono di vista questo potere “nascosto” dietro le quinte, mirando a fare pressione sui governi per piegarne le politiche, mentre il vero bersaglio sta in questo potere mondiale concentrato nelle mani delle multinazionali. L’élite mondiale degli ambienti d’affari e dei governi s’incontrano regolarmente, in vista di piani comune sulla mondializzazione. La conclusione di nuovi accordi di libero scambio, che rinforzano quelli di Bretton Woods e la creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) hanno permesso a quest’élite mondiale non eletta di possedere importanti strumenti di governo nelle varie regioni del globo senza doverne rendere conto a nessuno. La caratteristica comune alle imprese giapponesi, nord-americane ed europee è di essere diventato a-nazionali, senza identità e legami nazionali. Meglio esse usano le identità nazionali a servizio dei loro interessi: ricorrono infatti a filiali estere, alle joint-venture, ad accordi di licenza e ad alleanze strategiche per potersi presentare con un’identità nazionale o un’altra. Questa strategia consente alle imprese di ottenere vantaggi fiscali, sovvenzioni per la ricerca o una rappresentanza presso un governo, quando si tratta di negoziare i loro progetti di commercializzazione. In questo modo gli stati nazionali vengono piegati ai loro interessi.

L’alleanza stato-impresa.

Nella maggior parte dei paesi industrializzati, consigli formati da quadri dirigenti delle ditte e delle banche hanno provveduto a contrarre nuove alleanze con lo stato: così ha fatto per esempio laBusiness Roundtable negli Stati Uniti, comprendente i direttori delle più importanti imprese (stabilite dalla lista presentata daFortune), banche commerciali, compagnie d’assicurazioni, catene di distribuzione, compagnie di trasporto e imprese di servizi pubblici della nazione. Attraverso campagne di lobbying e di pubblicità ben orchestrate, forti di una rete di istituti di ricerca e di ditte di pubbliche relazioni, queste coalizioni affaristiche avanzano proposte politiche e organizzano gruppi di cittadini per lanciare delle campagne allo scopo di influenzare i governi e le loro politiche. Il risultato ottenuto è in pratica di aver smontato un certo numero di poteri e di strumenti di governo nazionali. Effettivamente, scopo nemmeno troppo velato degli accordi di libero scambio (come il GATT e l’ALENA) è quello di permettere alle multinazionali di agire senza i freni posti dalle legislazioni e dalle costituzioni nazionali, come d’altronde era stato esplicitamente dichiarato dalla negoziatrice principale, Carla Hills. Le clausole di questi accordi garantiscono agli investitori stranieri gli stessi diritti e le stesse libertà garantite alle imprese locali. Di fatto viene assicurata così l’abrogazione di varie regolamentazioni degli stati nazionali, soprattutto per quanto riguarda le condizioni poste agli investimenti stranieri, le quote d’esportazione, il ricorso ai fornitori nazionali, le obbligazioni in materia d’impiego. Così con questa nuova forma di protezione costituzionale, i diritti delle multinazionali finiscono per avere la precedenza su quelli dei cittadini di quello stato, senza contare che in caso di conflitto l’autorità legislativa di GATT e ALENA ha la priorità sulla legislazione degli stati firmatari. Essenziale poi al potere delle grandi imprese è la creazione di una cultura mondializzata del consumatore: non per niente le multinazionali spendono attualmente in pubblicità più della metà di quanto tutti i paesi del mondo spendono per l’istruzione pubblica. Si va così verso una monocultura mondiale imposta dall’alto, che rischia di esercitare sempre più una sorta di dominio sociale su comportamenti e attese delle persone di tutto il mondo. È grazie alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale che i gestori delle multinazionali hanno potuto mantenere nazioni e popoli sotto la loro dipendenza. La Banca e il Fondo hanno spesso un legame diretto con il settore finanziario e spesso i prestiti vengono negoziati segretamente tra i loro funzionari e quelli del governo. Di fatto, secondo un osservatore, la Banca e il Fondo devono essere considerati come “istituzioni di governo che esercitano il loro potere grazie alla loro forza di leva finanziaria per legiferare attraverso interi regimi giuridici e persino modificare la struttura costituzionale degli stati che fanno dei prestiti”. A partire poi dagli anni ’80, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, rinegoziando il debito dei paesi in via di sviluppo, li hanno costretti in cambio ad applicare i cosiddetti piani d’aggiustamento strutturale (PAS), con i quali vengono imposti cambiamenti economici e sociali radicali volti a canalizzare le risorse e la produttività del paese verso il rimborso del debito e ad acuire la concorrenza transnazionale. Tra le varie misure imposte dal PAS: la privatizzazione, la svalutazione della moneta nazionale, la riduzione delle spese sociali, l’alleggerimento della fiscalità delle imprese, l’aumento dell’esportazione delle risorse naturali e dei prodotti agricoli, la soppressione delle restrizioni imposte agli investimenti stranieri e il rapido aumento della dipendenza del paese nei confronti delle importazioni di beni e servizi. Così i PAS sono diventati sostanzialmente strumenti della ricolonizzazione dei paesi del sud nell’interesse delle multinazionali e delle banche. La nuova Organizzazione mondiale del commercio (OMS) è concepita di fatto come una funzione di governo mondiale a servizio delle multinazionali: dotata di potere legislativo e giudiziario e con il mandato di eliminare gli ostacoli alla concorrenza e all’investimento internazionali. L’OMC, un gruppo di rappresentanti commerciali non eletti da nessuno, ricopre, di fatto, il ruolo di parlamento mondiale, con il potere di annullare le decisioni di politica economica e sociale degli stati nazionali. Va da sé che all’interno dell’OMC giocano un ruolo di primo piano le più grandi multinazionali, attraverso il trucco di stretti legami con i rappresentanti dei paesi partecipanti. Per gli Stati Uniti, ad esempio, siedono nel comitato consultivo in materia politica e di negoziazione commerciale giganti come la IBM, Boeing, Eastman Kodak, Amoco, Hewlett-Packard, General Motors, per fare solo alcuni nomi.


Un’egemonia dalle molte sfaccettature

Vediamo ora come multinazionali e banche hanno di fatto usurpato i sistemi planetari.

- Finanze mondiali. Se in passato le autorità nazionali erano deputate a stabilizzare i mercati finanziari attraverso una regolamentazione bancaria, oggi si assiste a una deregolamentazione finanziaria e a una fusione tra banche commerciali e d’investimento. Di più, le multinazionali ormai emettono titoli in proprio. Grazie alle tecnologie dell’informazione più moderne, sono possibili transazioni internazionali di somme enormi a una velocità e una frequenza che rendono difficile risalirne all’origine e tanto più regolamentarne il movimento. Ma questo mercato finanziario deregolamentato è talmente fragile che basta una crisi in un paese per sconvolgere i mercati finanziari di altri paesi prima ancora che le autorità nazionali possano intervenire. Questa situazione rende necessarie misure di regolamentazione del tutto nuove, se si vuole evitare che le politiche fiscali degli stati siano non solo dettate ma minacciate dalla volatilità del mercato finanziario mondiale.

- La produzione industriale mondializzata. Con il subappalto delle operazioni di produzione e di rifornimento di interi settori industriali all’estero, a imprenditori indipendenti, nasce la “fabbrica planetaria” e una divisione del lavoro completamente nuova. Grazie alla mondializzazione delle reti di produzione, le ditte industriali multinazionali sono in grado di trasferire velocemente le loro attività intorno al mondo, in cerca di occasioni d’investimento più vantaggiose e di manodopera a basso costo e non organizzata in sindacati. Questa mondializzazione d’altra parte comporta una riduzione massiccia dei posti di lavoro nelle industrie dei paesi più ricchi, per cui i lavoratori del mondo, sfruttati come riserva di manodopera, finiscono per essere considerati da quelli del nord una concorrenza sleale. Tale concorrenza finisce in ultimo per abbassare i salari in tutto il mondo verso una specie di minimo comun denominatore salariale.

- La distribuzione mondializzata. Il pianeta è diventato una specie di supermercato: la produzione agricola ha subito trasformazioni ovunque e al contempo è stata ridotta la capacità di ogni nazione di soddisfare i bisogni essenziali della propria popolazione. Molti paesi poveri del sud sono stati costretti a cedere preziose terre agricole alle multinazionali dell’agroalimentare e a convertirsi alle culture di riporto, mentre devono importare ciò che serve alla nutrizione della loro popolazione. Se lo slogan è “esportare o perire”, la realtà è “esportare e perire”. Nuove minacce, come si sa, vengono dall’adozione di metodi di produzione biotecnologica, che non solo minacciano le colture tradizionali, ma anche la qualità e l’innocuità dei prodotto alimentari in generale. Anche in questo campo si spendono somme da capogiro per la pubblicità, con l’intento di trasformare il mondo in una specie di paradiso del consumatore, un mercato basato sul consumo di massa: si arriva così a una massificazione anche di tipo alimentare, che ignora usanze e gusti locali per vendere dappertutto allo stesso modo prodotti uguali (esempi: McDonald’s, Nestlé, Kellogg, Pepsico).

- La presa di possesso delle risorse. Grandi multinazionali come Exxon, Mitusbishi, Texas Gulf, Shell e tante altre del settore energetico, minerario, forestale e idroelettrico hanno esteso il loro campo d’azione a tutto il mondo, con grave minaccia per l’ambiente (riversamenti accidentali di petrolio, deforestazione, distruzione di fauna e flora). L’unico elemento nuovo di questo fenomeno vecchio è la deregolamentazione anche nei confronti della protezione ambientale. I codici di ALENA e GATT sono concepiti per accelerare lo sfruttamento e l’esportazione delle risorse naturali. Inoltre, per le imposizioni del FMI, i paesi poveri la cui economia si fonda su tali risorse sono costretti ad aprire le porte alle multinazionali del settore. Si contribuisce così ad accelerare l’esaurimento delle risorse oltre che ad intensificare la domanda mondiale di acqua dolce. Senza contare i danni ingenti per l’ambiente dovuti a deforestazione e allo scarico di residui tossici.

- La salute e l’educazione. Le multinazionali stanno facendo mano bassa anche dei servizi di base (cure mediche ed educazione) di cui nella maggior parte dei paesi si era fatto carico lo stato. Nasce così un sistema sanitario dominato dai grandi gruppi. È il caso degli Stati Uniti, dove grandi compagnie farmaceutiche (come Eli Lily) si sono fuse con quelle assicurative (come PCS) per assorbire ospedali, farmacie, cliniche private, case di riposo e studi medici. Si può immaginare a che cosa mirino questi colossi a livello mondiale. Qualcosa di simile avviene per il sistema educativo: sempre negli Stati Uniti, ditte come la Coca-Cola, McDonald’s, Burger King e Pepsi partecipano direttamente alla concezione dei programmi, esibendo il loro marchio commerciale e organizzando promozioni pubblicitarie, il cui risultato è di plasmare i giovani in modo uniforme.

- Protezione dei brevetti. Se manca la regolamentazione delle multinazionali, si affermano però i loro diritti monopolistici sull’informazione e sulla tecnologia, protette con il regime della proprietà intellettuale del GATT. In particolare la protezione attraverso i brevetti internazionali si estende anche ai materiali genetici. Le multinazionali esercitano così un controllo completo degli organismi geneticamente manipolati: col risultato di mettere in ginocchio gli agricoltori tradizionali, a cui è stato fatto divieto di farsi le proprie provviste di semi, secondo le abitudini tradizionali.

Il clonaggio culturale. Fornite ora anche di satellite, le fabbriche del divertimento vendono i loro prodotti nel mondo intero. Target di questa industria planetaria sono i due quinti dei giovani del mondo al di sotto dei 20 anni. Un esempio significativo di questa tendenza è lo sfondamento di MTV negli anni ’80, che già nel 1993 raggiungeva ben 210.000.000 di case nel mondo. Un altro esempio è l’impero della musica rock gestito dal gruppo Bertelsmann. Un’espansione simile fa pensare a una vera e propria forma di imperialismo culturale, che rischia di soffocare le tradizioni musicali locali e di emarginare gli artisti locali. Il risultato è una cultura omogeneizzata che riflette i valori e le priorità dell’occidente.

Nuove basi di un’azione sociale.

La speranza di lotta suggerita da Tony Clarke sta nella formazione di movimenti sociali che rivendichino i diritti sovrani dei cittadini. Non solo i popoli del sud, ma anche le classi medie lavoratrici maggioritarie del nord vivono nell’impressione di aver perso il controllo del loro futuro economico, sociale, ecologico. Si tratta di ristabilire un controllo democratico dei nostri affari.

- Sovranità popolare. Può essere questa la base di un’azione comune. Il XX secolo è stato attraversato dalle lotte per il riconoscimento della democrazia, dei diritti fondamentali dell’uomo, con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomoe varie altre convenzioni internazionali che ne riconoscono i diritti sociali, civili, economici e culturali. Un’altra istanza da recuperare è la responsabilità dei governi nazionalid’intervenire nell’economia di mercato, messa fuori gioco dal sistema economico, fiscale, sociale, culturale, ecologico e politico imposto dalle multinazionali per favorire la concorrenza e l’investimento. Ma con il crescere dell’insicurezza dovuta a questo sistema, si profilano di nuovo all’orizzonte le minacce del nazionalismo e nuove forme di protezionismo (contro l’immigrazione e le importazioni a basso prezzo delle multinazionali). Si rende necessaria una resistenza alla tirannia delle grandi multinazionali e all’ascesa dei nazionalismi di destra. Bisogna riorganizzare lo stato nazionale perché serva aldiritto dei popoli a scegliersi il loro futuro economico, sociale ed ecologico.

- Il manifesto cittadino. Tony Clark propone una piattaforma di programmi comuni. Da segnalare ci sembrano le sue proposte di obbligare le multinazionali a soddisfare certe condizioni economiche, sociali, ecologiche, di richiedere ai governi la definizione e la promulgazione di nuove misure regolamentari che permettano l’esercizio di un controllo democratico sulle multinazionali. Inoltre i movimenti sociali dovrebbero avere la capacità di impegnarsi in forme d’azione necessaria per garantire che i diritti fondamentali delle persone siano rispettati e il controllo democratico delle multinazionali sia mantenuto. 

Dati e analisi di questa pagina si rifanno all’articolo di Tony Clarke, L’hégémonie des transnationales et ses mécanismes che si trova in M. Borghi – P. Meyer-Bisch (a cura di), Éthique économique de droits de l’homme. La responsabilité commune, Éditions universitaires, Fribourg 1997, pp. 133-147
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