29 luglio 2015

SCUOLE RELIGIOSE TRAVOLTE DALL’ICI

SCUOLE RELIGIOSE TRAVOLTE DALL’ICI
La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno: la Corte di Cassazione ha riconosciuto la legittimità della richiesta dell’Ici avanzata nel 2010 dal Comune di Livorno agli istituti scolastici del territorio gestiti da enti religiosi. Questo genere di pronunciamento da parte della Suprema Corte di Cassazione è il primo in Italia. E rappresenta unoschiaffo alla libertà di istruzione. Gravare sui bilanci degli Istituti non potrà che ripercuotersi sulle rette, nel migliore dei casi aumentando il divario tra chi si può permettere un certo tipo di offerta scolastica e chi invece sarà costretto a “scegliere” la scuola pubblica, nel peggiore rendendo insostenibile la stessa sopravvivenza delle scuole.

Una sentenza che potrebbe coinvolgere circa un milione di studenti in oltre 13 mila scuole in tutta Italia; tra queste sono cattoliche il 63%. Sono soprattutto i più piccoli a frequentare una scuola non statale: sono infatti quasi 10 mila gli asili, il 71% della complessiva galassia delle paritarie. E se fino alla scuola media gli istituti cattolici sono la maggioranza, alle superiori la percentuale si ribalta e prevalgono le scuole di matrice laica.

Sono i numeri di quella fetta del panorama scolastico italiano che usufruisce dei contributi pubblici, ma in gran parte sulle rette pagate dalle stesse famiglie degli studenti. E sono questi istituti che potrebbero essere toccati dalla sentenza.

Oltre alle scuole paritarie, in Italia ci sono anche gli istituti privati che non hanno questo riconoscimento e che dunque non possono rilasciare attestati o diplomi validi. L’unica via per gli alunni che frequentano queste scuole è quella di presentarsi agli esami pubblici da ‘privatisti’. La scuola paritaria invece è inserita a tutti gli effetti nel sistema nazionale di istruzione e garantisce l’equiparazione dei diritti e dei doveri degli studenti, le medesime modalità di svolgimento degli esami di Stato, l’assolvimento dell’obbligo di istruzione, l’abilitazione a rilasciare titoli di studio aventi valore legale. In altri termini le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico.


Le scuole paritarie attive nel territorio nazionale nell’anno scolastico 2013/2014 erano 13.625, il 71,8% dell’infanzia, l’11% della primaria, il 5% della secondaria di primo grado, il 12,3% della secondaria di secondo grado.

“Sono sentenze che lasciano interdetti, perché costringeranno le scuole paritarie a chiudere”, afferma don Francesco Macrì, presidente della Fidae (Federazione Istituti di attività educative), reagisce su Radio. “Sono scuole che hanno già dei bilanci profondamente in rosso, che allo Stato costano quasi nulla, pur garantendo un servizio alla Nazione equiparabile a quello statale. Quindi, di fronte a queste sentenze, si rimane senza parole”. “In Italia, cioè – prosegue il presidente della Fidae -, noi ci troviamo nella condizione che le istituzioni non riconoscono il servizio nella direzione del bene comune, svolto da queste scuole. A differenza di quanto capita in Europa, dove le scuole paritarie vengono sostenute in tutti i modi – sotto il profilo legislativo, sotto il profilo economico, sotto il profilo fiscale – in Italia, in tutte queste direzioni, vengono continuamente penalizzate, quindi costrette a sparire. E sparendo, sparisce una dimensione importante della struttura organizzativa, educativa della Nazione”.

Queste scuole finora sono sopravvissute perché sostenute dai religiosi – preti o suore – che lavorano a titolo completamente gratuito”. “Certamente le famiglie pagano qualcosa – aggiunge il presidente della Fidae -. Quindi c’è un passaggio di denaro dalla famiglia verso queste istituzioni scolastiche. E’ un’istituzione scolastica, però, che pur essendo gestita da un privato, svolge una funzione pubblica nell’interesse pubblico. E’ un concetto che in Italia fa fatica ad entrare nella testa di chi governa le istituzioni. La legge 62 del 2000 ha riconosciuto in maniera aperta ed inequivocabile questa funzione pubblica della scuola paritaria. Quindi equipararla a una qualsiasi attività commerciale – conclude – è veramente fuori di senso, va al di là della legge”.

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