10 luglio 2015

Pedofilia, l’orrore viaggia in Rete

Pedofilia, l’orrore viaggia in Rete
Come è possibile tacere? Di fronte a 1.430 bambini da 0 a 12 anni abusati, torturati, legati, imbavagliati, mentre cineoperatori e fotografi li riprendono e poi ne danno in pasto le immagini ai pedofili sulla Rete, come si continua a tacere? L’ultima scoperta agghiacciante, subito denunciata alla Polizia postale di Catania, riguarda un mega archivio telematico, con più di seimila file tra video e foto, individuato ieri dai volontari di Meter, l’associazione di don Fortunato Di Noto che da 25 anni combatte gli abusi sui minori. «Ciò che colpisce è l’enorme organizzazione che evidentemente c’è dietro – commenta il sacerdote siciliano –: hanno sistemato questa mole di materiale in cartelle virtuali, ognuna con un titolo, ‘bambini 0-2 anni’, ‘maschietti con papà’, ‘neonati in spiaggia’… Non trovo più parole nuove per far capire a chi ha responsabilità che cosa sta accadendo nell’indifferenza generale, non so più come definire questo abominio. Perché di fronte a tanto, nessuno si muove? Noi ci siamo messi lì per ore e li abbiamo contati uno per uno quei bambini, millequattrocento e trenta».

Veri e propri set fotografici filmano le violenze e gli abusi, il che concretamente significa che c’è chi mette a disposizione
attrezzature e macchinari professionali per riprodurre e mettere in Rete le immagini a beneficio dei pedofili che navigano. «Oggi le nuove tecnologie offrono ogni mezzo – spiega don Di Noto –, se prima il materiali te lo dovevi caricare su una pennetta, adesso esistono gli archivi telematici, le cosiddette ‘nuvole’ in cui puoi caricare, avere sempre a disposizione e condividere tutto ciò che vuoi».
Ma quel che preoccupa è che, accanto a questi veri e propri produttori di orrore, c’è anche un business «vertiginoso e proficuo» che sfrutta l’innocenza dell’affetto familiare: «Tra le cartelle scoperte nell’archivio dei pedopornografi ce ne sono alcune apparentemente innocue, perché mostrano foto e video di bimbi nudi in spiaggia, o ripresi mentre in casa i genitori cambiano il pannolino e li lavano – denuncia Meter –, ma in realtà sono stati rubati sui social, dove erano stati postati magari
perché i nonni lontani li vedessero… ». Insomma, immagini innocenti e affettuose, usate dai criminali per scatenare nella mente malata dei pedofili un effetto eccitante: «Ciò che nelle persone normali induce solo tenerezza, al pedofilo piace per ben altri motivi ». Di qui l’appello di Meter ai genitori perché vigilino in spiaggia e non postino in generale le foto dei loro neonati nudi durante il bagnetto. Ma soprattutto alle istituzioni perché si intensifichino gli sforzi per colpire i pedofili nella Rete e nella vita reale.

Come diceva Martin Luther King, sconvolge più il silenzio dei buoni che la malvagità dei cattivi. «Io non capisco – si arrovella Di Noto –, quando vedi quei bambini seviziati, quando senti i lamenti dei neonati mentre li stuprano, non si dovrebbe sollevare il mondo? Non dovrebbero scandalizzarsi tutti e chiedere, pretendere che tutto questo abbia fine? Non dovrebbero scendere in piazza folle di gente? Che condanne dovrebbero ricevere questi criminali?». In attesa di risposte i volontari di Meter, forse con un secchiello, ma cercano di svuotare il mare e per 24 ore al giorno seguono nella Rete il flusso dei pedofili, le loro chat, i forum. Monitorano quelle che chiamano «le favelas tecnologiche» e immancabilmente denunciano. La Polizia postale verifica il materiale, apre un fascicolo, cerca se ci sono italiani tra chi ha scaricato e scambiato materiale pedopornografico, segnala la cosa alle polizie internazionali nella speranza che collaborino. Ma Internet è un mare vero, senza frontiere, e difficilmente lo si contiene. «Eppure una chat può durare anche solo un’ora – assicura il sacerdote – ma noi sappiamo dove andare a cercare e in quell’ora quante cose si possono
scoprire…».

Fonte: Avvenire
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