24 luglio 2015

L’Iraq sotto l’ombra della “Democrazia Statunitense”

L’Iraq sotto l’ombra della “Democrazia Statunitense”
- di Viktor Mikhin * –

Un comunicato molto interessante ed istruttivo ha richiamato l’attenzione di molti arabisti.

L’ufficio del presidente del Kurdistan iracheno ha emesso una dichiarazione il 24 Giugno informando circa una riunione svoltasi tra il presidente Masud Barzani e l’ambasciatore statunitense a Baghdad, Stuart Jones, il consigliere degli USA ad Erbil, Joseph Pennington, e vari comandanti militari.
Il comunicato ha rivelato che il Pentagono aveva l’intenzione di schierare unità militari degli USA Forces, incluse alcune forze d’elite, nella regione autonoma curda. I media occidentali hanno informato che la tecnologia militare, armi ed equipaggiamenti saranno consegnati al Kurdistan per aiutare i curdi nella lotta contro i terroristi del gruppo takfiri dell’ISIS (Daesh in arabo).

A prima vista, sembra che si tratti di una buona notizia, indicherebbe una certa “aspirazione” di Washington a fortificare i propri alleati nella regione. Tuttavia risulta curioso che i negoziati sullo schieramento delle forze formate da valorosi guerrieri degli USA non si conducano con il Governo centrale, secondo quanto previsto da diritto internazionale, ma piuttosto con il governatorato curdo di Erbil. Molti esperti stranieri riconoscono che la decisione di Washington è piuttosto strana e non adempie con le procedure della diplomazia internazionale.
D’altra parte, l’Iraq si trova in una situazione dove uno quasi non potrebbe parlare di diplomazia internazionale. In precedenza, il segretario della Difesa degli USA, si è lamentato che l’Esercito ufficiale iracheno non era disponibile a uscire dalla sua routine per combattere l’ISIS. Di sicuro non è sorprendente, già che, l’Esercito iracheno non va a partecipare in una guerra per soddisfare gli USA la cui ingerenza ha portato il paese alla divisione.

Le conversazioni fatte ad Erbil confermano l’idea che Washington non vada a fortificare il governo centrale iracheno ma piuttosto che gli interessa che il paese si divida in base alle differenze etniche e religiose. Lo scambio di opinioni nella Commissione dei Servizi Armati del Congresso ha comprovato questa idea quando il Segretario alla Difesa, Ashton Carter, ha dichiarato che il Governo di Obama era disposto ad accettare la disintegrazione dell’Iraq.
“Questa è una parte importante della nostra strategia attuale in questa regione. – Ha dichiarato sfacciatamente il segretario alla Difesa – Se il Governo iracheno non può fare quello che si presuppone debba fare, noi ci sforzeremo per attivare le forze locali che sono disposte ad associarsi con noi per mantenere la stabilità della zona che per allora, non sarà più un solo stato dell’Iraq”.

Le dichiarazioni senza scrupoli di Carter sottolineano da un lato il pericolo della politica interventista degli USA in medio oriente, dall’altro lato i falsi pretesti che utilizzano per giustificare le loro azioni.

Non molto tempo fa il presidente Obama aveva annunciato che avrebbe mantenuto le operazioni militari in Iraq con il pretesto di proteggere gli interessi del paese cntro l’ISIS. Ad esempio Obama, nel suo incontro con il primo ministro iracheno, Haider al-Abadi presso la Casa Bianca, aveva annunciato che “l’interesse prioritario degli USA, assieme alla sconfitta dell’ISIS, era il rispetto della sovranità dell’Iraq”. Solo alcuni mesi più tardi il governo statunitense ha lasciato intendere chiaramente che non gli interessa la sovranità dell’Iraq, tanto meno la sua sopravvivenza come un poderoso paese arabo unitario quale era stato in passato.

Molti osservatori argomentano non senza ragione che la fornitura diretta di armamenti ed il trasferimento dei comandi USA presso il Kurdistan iracheno si devono associare con i piani degli USA di andare a ridisegnare la mappa del Medio Oriente. L’Iraq dovrebbe essere diviso in tre parti: uno stato curdo con accesso al mare, uno stato con una popolazione con maggioranza sunnita ed un terzo a maggioranza sciita. “La politica degli Stati Uniti viene basata sulla sconfitta totale del mondo arabo – afferma il giornale iraniano Keyhan – in quanto più debole possa divenire il Medio Oriente, tanto più facile sarà per Washington implementare le sue politiche globali, non solo nella regione ma su scala mondiale”. Vedi: Il piano di balcanizzazione del Medio Oriente

Ripetiamo il concetto: la fornitura diretta di armamenti ed il trasferimento dei comandi USA presso il Kurdistan iracheno si devono associare con i piani degli USA di andare a ridisegnare la mappa del Medio Oriente, in quanto più debole possa divenire il Medio Oriente, tanto più facile sarà per Washington implementare le sue politiche globali, non solo nella regione ma su scala mondiale”.

Pertanto è possibile arrivare alla conclusione che, nonostante la riduzione del suo budget di spese militari ed il fallimento della rivoluzione dello Shale gas, Washington non tralascia il ruolo di “forza predominante” e “gendarme del mondo”. La famosa “democrazia” statunitense di cui tanto si parla si sta applicando mediante bombardamenti in tutto il mondo. A questo punto della Storia possiamo ricordare la famosa frase del socio-politico del secolo XIX, Alexis Tocqueville, ” la democrazia è l’impero delle scorie”.
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Rispetto alle politiche che seguono gli USA, è possibile lasciarsi guidare dall’opinione dell’importante analista del “Foreign Policy”, Michael Knights: “Il Medio Oriente potrebbe dover affrontare il collasso della stabilità attraverso scontri settari ed etnici del paese di 35 milioni di persone (l’Iraq) che confina con gli Stati più importanti della Regione ed è uno dei maggiori esportatori di petrolio del mondo”, scrive Knights. “Qualsiasi altro paese con la stessa importanza e con le stesse gravi sfide otterrebbe più appoggio dagli USA” e conclude: “Washington non si può permettere il lusso di controllare l’Iraq come prima. L’ISIS è avanzato molto e dispone di un piano. Anche Washington dovrebbe averlo”.

Tuttavia l’ultima dichiarazione del conosciuto analista non è del tutto corretta.- Washington ha un piano per combattere in Medio Oriente , il suo piano è stato tracciato per assicurare il dominio statunitense. In questo senso, il Governo di Obama, condanna il terrorismo a parole ma di fatto lo alimenta e lo finanzia in tutti i sensi.

In accordo con il ministro degli esteri della Siria, Walid al-Mualem, gli Stati Uniti hanno contribuito con milioni di dollari a formare i terroristi dell’ISIS. Attualmente questi uomini sono schierati nelle aree di conflitto in Iraq ed in Siria con in mano le nuove armi fornite dagli USA. Nel corso di una riunione con il ministro degli esteri della Russia, Serguei Lavrov, il capo della diplomazia siriana aveva duramente criticato la politica del doppio standard. L’elite statunitense esige una soluzione politica dei conflitti in Medio Oriente mentre in realtà assegna milioni di dollari per fornire armi ai terroristi dell’ISIS. Secondo il Ministero degli Esteri siriano, per esempio, più di 2.000 miliziani armati sono entrati nel paese dalle frontiere del sud soltanto pochi giorni addietro e gli USA neppure nascondono ormai il loro appoggio ai terroristi.

Nonostante tutto questo, la politica statunitense nel Medio Oriente si sta trasformando, sembra, sotto l’influenza della crescente attività dell’Iran nell’appoggiare il governo di Haider al-Abadi nel territorio che ancora controlla. Le forze irachene, appoggiate da consiglieri iraniani, si sono fatte carico del peggior compito di proteggere dagli attacchi dell’ISIS nelle zone attorno a Baghdad. Gli sforzi di Teheran per salvaguardare la sovranità del Governo iracheno sono stati condannati da Carter e dall’Esercito statunitense come una “dannosa influenza iraniana”.

William J. Astor ha scritto sulla “The Nation” che il maggior errore della politica statunitense, tanto all’estero che all’interno, in particolare nel Medio Oriente, è stato quello di affrontare tutto come se si trattasse di una guerra. Quando il pensiero militare è quello che domina la situazione sempre si opta per prendere le armi ed adottare tattiche militari. Questo debilita il valore del dialogo anche prima di iniziare. Tale ragionamento della politica statunitense, li porta a rispondere alle domande prima che vengano proposte ed invariabilmente conduce ai conflitti.

L’unica cosa che si può aggiungere qui è che- il Medio Oriente in generale ed in Iraq in particolare, sono luoghi che esistono soltanto in tempo di guerra per l’amministrazione di Washington. Gli USA attaccano, dilapidano le risorse del paese, creano un deserto e poi lo abbandonano, questa sarebbe come gli americani intendono la loro forma di pace. Al di sopra di questo i leaders statunitensi si sorprendono che il problema continua a crescere ed ogni volta più paesi stanno disintegrandosi sotto l’ombra della loro “democrazia divoratrice”.

*Viktor Mikhin, è un membro della Accademia delle Scienze Naturali, e analista del sito Web della rivista ” New Eastern Outlook.” La sua specializzazione nelle tematiche politiche ed in particolare nelle questioni del Medio Oriente, del terrorismo, dell’ imperialismo.

Fonte: New Eastern Outlook

Tratto da Hispan Tv

Traduzione: Luciano Lago per Controinformazione
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