18 luglio 2015

La mafia al servizio del massone Garibaldi

La mafia al servizio del massone Garibaldi
«Fu nel maggio del 1860 che iniziò quel salto di qualità della mafia,
del quale ancora oggi piangiamo le conseguenze».

Intervistato dal Corriere della Sera del 31 luglio 2008, Vincenzo Consolo (siciliano di origine con il desiderio di abbandonare l’Isola su suggerimento di Sciascia) in un momento di pura follia aveva detto, tra l’altro, che«dietro Finocchiaro Aprile c’era la mafia e anche il fascismo di Junio Valerio Borghese che hanno sparato a Portella della Ginestra nel 1947 uccidendo e ferendo delle povere vittime». Leggi l’intervista cliccando qui.

Al suo sragionato discorso, pubblichiamo la risposta che diede Giuseppe Scianò, Separatista della vecchia guardia e segretario del Fronte Nazionale Siciliano “Sicilia Indipendente”.

La mafia al servizio di Garibaldi

Ci sembra di riscontrare nella sua intervista al Corriere della Sera grosse inesattezze (non sempre involontarie) per quanto riguarda non solo la storia della Sicilia ma anche quella del Separatismo Siciliano, quella della mafia e non ultima quella personale, politica e militare di Giuseppe Garibaldi. Al quale il comune di Capo d’Orlando ha revocato la intitolazione di una piazza per dedicarla alla battaglia navale del 4 luglio 1299.

È opportuno, pertanto, ricordare all’illustre scrittore che la conquista della Sicilia da parte dell’armata anglo-piemontese-garibaldina trova il maggiore, e forse l’unico supporto locale, proprio nella mafia che in quel mese di maggio del 1860 iniziò quel salto di qualità, del quale ancora oggi piangiamo le conseguenze.

Ovviamente, il tutto avviene nell’ambito della regìa britannica. I picciotti di mafia, impresentabili e del tutto inaffidabili nei combattimenti veri e propri, sono gli unici a dare legittimazione all’impresa dei Mille. E per questa loro utilità saranno compensati con prebende, privilegi, assegnazione di terre dei demani comunali di uso civico (sottratte alla disponibilità dei veri contadini), di pensioni (trasmissibili per più generazioni agli eredi) e cose simili. Vergogna!

La brutta impressione (per non dire altro) che fanno i picciotti di mafia la testimoniano, fra gli altri scrittori garibaldini, Beppe Bandi, Ippolito Nievo e persino Giuseppe Cesare Abba che pure avrebbe passato la propria vita a impinguare l’agiografia risorgimentale esaltando al massimo, e senza pudore, l’impresa dei Mille e il suo Duce.

Chi aiutò, dunque, Garibaldi? Non certo il Popolo Siciliano, non certo i volontari forti e puri che, almeno in Sicilia, non esistevano in quanto la Sicilia si era sempre battuta per la propria indipendenza e non certamente per diventare una colonia interna dello Stato Sabaudo. Garibaldi, ed è tutto documentabile, fu aiutato, ancora prima dello sbarco da operetta a Marsala, dal governo di Londra e, in subordine, dal governo Piemontese. Gli Inglesi misero a sua disposizione migliaia e migliaia di mercenari provenienti anche da Paesi extraeuropei. Interessante è la sorte dei mercenari, feroci, della Legione Ungherese, ai quali, dopo l’unità d’Italia, fu rinnovato il contratto d’ingaggio per contrastare le eroiche ribellioni anti-piemontesi del Mezzogiorno.

Rinviamo ad altra occasione l’approfondimento delle condizioni politiche ed economiche internazionali che determinarono, nel tempo, la scelta britannica di fare l’Italia unita e di finanziare ed eseguire, con l’aiuto di complici e di mosche cocchiere, tutte le varie operazioni necessarie e comunque connesse.

Unitarismo ossessivo

Per quanto riguarda il fatto che, con tono apodittico, il prof. Consolo avanzi le tesi della equiparazione del Separatismo alla mafia e della obbligatorietà della demonizzazione del Separatismo Siciliano, ci sembra che il tutto confermi l’accusa che Antonio Gramsci ebbe a rivolgere agli storiografi siciliani. E cioè quella di essere affetti da unitarismo ossessivo.

Non aggiungiamo altro, per ragioni di spazio. Puntualizziamo, però, che non è vero che negli anni Quaranta del secolo scorso il Movimento Indipendentista, quello storico e vero, guidato da Andrea Finocchiaro Aprile e da Antonio Varvaro, fosse legato o comunque fosse espressione della mafia. Certamente allora i partiti politici non avevano avvertito come prioritaria la lotta contro la mafia (le eccezioni in tal senso sono lodevoli, ma sono pochissime).

Ma fu la mafia stessa a fare il distinguo e si schierò, dopo aver compiuto un giro d’orizzonte e in perfetta coerenza con la propria tradizione, a favore di ben determinati partiti italiani unitari. Come ebbe a scrivere Marcello Cimino, il compianto intellettuale che per lungo tempo era stato anche direttore de L’Ora, la mafia, anzi, contribuì, nelle province dove era più forte, a smantellare l’organizzazione e le sedi del Movimento Indipendentista (quello storico e vero).

Interferenze di potenze straniere

E non è un caso che la strage di Portella della Ginestra del primo maggio 1947, sulla quale si continua a chiedere verità e giustizia, sia stata effettuata completamente al di fuori del Movimento Separatista (che, peraltro, in quel periodo era in piena crisi). Mentre sono chiamati in causa e vi rientrano fino al collo i rapporti fra i partiti italiani unitari. E non mancano i sospetti di probabili interferenze di potenze straniere, anche queste nettamente d’accordo fra loro in un solo punto. Quello di essere contrarie all’ipotesi di indipendenza della Sicilia.

Con il fatto di Capo d’Orlando tutte queste polemiche, collegabili a eventi del dopoguerra e distanti più di ottant’anni dalle vicende garibaldine cui ci riferiamo, non c’entrano affatto. E, se approfondite, ci darebbero spunti ulteriori per parlare a lungo del ruolo della mafia dal 1860 ai nostri giorni. Ci sembra che bisognerebbe, piuttosto, recuperare quelle verità sul Risorgimento italiano che, invece, sono tanto utili alla crescita democratica e civile del Popolo Siciliano.

E poi è lo stesso Garibaldi, nelle sue memorie, ad ammettere di essere stato mercenario e via dicendo. Ed è lo stesso Garibaldi che, scrivendo alla signora Cairoli, dice di non volere tornare in Sicilia per paura di essere preso a sassate. Se lo dice Garibaldi, perché non lo può dire il Popolo Siciliano che delle opere e dei comportamenti di un tale personaggio piange ancora le tragiche conseguenze?

Sulla opportunità di dedicare la piazza alle vittime siciliane dell’eroica battaglia navale del 4 luglio 1299, basta informarsi su quanto in proposito ha scritto il Professor Corrado Mirto. Approfondisci cliccando qui.

Scianò risponde a Consolo


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