25 luglio 2015

Il grande esodo: diritti umani o quote d’accoglienza?

Il grande esodo: diritti umani o quote d’accoglienza?

Intervista ai Proff. C. Amirante e M. Pascali: "Un problema dai forti connotati politici, economici ed etico-sociali viene ridotto a una questione di ordine pubblico-burocratico”

di Alessandro Bianchi

Carlo Amirante. Già Professore ordinario di Dottrine dello stato e diritto costituzionale all’Università Federico II di Napoli

Michelangelo Pascali. Docente presso l’Università “Parthenope” di Napoli ci Sociologia generale e Sociologia dei processi economici e del lavoro.

- Nel recente saggio monografico “Alien. Immigrazione clandestina e diritti umani (Editoriale Scientifica, 2015)” avete sollevato più di una riserva nei confronti delle politiche comunitarie, ma anche di quelle dei governi e del legislatore del nostro Paese, in materia di immigrazione. Qual è il vostro giudizio sulla spinosa e sulla controversa tematica dell’accoglienza e del diritto di asilo?

«In un quadro generale nel quale il diritto internazionale, come afferma Koskenniemi, ondeggia fra realismo e utopia e l’Onu attraversa una fase di stallo e di delegittimazione evidente, i diritti umani vivono una fase di grande sofferenza, di cui immigrazione ed esodi di massa nell’area geopolitica del Mediterraneo sono una drammatica riprova. Il trattamento riservato ai migranti in fuga da guerre, fame e persecuzioni etnico-religiose si scontra contro gli interessi prevalenti e almeno apparentemente inconciliabili del mercato globale. In questo contesto, le politiche comunitarie sembrano in ritardo e comunque inadeguate ad affrontare una situazione che è oramai divenuta endemica e non può essere certo risolta con misure di emergenza».

- Il diritto di asilo può costituire di per sé lo strumento prioritario per orientare le politiche di accoglienza degli immigrati?

«Di accordo con la più attenta dottrina internazionalistica, risulta chiaro che, per più di un motivo, il diritto di asilo – soprattutto se inteso nel suo significato originario, riaffermato dalla Costituzione italiana all’art. 10, comma terzo, come il diritto dello straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche costituzionalmente garantite, secondo una formulazione che sembra potenzialmente comprendere la maggior parte di coloro che affrontano l’emigrazione per motivi politici – è stato in realtà tradizionalmente riferito a singoli casi ben delimitati, storicamente circoscritti a chi si sottrae a un sistema politico notoriamente ritenuto “illiberale”.
E’ più che evidente che, se inteso in questi termini, il diritto di asilo è assolutamente inidoneo ad affrontare e risolvere emigrazioni di massa come quelle in corso nell’area del Mediterraneo. D’altra parte, è la stessa Costituzione che, dato il carattere individuale del provvedimento, impone la valutazione di ciascun caso, cosa che si traduce nell’obbligo per lo Stato di accogliere sul territorio nazionale, sia pure temporaneamente, coloro i quali lo invocano come “asilanti”…».

- La dimensione economica degli esodi di massa, che i Paesi membri dell’Unione europea e, in particolare, il nostro si trovano ad affrontare, ha un peso determinante nel definire modalità e termini dell’accoglienza?

«La risposta non può che essere affermativa; innanzitutto, anche prima che si verificasse l’attuale situazione di grave emergenza, le politiche in materia di immigrazione sono sempre state affrontate considerando il potenziale o l’effettivo ruolo dei migranti nel mercato del lavoro e nell’economia del Paese comunitario, e non certo ponendo al primo posto il criterio della salvaguardia dei diritti umani, che pure i mentori dell’Unione europea e i governi degli Stati membri hanno la consuetudine di richiamare come elemento distintivo e irrinunciabile della cultura europea. In secondo luogo, bisogna ribadire che, accanto a quei fortunati che godono di un contratto di lavoro a tempo indeterminato che assicura loro una situazione di tranquillità per quanto riguarda il soggiorno, esiste un numero estremamente rilevante di lavoratori stagionali, precari e irregolari, che concorrono all’economia del Paese senza che questo corrisponda a piene garanzie relativamente alla permanenza continuativa sul territorio. La questione dell’accoglienza di migranti che fuggono da situazioni di insicurezza politica, da cui deriva insicurezza economica, disoccupazione e carenza di ogni forma di assistenza sociale, è stata stigmatizzata con una sentenza del Tribunale costituzionale federale tedesco, che non ha mancato di sollevare critiche, distinguendo tra un “asilo politico”, costituzionalmente garantito, e un “asilo economico”, che non pare rientrare in alcun modo nella fattispecie del tradizionale diritto di asilo.»

- Sembra che finalmente l’Unione europea si sia decisa ad assumere almeno un ruolo di coordinamento delle modalità e soprattutto della misura dell’impegno dei singoli Paesi membri nell’accoglienza degli immigrati. Vi sembra che, a fronte di un fenomeno che non accenna a scemare, le indicazioni politiche di Bruxelles siano adeguate?

«Innanzitutto, non si può negare che, anche in questo caso, il conflitto fra la teorica priorità della tutela dei diritti umani e le regole di mercato resta evidente. Infatti, in luogo di una “gara di solidarietà” fra Paesi che pure non dovrebbero dimenticare le proprie corresponsabilità in molte delle situazioni drammatiche da cui fuggono i migranti è subentrata una “concorrenza al ribasso” che contribuisce a incancrenire, e non a risolvere, il problema. Privilegiare il criterio della ‘volontarietà’ nella determinazione delle quote di accoglienza nei singoli Stati membri, mentre irrigidisce l’intero apparato ‘militar-burocratico’, destinato sia ai respingimenti che ai controlli degli immigrati, crea poi sfiducia reciproca fra i Paesi; una sfiducia dovuta, in larga parte, all’esigenza dei Paesi di prima accoglienza di non divenire automaticamente gli unici concretamente obbligati ad accogliere in via definitiva le persone a cui si è prestato soccorso o che sono comunque in qualsiasi modo penetrate nel territorio nazionale (anche se non va dimenticato, d’altro canto, l’esigenza dei Paesi che offrono migliori condizioni di lavoro e di vita di non divenire l’obiettivo quantitativamente privilegiato dei migranti).»

- Il conflitto che ha occupato negli ultimi tempi le prime pagine dei quotidiani nazionali fra governo centrale, prefetti e amministratori locali e popolazioni riguarda la ridistribuzione degli immigrati sul territorio nazionale. Quali sono le cause di questo conflitto montante?

«Certamente sono dovute a interessi contrapposti di diversa natura. Mentre il governo ha tutto l’interesse a risolvere il problema nel modo più rapido e ‘indolore’, i responsabili dei governi locali si dimostrano particolarmente sensibili agli umori e agli atteggiamenti sia dei partiti politici a cui devono rendere conto che del loro elettorato. Ne è una chiara dimostrazione la paradossale riproposizione, da parte di quegli stessi soggetti che criticano gli Stati del Nord Europa per un improprio atteggiamento ‘egoistico’ assunto nei confronti degli Stati del Sud, di una analoga frattura Nord-Sud nel nostro Paese. Non va, d’altronde, dimenticato che sono state registrate, da più parti, tendenze (vedi, per esempio le ipotesi accusatorie presenti nell’inchiesta “Mafia capitale”) a trasformare anche la macchina dell’accoglienza in un’occasione di business, in cui sembrano presenti interessi corruttivi in antinomia con le finalità stesse dell’accoglienza. Uno dei risultati delle evidenti, frequenti strumentalizzazioni del malcontento delle popolazioni locali, che talora sfocia in vere e proprie rivolte, è che spesso i capri espiatori delle situazioni di disagio divengono i prefetti, anche al di là delle loro reali responsabilità. In tal modo, un problema dai forti connotati non solo politici ma anche economici ed etico-sociali viene ridotto a questione di ordine pubblico e di stampo “burocratico”.»
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