01 luglio 2015

Nozze gay: dall’Irlanda all’Austria, dal tripudio al silenzio

Nozze gay: dall’Irlanda all’Austria, dal tripudio al silenzio
VE LA RICORDATE LA CATTOLICA IRLANDA CHE “CIVILMENTE” HA DETTO SÌ ALLE NOZZE GAY? ECCO, POI C’È L’AUSTRIA CHE INVECE QUEL TIPO DI MATRIMONI NON LI VUOLE, MA NESSUNO NE PARLA.

Se non è una campagna mediatica questa, davvero poco ci manca. Da un lato il referendum irlandese che ha accettato con il 62,1% dei voti le nozze gay è stato rilanciato su ogni testata italiana ed europea.“Esempio di civiltà”, “modello da seguire” più o meno erano questi i refrain che lo scorso 23 maggio commentavano l’esito della consultazione nella “cattolica Irlanda”, ma che di essere cattolica ha smesso da un pezzo, sposando una deriva laicista. Nello stesso Paese, tra l’altro, i vertici ecclesiastici sono stati al centro del grave scandalo di pedofilia, contribuendo ad allontanare i fedeli dalla chiesa cattolica.

Poi, dopo qualche settimana – precisamente lo scorso 18 giugno – in Austria si è discusso sulla proposta legislativa che avrebbe concesso alle coppie gay e lesbiche “il diritto umano egualitario”. La decisione è spettata all’Assemblea nazionale austriaca, organo legislativo chiamato ad esprimersi. Risultato: su 136 votanti, 110 hanno detto di no, mentre solo in 26 hanno votato a favore. A decretare questo risultato, tra l’altro, è stata una maggioranza trasversale che ha visto il parere contrario anche dei socialdemocratici, promotori dell’iniziativa legislativa.

Silenzio. Silenzio assoluto in tutta Europa. Velo calato su una decisione, come quella dell’assemblea legislativa austriaca sulle nozze gay che non ha tenuto minimamente in considerazione le direttive contenute nel rapporto del Parlamento Europeo diramato lo scorso marzo con cui si incoraggiavano gli stati membri – pur non potendoli vincolare – «a contribuire ulteriormente alla riflessione sul riconoscimento dei matrimoni omosessuali e delle unioni dello stesso sesso come questione politica, sociale e di diritti umani e civili».

Di certo, come sottolinea la testata Tempi, l’Austria non può essere considerato un Paese “omofobo” dal momento che “la legislazione austriaca, infatti, dal 2010 riconosce ai partner omosessuali il diritto di costituire una partnership registrata; conseguenza di tale riconoscimento, tra l’altro, è stata la decisione della Corte Costituzionale, dell’11 dicembre 2014, che ha rimosso definitivamente il divieto di adozione per i partner omosessuali facenti parte di una partnership registrata”.

Niente da fare: nessun media parla dell’Austria, troppo poco laica per un’Europa, i cui Stati membri sono costretti ad imboccare un cammino che nessuno sa dove potrà portare.

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