20 luglio 2015

LA CAMORRA E L’UNITÀ D’ITALIA

LA CAMORRA E L’UNITÀ D’ITALIA
Nel Regno delle Due Sicilie l’ambito di influenza della camorra, una organizzazione criminale segreta probabilmente giunta a Napoli dalla Spagna, con caratteristiche di setta, era limitata ai detenuti nelle carceri, al gioco d’azzardo ed alla prostituzione. In tali ambienti la camorra imponeva il pagamento di tangenti.

L’organizzazione criminale era perseguita dalla polizia borbonica, che inviava i camorristi al confino ed in colonie penali come quella in funzione alle isole Tremiti. Fu grazie all’alleanza con i liberali unitari ed al contributo decisivo dato alla conquista piemontese dell’ex Regno delle Due Sicilie che la camorra compì il salto di qualità decisivo, entrando nella polizia e negli apparati dello Stato. Tale processo fu avviato dal liberale e massone Liborio Romano (1793-1867), ultimo ministro di polizia del Re Francesco II di Borbone nel governo costituzionale del 1860, ma agente di Cavour, e poi primo ministro degli Interni di Garibaldi, dopo il suo ingresso a Napoli.

Passato alla storia come il prototipo del traditore, Liborio Romano fece la fortuna della camorra, che utilizzò come propria manovalanza, arruolandola nella polizia e nella pubblica amministrazione e trasformandola da organizzazione criminale ai margini della società in una forza capace di condizionare la politica e l’economia dell’ex capitale del Regno delle due Sicilie. Giacinto de’ Sivo (1814-1867), il più importante storico dell’Anti-Risorgimento, contemporaneo degli avvenimenti, dedica diversi passaggi della sua Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861 al ruolo avuto dai camorristi: «Uscita la Costituzione – scrive de’ Sivo – il ministero la prima cosa pose Camorristi in uffizio. Lo stesso dì 27 giugno fece prefetto di polizia D. Liborio Romano (….) tenuto patrono e cima di Cammorristi …»1.

Garibaldi entrò a Napoli il 7 settembre 1860 protetto dai camorristi in armi: «Ogni qualunque casa dové sventolare bandiera a tre colori: comprava la paura, chi più realista più n’aveva. (….) camorristi maschi e femmine con coltelli luccicanti gridanti a piena gola sforzavano ogni persona a gridar con essi Italia una: né si contentavano d’un viva solo, con gli stili ai volti volevano le repliche: e Una, e Una, e Una ripetevano con gli indici in alto!»2.

Anche storici liberali contemporanei riconoscono la presenza della camorra negli avvenimenti del 1860. «(…) Garibaldi giunse senza colpi di fucile. E tutto ciò in grazia de’ camorristi», scrive l’unitario ed antiborbonico Marc Monnier (1829-1885)3.

Raffaele De Cesare (1845-1918), storico e giornalista liberale, poi deputato al Parlamento, descrive così il rapporto tra Don Liborio Romano e l’organizzazione criminale: «La camorra, divenuta polizia mercé di lui, lo inneggiava senza tregua»4.

Lo stesso De Cesare riferisce che ad accogliere Garibaldi alla stazione di Napoli il 7 settembre 1860 si recò, seguita da una turba, Marianna la Sangiovannara, sorella del camorrista Michele ‘0 Chiazziere e proprietaria di una bettola dove si riunivano i capi della camorra: «(…) la Sangiovannara andava anche lei in carrozza alla ferrovia, seguita da gran folla di gente della Pignasecca e di donne armate e convulse»5.

La presenza della camorra negli apparati dello Stato, polizia e pubblica amministrazione, è riferita anche dalla letteratura di divulgazione. Nel 1907, Ferdinando Russo ed Ernesto Serao nel loro La camorra. Origini, usi e costumi dell’ ‘annorata soggietà’ scrivevano: «Nel 1860, dopo l’entrata di Garibaldi in Napoli, la polizia borbonica era disciolta, volgeva in fuga o si nascondeva. Il governo provvisorio dové mettere assieme una polizia qualsiasi. Ne trovò una eccellente: assoldò ex camorristi, avventurieri, guappi …»6.

Taciuto finora quasi dalla totalità della storiografia risorgimentale ed unitaria, il patto stretto con la camorra dai liberali per la conquista di Napoli comincia ormai ad essere riconosciuto anche dagli storici accademici. Ne parla Paolo Macry, docente di Storia Contemporanea all’ Università Federico II, nel suo “Unità a Mezzogiorno”: «[Liborio Romano] decide di affidarsi ai gruppi violenti della camorra. (…) La conseguenza del patto scandaloso è che Napoli eviterà i temuti saccheggi plebei, ma soprattutto che i poliziotti con la coccarda tricolore e il cuore camorrista verranno orientati in senso liberale e antiborbonico [p. 64]. (…) La città è nelle mani di Michele ‘o Chiazziere, dello Schiavetto, di Tore ‘e Crescenzo e degli altri capi della criminalità. Ma, paradosso dopo paradosso, la nuova polizia non è soltanto camorrista, è anche patriottica, amica dei liberali e dei democratici e nemica dei borbonici»7 [p. 70].

Lo studioso e giornalista Gilberto Oneto ha ricordato in un recente articolo che Garibaldi ripagò la camorra dei servigi resi con somme ingenti di denaro ed assegnazione di pensioni. «Nei giorni immediatamente successivi [all’entrata a Napoli, n.d.r.] il generale assegna alla camorra un contribuito di 75 mila ducati (circa 17 milioni di euro) che preleva dalle casse del Regno delle Due Sicilie (…) subito dopo Garibaldi attribuisce una pensione vitalizia di 12 ducati mensili (appena 2700 euro) a Marianna De Crescenzo (…), Antonietta Pace, Carmela Faucitano, Costanza Leipnecher, e Pasqualina Proto, e cioè l’intero vertice femminile della camorra” (Libero, 24.11.2010).

Dopo l’entrata di Garibaldi a Napoli, alla camorra fu lasciato campo libero per l’esercizio del contrabbando. Le merci che giungevano al porto di Napoli o che entravano in città venivano accolte ai varchi da gruppi di camorristi che imponevano l’esenzione dal dazio con la parola d’ordine “È robba ‘e zi’ Peppe” (per indicare Garibaldi).

L’adesione della camorra alla causa unitaria fu preparata dalla massoneria. Lo testimonia Marc Monnier: «Un vecchio cospiratore membro di tutte le società segrete mi ha confermato questo fatto, che aveagli recato meraviglia. Mai, egli mi ha detto, ho incontrato fra i carbonari un camorrista. In ricambio, molti ne ho trovati fra i frammassoni»8.

1 Giacinto de’ Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861,

2 Voll. Berisio Editore, Napoli 1964, libro XXI, pp. 99-100. 2 Ivi, libro XXV, p.199.

3 La Camorra. Notizie storiche raccolte e documentate, G. Barbera, Firenze 1862, ristampa Arturo Berisio, Napoli 1965, p. 128).

4 Raffaele De Cesare, La fine di un Regno, S. Lapi, Città di Castello 1909, ristampa Newton Compton, Roma 1975, 2 voll. Vol. II, pag. 356.

5 Ivi, pag. 251.

6 Ferdinando Russo – Ernesto Serao, La camorra. Origini, usi e costumi dell’ ‘annorata soggietà’, ristampa, Bideri, Napoli 1970, pag. 60.

7 Paolo Macry, Unità a Mezzogiorno. Come l’ Italia ha messo insieme i pezzi, Il Mulino, Bologna 2012.

8 Marc Monnier, La Camorra. Notizie storiche raccolte e documentate, G. Barbera, Firenze 1862, ristampa Arturo Berisio, Napoli 1965, p. 116.


LEGGI ANCHE:

La mafia al servizio del massone Garibaldi – «Fu nel maggio del 1860 che iniziò quel salto di qualità della mafia,del quale ancora oggi piangiamo le conseguenze».
Posta un commento

Facebook Seguimi