22 luglio 2015

"Uscire dall'euro non basta. La moneta è solo un tassello della governance economica imposta dal capitale agli Stati"

Uscire dall'euro non basta. La moneta è solo un tassello della governance economica imposta dal capitale agli Stati

Intervista dell'AD a Lidia Undiemi: "La nuova Banca dei Brics è un opportunità e i movimenti di opposizione siano pronti a questa grande sfida: il capitale internazionale non ha radici, si insedia dove può".

Alla luce del trattamento umiliante riservato dal regime di Francoforte, Berlino e Bruxelles al governo democraticamente eletto in Grecia, l'AntiDiplomatico ha intervistato Lidia Undiemi, studiosa di diritto ed economia ed autrice de "Il ricatto dei mercati", che ci ha aiutato a comprendere quali scenari attendersi per il futuro. Con l’umiliazione volutamente imposta a Tsipras un dato è ormai certo: il progetto della zona euro e dell’Unione Europea è di fatto finito: da oggi in poi si parlerà di smembramento e non di integrazione.

Finito, allo stesso tempo, anche l’ipocrisia di chi sostiene di voler modificare l’Europa restando nell’euro: il terzo Memorandum imposto alla Grecia dimostra senza possibilità di smentita alcuna che austerità ed euro siano due facce della stessa medaglia. Il sogno europeo è oggi quello di trovare una via per il ripristino delle libertà, dei diritti e delle Costituzioni dei singoli paesi che sia il più indolore possibile. E su questo l'exit dall'euro è solo un primo, significativo, passo. “Sinceramente credo che la questione vada affrontata valutando la governance economica nel suo complesso e non soltanto l'uscita dall'euro. Negli ultimi anni sono stati realizzati diversi trattati internazionali che attribuiscono al capitale e agli stati più forti un potere politico di cui la moneta rappresenta un tassello. Certamente occorre mobilitarsi per uscire al più presto da questo sistema di governo, ma non sarà facile”. Occorre un piano B che debba partire con un'azione che sia il più condivisa possibile tra i paesi dell'Europa del sud.

- Domani il Parlamento greco ratificherà la seconda tranche di riforme imposte per i nuovi aiuti. Che fase inizia per la zona euro con il terzo Memorandum?

Più che iniziare una fase nuova prosegue quella “dura” della Troika che trae forza dalle difficoltà finanziarie di un paese che è costretto ad accettare le sue imposizioni.

- L'ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha definito il nuovo Memorandum un nuovo trattato di Versailles - trattato che come sappiamo ha significato l'ascesa del nazismo ed un nuovo suicidio dell'Europa pochi anni dopo la conflagrazione del primo conflitto mondiale. Cosa rischiamo in questa fase?

Rischiamo che si consolidi un sistema di governo sovranazionale che antepone logiche puramente finanziare al benessere dei popoli europei e alle democrazie dei singoli paesi.

- L'umiliazione della democrazia da parte della Troika contro la Grecia ha comunque segnato un punto di non ritorno per quel che riguarda il progetto della zona euro e dell'Unione Europea. Da adesso in poi non si parlerà più di integrazione ma di smembramento ed è finita per sempre l'ipocrisia di chi non giudicava austerità ed euro come due facce della stessa medaglia. Non crede che lo scenario migliore a questo punto non sia l'uscita dalla Grecia come continua a ripetere il ministro delle finanze tedesco, ma uno smembramento che parta dalla Germania con i paesi dell'Europa del sud che possono mantenere nella prima fase la moneta unica? 

Come sostengo da molto tempo, lo smembramento è palesemente in atto dal 2012 quando sono andati a regime i nuovi trattati internazionali extra UE – Fiscal Compact e MES (Troika) – mediante cui è stata avviata una nuova governance europea, quella della crisi, che ha riscritto le regole comuni attribuendo al capitale un potere politico spropositato indebolendo al contempo quello degli Stati. Tutto questo con la collaborazione del FMI.

- Una Gerexit, in altre parole, sarebbe la soluzione più indolore per tornare a diritti e Costituzioni?

Sinceramente credo che la questione vada affrontata valutando la governance economica nel suo complesso e non soltanto l'uscita dall'euro. Negli ultimi anni sono stati realizzati diversi trattati internazionali che attribuiscono al capitale e agli stati più forti un potere politico di cui la moneta rappresenta un tassello. Certamente occorre mobilitarsi per uscire al più presto da questo sistema di governo, ma non sarà facile.

- Il caso Syriza dimostra anche che rompere le catene della Troika oggi è molto complesso per un paese singolo. Crede che la nuova banca di sviluppo dei Brics e, in generale, la nuova architettura finanziaria formalizzata nell'ultimo vertice di Ufa in alternativa all'egemonia del dollaro possa offrire una sponda importante da questo punto di vista?
Ho spesso utilizzato il caso “Cipro” per spiegare come i mercati, la Troika, riescono a piegare un governo con il pretesto dell'emergenza finanziaria. Ricordiamoci che a Cipro la richiesta di prelievo forzoso era stata respinta dal Parlamento, poi costretto a cedere dietro le pressioni della BCE e dei mercati. Il modus operandi adottato in Grecia è lo stesso. Domani a chi toccherà?

La nuova Banca dei BRICS rappresenta un'alternativa, ma è ancora troppo presto per poterne valutare gli effetti. Di certo nell'accordo di Fortaleza, dove viene sancita la volontà di percorrere questa strada, si intravede la possibilità di invertire rotta, di potere ritornare ad una comunità internazionale rispettosa degli Stati e delle loro Costituzioni.

- In questa fase, inoltre, non crede giunto il momento per i paesi dell'Europa del sud, in particolare quei partiti e movimenti non delegittimati da anni di potere e di commistioni con le logiche corporativo-finanziarie che dominano le scelte dell'Europa oggi, di iniziare a pensare ad una nuova organizzazione solidale che sappia dialogare con i Brics e che offra uno strumento realmente in grado di rompere con il neo-liberismo dell'UE e di gestire in modo appropriato quando avverrà la dissoluzione della zona euro?

Certo che è giunto il momento, però non mi illudo che i BRICS rappresentino certamente un sistema di governance diversa, mi concedo il beneficio del dubbio, tenendo conto del fatto che stanno dimostrando di volersi opporre a questo stato di cose. Quello che voglio dire è che non bisogna abbassare la guardia. E' con questo spirito che i movimenti politici di opposizione dovrebbero affrontare questa grande sfida. Il capitale internazionale non ha radici, si insedia dove può.

- Nella nuova lotta di classe tra lavoro nazionale e capitale finanziario internazionale, che lei ha recentemente descritto ne “Il Ricatto dei mercati”, che strumenti sono rimasti in mano alla politica anche alla luce del trattamento riservato al governo democraticamente eletto in Grecia?

La guerra tra stati e mercati che stiamo vivendo oggi cela un aspro conflitto fra capitale e lavoro di portata internazionale. Non è un caso che una delle priorità della governance politica è l'abbattimento dei diritti dei lavoratori. La democrazia presuppone il ripristino di un certo equilibrio di forze fra capitale e lavoro, così come avvenuto nel secondo dopoguerra. Occorrono leggi a tutela dei lavoratori, dello stato sociale e di una economia democraticamente sostenibile. L'esatto opposto di quello che il governo Renzi sta portando avanti con le sue "riforme" del mondo del lavoro.
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