29 luglio 2015

I “marxisti” razzisti che si rifiutano di sporcarsi le mani con le lotte delle nazioni oppresse contro le nazioni imperialiste

I “marxisti” razzisti che si rifiutano di sporcarsi le mani con le lotte delle nazioni oppresse contro le nazioni imperialiste

La concezione di Marx ed Engels dei “bisogni”, espressa nell’Anti-Dühring, nel Manifesto, nel Capitale e altrove non ha un fondamento nazionale, ma si riferisce a un bisogno dell’uomo universale, mondiale, presente ovunque. Ciò che essi prendono in considerazione è un concetto e una pratica internazionalista o, meglio, non nazionalista. Se per essi il capitalismo era un sistema globale, quanto più doveva esserlo il socialismo! Ma tale universalismo non ha assolutamente nulla in comune con quella sorta di “marxismo” grossolano che vede come un tutt’uno l’intero mondo attuale, che vede solamente “capitalisti ed operai” ovunque, che vede tutt’al più come “progressiva” soltanto la “lotta di classe fra operai e capitalisti”, e che, grazie a questo grande semplicismo, si rifiuta di sporcarsi le mani con le lotte delle nazioni oppresse contro le nazioni che opprimono (secondo la definizione data da Lenin nell’Imperialismo).

Un “marxismo” che si rifiuta di sostenere le lotte democratico-borghesi dei paesi “arretrati” perché non sono lotte socialiste, getta via l’acqua sporca dello stalinismo insieme al bambino della rivoluzione russa, così come con lo stesso purismo rifiuta tanto Mao quanto la Cina, condanna persino la lotta del Vietnam contro l’imperialismo americano come una guerra interimperialista (della Russia contro l’America), e la stessa cosa dice del conflitto Israele-Egitto (quest’ultimo è per loro un paese imperialista “debole”, proprio come il Pakistan era “imperialista” anche per certi sedicenti trockisti inglesi e del continente, per non ricordare il filo imperialista americano SWP sulla questione del Bangla-Desh); e si potrebbe continuare per un bel pezzo. In nome di questo semplicismo il “puro” Partito Socialista di Gran Bretagna (che non è mai cambiato di un capello dalla sua fondazione avvenuta all’inizio di questo secolo) si è opposto alla lotta socialista per l’indipendenza contro la “sua” Inghilterra, cioè si è comportato puramente e semplicemente da partito imperialista.

Allo stesso modo l’International Socialist League inglese, Lotta Comunista in Italia, i gruppi analoghi francesi fra i teorici del “capitalismo di stato” (la Russia vista come capitalismo di stato) trattano il conflitto arabo-israeliano come un conflitto interimperialista, e quindi sostengono l’imperialismo israeliano contro i popoli oppressi africani: quindi sono filo-imperialisti; auspicano che le truppe inglesi entrino in Irlanda per metter pace fra gli operai cattolici e protestanti, dato che la loro “unità” è la cosa più importante, anche se le truppe coloniale britanniche dovessero schiacciare la lotta dell’Irlanda per l’Indipendenza pur di “mantenere la pace” fra gli operai irlandesi; e ancora, respingono in alcuni casi la storica lotta del Vietnam contro l’imperialismo americano come una guerra interimperialista (della Russia contro gli USA), per non ricordare le precedenti lotte di liberazione nazionale, comprese quella della Cina contro il Giappone e dell’Etiopia contro l’Italia (in quest’ultimo caso il feudale Hailé Selassié era certamente anche più “reazionario” del più moderno Mussolini e delle sue camicie nere e truppe alpine che massacrarono un milione di etiopici – cfr. Angelo Del Boca, La guerra d’Abissinia 1935-1941, Feltrinelli, Milano 1965; cfr. anche H. Jaffe, La fine della leggenda: l’Etiopia, op. cit.); cioè questi “puri socialisti”, questi “estremisti infantili” erano dei puri imperialisti (e tali sono oggi, nel caso di tutti i gruppi legati alla teoria del “capitalismo di stato” ed al “marxismo europeo”).

In realtà, oggettivamente, per quanto soggettivamente molti di essi possano essere i più puri fra i marxisti, non sono altro che degli “eurocentrici” fino all’anima, cioè dei razzisti: secondo loro i lavoratori “arretrati” asiatici, africani, indo-negri ecc. non sono affatto abbastanza proletarizzati, abbastanza “bianchi ed europei”. Basta fare una piccola riflessione per capire come ciò sia vero, se collochiamo tali “marxisti” nel contesto della natura colonialista del capitalismo mondiale.

C’è una bella distanza dalla concezione di Marx della rivoluzione permanente o dalla sua concezione storica e non feticistica-piccolo borghese delle classi e della lotta di classe: ben diversamente da questi marxisti puri, che non possono sostenere Hailé Selassié contro Mussolini, o Nasser o Sadat contro Golda Meir e Dayan, e neanche Ho Chi-minh contro Kennedy e Nixon (un gruppo italiano sostenitore del “capitalismo di stato” – il Manifesto – era favorevole all’imperialista McGovern nelle ultime elezioni USA!), Marx poteva sostenere e sosteneva certe classi borghesi contro le classi feudali, e Lenin sosteneva certe classi tribali, feudali e capitaliste delle colonie contro la classe capitalista e imperialista dominante europea; ma – e qui sta la seconda differenza – Marx e Lenin non sacrificavano l’indipendenza politica della classe operaia in nome di tale sostegno (come fecero Stalin e Mao in Cina, ecc.).

Nessuno di questi gruppi ha prestato la giusta attenzione alle primissime osservazioni di quella parte dei Grundrisse conosciuta come Introduzione a “Per la critica dell’economia politica”: “Il nostro tema è anzitutto la produzione materiale” (ibid., p. 171). Con questo approccio non possiamo mancare di vedere la divisione internazionale, capitalista-imperialista, del lavoro, il gap fra le nazioni oppresse e le nazioni che opprimono, e la fonte di sovrapprofitti rappresentata da questo gap, attraverso il supersfruttamento del lavoro coloniale.

Per capire il colonialismo moderno, cioè l’imperialismo, è necessario tornare indietro, alla fonte del profitto in generale e del sovrapprofitto in particolare. E questo significa ritornare indietro alla “produzione materiale”, nel suo significato piu generale, come fatto mondiale, ed anche nel suo significato più analitico.

L’origine “psicologica” di questo errore dei “marxisti europei”, da Bernstein a Kautsky, a quel marxista che è diventato ministro imperialista, Hilferding e fino a Fritz Sternberg, può essere delineata con le parole di quest’ultimo: “Soltanto un’Europa (corsivo mio) progressiva, socialista e democratica costituisce la condizione fondamentale (corsivo mio) per il mantenimento della pace e la trasformazione della società” (cfr. F. Sternberg, Le conflit du siècle, Parigi 1951, sezione V, capitolo II). Tutto ciò a sua volta è connesso con la democrazia europea e con l’illusione dell’individualismo. Ma tale democrazia e individualismo si basano sul fascismo coloniale e sulla schiavizzazione di massa. Nella sua “Introduzione” Marx mette in rilievo come nelle prime epoche storiche, del tutto contrariamente alle “robinsonate” di Rousseau di cui hanno fatto uso quasi tutti gli economisti, l’uomo non era un’entità individuale, ma stava “nella comunità nelle sue diverse forme, come essa è sorta dal contrasto e dalla mescolanza delle tribù” (ibid., p. 172). Alcune di queste idee furono modificate dalla ricerca che sfocerà più tardi nell’opera di Engels su Morgan, von Maurer, Haxthausen ed altri che avevano condotto indagini sulla primitiva società basata sullagens. “Solo nel XVIII secolo, nella ‘società borghese’, le diverse forme dei nessi sociali si presentano al singolo come un puro strumento per i suoi fini privati, come una necessità esteriore. Ma l’epoca che genera questo modo di vedere, il modo di vedere dell’individuo isolato, è proprio l’epoca dei rapporti sociali (generali da questo punto di vista) finora più sviluppati. L’uomo è nel senso piu letterale uno zoon politikon non soltanto un animale sociale, ma un animale che solo nella società riesce ad isolarsi” (ibid.). La società borghese ha sviluppato l’isolamento individuale in Europa sulla base del colonialismo descritto nel Manifesto e nel capitolo sull’”accumulazione originaria” delCapitale. L’individuo borghese, con la sua libertà, con la sua democrazia, ha tenuto per secoli i suoi piedi sulle spalle dell’Africa, delle Americhe e dell’Asia. Il “marxista” europeo non è altro se non la stessa persona con un abito alla moda. Egli è il prodotto del colonialismo in generale, anche se le sue concezioni – se egli le potesse vedere – derivano dal colonialismo in particolare, cioè dall’imperialismo.

Marx osserva, a proposito del grado di produttività dell’Inghilterra e degli yankees (ibid., p. 174), che “un popolo è al suo apogeo industriale fin quando per esso la cosa principale non è ancora il guadagno ma il guadagnare”. Osservate come Marx parli qui non di “classe” ma di “popolo” – secondo un metodo prettamente marxista-leninista, ma completamente non-marxista per i “marxisti” teorici del “capitalismo di stato”. Si occupa della produzione intesa anche come consumo di materie prime (ibid., p. 178), e questo consumo produttivo è uno speciale campo di ricerca necessario oggi per scoprire quanti sovrapprofitti coloniali siano “celati” nelle materie prime utilizzate nei processi di fabbricazione dei prodotti finiti da parte di quello che Marx chiama “popolo industriale” (ibid., p. 174).

Pubblicato da Maria-Cristina Şerban,
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