18 luglio 2015

Trecentosessantacinque giorni fa l’occidente si accorse che esisteva un’altra guerra. Non una di quelle lontane... di Eugenio Cipolla Trecentosessantacinque giorni fa l’occidente si accorse che esisteva un’altra guerra. Non una di quelle lontane un continente e migliaia di chilometri, ma una vicina, appena ai confini di quell’Europa premiata con il nobel per la Pace. Era la guerra in Ucraina, scoppiata qualche mese prima come risposta alle proteste di Maidan, che portarono alla caduta del regime di Yanoukovych e alla prese di potere da parte dell’estabilishment filo-europeo e filo-americano. Il 17 luglio di un anno fa sopra Hrabovo, un piccolo villaggio al confine tra gli oblast di Donetsk e Luhansk, ottanta chilometri a est dell’ex capitale industriale ucraina, il Boeing malese MH17, partito qualche ora prima da Amsterdam, fu abbattuto in circostanze tutt’oggi misteriose. Nel corso di questi mesi in tanti si sono precitati a giudicare la vicenda, emettendo, senza alcun elemento valido, sentenze e contro-sentenze. E’ stata colpa dei separatisti armati da Mosca, dicono alcuni, è stato colpa di Kiev che aveva scambiato quel velivolo per l’aereo presidenziale di Vladimir Putin, sostengono altri. Non rendendosi conto, forse, che le guerre, da qualsiasi punto di vista le si guardi, non producono mai eroi, ma solo macellai. L’unica verità sull’abbattimento di questo aereo, che causò la morte di 298 persone, 283 passeggeri e 15 membri dell’equipaggio, è che la verità su chi è stato veramente non si saprà mai. Sono troppi gli interessi in ballo in questa storia, troppa la propaganda che è stata vomitata da entrambi le parti, in barba al vero giornalismo, in barba a centinaia di vittime innocenti. Un anno dopo quell’incidente rimane poco e nulla. I riflettori dei media occidentali si sono spenti una settimana dopo lo schianto e la guerra in Ucraina è tornata nel dimenticatoio, rendendo vano il sacrificio delle 298 vittime. E da domani, quando i media capiranno che nemmeno il ricordo dell’anniversario serviva a far notizia, tornerà tutto come prima. Intanto stamattina Ria Novosti ha pubblicato cinque domande rimaste senza risposta sull’abbattimento del boeing. Proviamo a rilanciarle, non certo per devozione putiniana o per difendere la parte “sbagliata” agli occhi dell’occidente . E’ più una sorta di giustizia/vendetta verso quei media che hanno già emesso la loro sentenza di colpevolezza nei confronti dei filorussi, pubblicando faziosamente tutti elementi riguardanti una parte e ignorando volutamente quelli riguardanti l’altra. Sono cinque domande interessanti nel merito, a prescindere dal fatto che le proponga un’agenzia di stampa chiaramente influenzata dal Cremlino. Se tutti giudicassero obiettivamente gli elementi a carico di entrambe le parti, la verità potrebbe non essere poi così lontana. Perché il Boeing ha deviato la rotta? Il boeing stava seguendo il percorso stabilito, ma all’improvviso a deviato la rotto verso nord, dove le ostilità erano più intense. Subito dopo l’aereo ha provato a rientrare nella rotta stabilita, ma l’equipaggio non ha fatto in tempo a effettuare la manovra che l’aereo è stato abbattuto. Qual è stato il motivo di questa deviazione? Un errore dell’equipaggio o l’esecuzione di comando del flight dispatcher? Il mistero potrebbe essere svelato dai registratori di volo, ma i dettagli non sono ancora stati resi pubblici. Perché non vengono pubblicati tutti i documenti sulle indagini? Le indagini proseguono da oltre un anno in un clima di assoluta segretezza. Nel mese di aprile, su input del ministero della Giustizia olandese sono stati pubblicati 569 documenti relativi alle indagini sull’abbattimento del Boeing. Non sono stati ancora declassificati 147 documenti. Perché l’Ucraina non ha diffuso i dati sulle attività della sua aviazione quel giorno? Un anno dopo l'incidente questa informazione non è mai stato resa pubblico da Kiev. Tempo fa, il Ministero della Difesa russo ha pubblicato i dati relativi al monitoraggio della situazione nella regione di Donetsk prima dello schianto, dove viene indicato che quel giorno diversi aerei militari ucraini, presumibilmente SU-25, si erano alzati in volo a pochi chilometri nel punto in cui è stato abbattuto il Boeing. Perché l'intelligence americana non ha pubblicato le prove contro i filorussi? Pochi giorni dopo il disastro gli Stati Uniti dissero di essere certi della colpevolezza dei separatisti filorussi, adducendo a prove fotografiche scattate dai proprio satelliti, promettendo di pubblicarle presto. Ma la promessa di rendere pubbliche queste prove, ad oggi, non è stata mantenuta. Perché la versione degli investigatori olandesi non è supportata da testimonianze? La versione che il Boeing è stato buttato giù da missili Buk (di fabbricazione sovietica) può essere facilmente sostenuta o confutata da testimoni. Questo perché il sistema missilistico Buk non solo è accompagnato da un forte rumore, ma gli effetti visivi successivi sono piuttosto eloquenti: fumo e polvere si alzano nello stesso istante, creando una sorta di nuvola che avvolge tutta la zona. Come è possibile che ciò sia passato inosservato a occhi umani?

L’arsenale nucleare israeliano: la reale minaccia per il Medio Oriente

Perché nessuno parla mai delle 200-400 testate nucleari in mano a Benyamin Netanyahu e delle due centrali proibite?


Una delle ragioni per cui il primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, teme tanto l’accordo nucleare con l’Iran è che l’attenzione del mondo si sposti inevitabilmente sul programma nucleare militare d’Israele, uno Stato che secondo gli esperti possiede tra le 200 e le 400 testate nucleari. 

Il grosso arsenale del regime israeliano può rappresentare una grave minaccia per la regione mediorientalee per il mondo intero. Occorre ricordare che il regime israeliano, a differenza di quello iraniano, periodicamente aggredisce i suoi vicini, sganciando bombe a grappolo, al fosforo e altre armi proibite per massacrare le popolazioni civili.

Alcuni esperti israeliani hanno lanciato l’allarme su tale arsenale, compreso lo scienziato Mordechai Vanunu, ancora in prigione per aver svelato l’esistenza del nucleare israeliano e il suo programma; e il prof. Uzi Evan, ex responsabile del centro di ricerca nucleare di Dimona, nel deserto del Negev, il quale ha manifestato il suo potenziale pericolo.
Nel 2003, il generale israeliano,Van Creveld, si vantò della capacità d’Israele di raggiungere la maggior parte delle capitali europee con le sue armi nucleari.

Israele possiede almeno due centrali nucleari proibite, quella di Dimona, un regalo del governo socialista francese di Guy Mollet del 1956, e quella del centro di ricerche nucleari di Nahal Sorek, a ovest di Gerusalemme, un regalo questo, del presidente statunitense Eisenhower. La centrale di Dimona fu un compenso per i servigi prestati da Israele al colonialismo francese durante la Guerra d’Indipendenza dell’Algeria, in cui Israele aiutò la Francia a combattere l’FLN algerino grazie alle reti sioniste presenti nel Paese nordafricano.

Vanunu, neutralizzato dal bellicismo israeliano, svelò pubblicamente per la prima volta nel 1986 l’esistenza della centrale nucleare e la sua capacità di fabbricazione di testate nucleare. Questo gli valse il suo sequestro e 18 anni di reclusione. Oltre al suo isolamento e divieto di rilasciare interviste alla stampa. 

Nel 2008, un quotidiano italiano svelò un grosso scandalo: Mahmud Saada, esperto e membro di una commissione internazionale responsabile della protezione in caso di guerre nucleari, informò che “le radiazioni emanate dal reattore israeliano di Dimona e dalle scorie nucleari sepolte in tre depositi sotterranei adiacenti, sono la causa di forme molto rare di tumore agli occhi e al cervello tra i bambini palestinesi del distretto di Daheriyeh, a sud di Al Jalil (Hebron), in Cisgiordania. Non vi erano altre spiegazioni per l’aumento del 60% di questo tipo di cancro.

Due anni prima, alcuni medici palestinesi, con l’appoggio dell’esperto israeliano Michael Shapira, avevano denunciato l’aumento di casi di cancro e di aborti spontanei in cinque villaggi a sud di Hebron.

Nel 2009, un gruppo di lavoratori israeliani di Dimona accusò la direzione del Centro di averli usati come cavie esponendoli all’uranio per fini sperimentali.

Ma nonostante tutti questi crimini, lo Stato d’Israele continua a godere di una totale impunità. Si rifiuta di firmare il Trattato di Non Proliferazione e impedisce le ispezioni dei suoi impianti, senza che gli si vengano applicate sanzioni. L’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA) continua a far finta di niente di fronte ad uno Stato che rappresenta il maggior pericolo nucleare del pianeta. 

(traduzione di Stefania Russo)
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