30 luglio 2015

I limiti ideologici della sinistra europea dietro la capitolazione della Grecia

I limiti ideologici della sinistra europea dietro la capitolazione della Grecia
Dopo la battaglia combattuta in Grecia tra il Governo Tsipras e le Istituzioni europee con la conseguente capitolazione del Premier greco, costretto ad accettare un piano di riforme lacrime e sangue che come molti analisti hanno giustamente commentato sul Guardian, impongono “condizioni peggiori del Trattato di Versailles del 1919”, in questi giorni si attende che il sistema finanziario e bancario greco riprenda la sua normale attività e conseguentemente che venga riaperta la borsa di Atene, con le dovute restrizioni per evitare possibili perdite .
Tuttavia i problemi strutturali della Grecia e del sistema Euro non sono stati risolti. Atene ha solo rimandato una scelta, quella dell’uscita dall’Euro, che prima o poi dovrà fare in quanto non potrà richiedere nuovi prestiti ogni qual volta il suo sistema bancario sarà a corto di liquidità, con l’inevitabile conseguenza che il debito greco continuerà ad aumentare e a diventare sempre più insostenibile. Si guarda allora già quale tra le prossime scadenze ci farà rivivere il deja vu di quello che il popolo ellenico ha subito nel giugno scorso.
Intanto la Commissione UE ha subordinato la concessione dei prestiti promessi all’approvazione da parte del Parlamento di Atene delle riforme concordate. I due blocchi di riforme approvati il 15 e il 22 luglio sono stati ben giudicati dalla Troika, ma il Governo greco non gode ancora della piena fiducia dei creditori se consideriamo anche il fatto che la riforma delle pensioni, chiesta per il 15 luglio non è stata ancora approvata. Da qui partiranno i negoziati sul nuovo Memorandum che dovrà essere pronto e approvato da tutte le parti in causa prima del 20 agosto, giorno in cui scadranno i termini per onorare la tranche da 3,6 miliardi dovuti alla BCE. Se il Governo e il Parlamento non accetteranno di approvare la dolorosa riforma delle pensioni, la quale comporterebbe un taglio di oltre il 30% delle stesse, probabilmente tutto tornerà punto e a capo, col rischio sempre più possibile di una Grexit.
Syriza, il principale partito di Governo, è ormai sempre più diviso tanto che Tsipras sarà costretto a un rimpasto di governo. La corrente della Piattaforma di Sinistra, capitanata da Panagiotis Lafazanis, ha respinto senza se e senza ma le condizioni imposte dall’Eurogruppo ed è sempre più convinta della necessità di un ritorno ad una valuta nazionale. In un testo presentato al Comitato Centrale del partito, la Piattaforma di Sinistra ha esposto il suo programma per la transizione verso una moneta nazionale, che avrebbe lo scopo di adottare le seguenti misure:
1) La riorganizzazione radicale del sistema bancario, la sua nazionalizzazione sotto controllo sociale, e il suo riorientamento verso la crescita.
2) Il rifiuto completo dell’austerità fiscale (avanzi primari e bilanci equilibrati) al fine di affrontare in modo efficace la crisi umanitaria, coprire i bisogni sociali, ricostruire lo stato sociale, e portare l’economia fuori dal circolo vizioso di recessione.
3) L’attuazione delle procedure che portino ad uscire dall’euro e alla cancellazione della maggior parte del debito. Ci sono scelte assolutamente gestibili che possono portare ad un nuovo modello economico orientato verso la produzione, la crescita, e la variazione dei rapporti di forza sociali a vantaggio della classe operaia e del popolo.

Secondo i membri di questa corrente, l’uscita dall’euro comporterebbe alcuni aspetti positivi come:

1. Il recupero della sovranità monetaria, il che significa automaticamente recuperare la capacità di fornire liquidità all’economia. Non c’è altro modo per tagliare il cappio della Banca centrale europea sulla Grecia.
2. L’elaborazione di un piano di sviluppo basato sugli investimenti pubblici, che però permetterà anche degli investimenti privati ​​paralleli. La Grecia ha bisogno di una nuova e produttiva relazione tra il settore pubblico e privato e di entrare in un percorso di sviluppo sostenibile. La realizzazione di questo progetto sarà possibile una volta che la liquidità verrà ristabilita, combinata con il risparmio nazionale.
3. Riconquistare il controllo del mercato nazionale da prodotti importati, rivitalizzare e valorizzare il ruolo delle piccole e medie imprese, che restano la spina dorsale dell’economia greca. Allo stesso tempo, le esportazioni saranno stimolate con l’introduzione di una moneta nazionale.
4. Lo Stato sarà liberato dalla morsa dell’Unione monetaria europea a livello di politica fiscale e monetaria. Sarà in grado di raggiungere una sostanziale abolizione dell’austerità, senza vincoli irragionevoli sulla fornitura di liquidità. Ciò permetterà anche allo Stato di adottare misure che porteranno la giustizia fiscale e la redistribuzione della ricchezza e del reddito.
5. La possibilità di crescita accelerata dopo i difficili mesi iniziali. Le risorse che sono diventate inattive durante i sette anni di lungo periodo di crisi possono essere rapidamente mobilitate per invertire la disastrosa politica del memorandum, se non vi è liquidità sufficiente e una stimolazione della domanda. Questo aprirà la possibilità di una diminuzione sistematica della disoccupazione e un aumento del reddito.

Si tratta del famoso piano B che sarebbe stato necessario a Tsipras durante le fasi più calde della negoziazione con gli altri capi di Governo dell’eurozona. Piano B che, anche se pronto, secondo l’ex Ministro dell’Economia Yanis Varoufakis è stato rifiutato dal Premier Alexis Tsipras. Il rifiuto dell’alternativa ha comportato la capitolazione del greco di fronte al ‘nein’ della Cancelliera Angela Merkel e di Schäuble, il quale era arrivato lui stesso a proporre un’uscita temporanea della Grecia dall’Euro per 5 anni e che, si dice, nelle fasi più cruente del dibattito era arrivato perfino a chiedere al suo Cancelliere l’uscita della Germania stessa dalla moneta unica.

Il fallimento di Tsipras ha inoltre permesso a Varoufakis di rientrare trionfante nella scena politica ellenica e di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Sembra infatti che l’ex ministro sia in procinto di lanciare un suo nuovo movimento politico, tuttavia a noi interessano maggiormente le sue ‘rivelazioni’ che abbiamo potuto leggere in alcune delle sue recenti interviste. In queste ore trapelerebbero attraverso il quotidiano greco Kathimerini, alcune dichiarazioni tratte da una telefonata in cui Varoufakis rivelerebbe i preparativi da spy-story del cosiddetto Piano B, che avrebbe comportato, come anche auspicato da Krugman, l’introduzione di un sistema di pagamento tramite ‘pagherò’ che a mano a mano sarebbero andati a costituire la nuova dracma. Se Varoufakis sia davvero da considerare un eroe in questa storia oppure semplicemente l’ennesimo opportunista questo non lo sappiamo, tuttavia vogliamo rimandarvi alle considerazioni fatte da Paolo Barnard nel suo blog.

A noi in questo momento ci interessa soprattutto capire perché Tsipras non abbia voluto tenere in considerazione l’alternativa dell’uscita dall’Euro. Innanzitutto bisogna analizzare il contesto geopolitico internazionale: fin dai primi giorni di mandato, il Governo Tsipras si è avvicinato molto a Cina e Russia, stipulando importanti accordi. Sul web inoltre è circolata la notizia, poi smentita sia dalla Russia che dalla Grecia, secondo cui Tsipras avrebbe richiesto a Putin un prestito di 10 miliardi e il successivo rifiuto del Premier russo avrebbe costretto al suo collega greco di rimanere nella zona Euro accettando le pesanti imposizioni della Merkel. La notizia è alquanto irrealistica; molto più probabilmente Tsipras avrà discusso con Cina e Russia della possibilità di poter usufruire degli aiuti della neonata Banca dei BRICS, ma non essendo questa ancora pienamente operativa, il Primo Ministro ellenico avrà pensato di prendere del tempo con la Troika. Tempo che in realtà non c’era più.

Invece, andrebbe ritenuto più determinante l’intervento degli Stati Uniti d’America affinché la Grecia rimanesse dentro l’Euro e dentro l’Unione Europea, chiedendo all’UE e soprattutto alla Germania di venire incontro alle esigenze greche. E’ stato proprio lo scontro tra USA e Germania che ha determinato l’attuale situazione. Abbiamo già detto prima che la Germania, nella persona di Schäuble, aveva accettato l’idea di espellere la Grecia dalla zona Euro, anche se temporaneamente. Ebbene, la Germania ha imposto alla Grecia un aut aut: o la Grecia accettava l’austerità (le cui condizioni sembravano quasi un invito a scegliere l’alternativa dell’uscita) oppure doveva uscire dall’Euro. La decisione di Tsipras in realtà ha accontentato solamente gli Stati Uniti.

Agli Stati Uniti interessa che l’Euro e l’Unione Europea rimangano integri non soltanto perché vogliono imporre il TTIP o perché non vogliono perdere la battaglia geopolitica con la Russia e i BRICS, ma soprattutto perché sono stati gli stessi Stati Uniti a volere e a promuovere la nascita dell’Unione Europea. Molti infatti vedono nell’Unione Europea la possibilità di creare un polo indipendente e alternativo all’egemonia degli Stati Uniti d’America. In realtà non c’è nulla di più falso: gli Stati Uniti hanno finanziato il movimento federalista europeo attraverso l’ACUE, l‘American Committee on United Europe. La creazione di un’Europa Federale come baluardo contro l’allora blocco sovietico (il cui posto oggi è stato preso principalmente da Russia e Cina) e l’accettazione, nei principi del Trattato di Maastricht, delle regole economiche di stampo monetarista il cui esponente principale è stato lo statunitense Milton Friedman, hanno determinato la sudditanza dell’Europa agli Stati Uniti. Uscire dall’Euro, e dalla UE se necessario, significa soprattutto rendersi più indipendenti rispetto agli USA, politicamente ed economicamente.

Tuttavia è più probabile che il motivo principale della capitolazione di Tsipras sia soprattutto dovuta alla precisa volontà politica del Presidente greco di rimanere a tutti i costi nell’Euro. Questa volontà è determinata da quel principio internazionalista (o meglio, cosmopolita) che limita fortemente le scelte politiche dei partiti della sinistra europea. Per la sinistra europea l’Europa unita è il luogo in cui si realizza l’ideologia cosmopolita in risposta ai nazionalismi di chi vuole rinchiudersi dentro le barriere nazionali. Anche Syriza purtroppo ha le sue radici in questa ideologia.

Nel suo programma elettorale Tsipras, in ragione di questa ideologia, ha dovuto mentire al popolo greco: ha promesso che i greci sarebbero rimasti nella moneta unica ma che avrebbero sconfitto l’austerità. Tsipras ha mentito perché non può esserci un Euro senza austerità e i fatti lo hanno pienamente dimostrato. L’austerità non può essere combattuta rimanendo dentro il sistema Euro semplicemente perché, come ci spiega Alberto Bagnai, in caso di uno shock esterno come la crisi americana del 2008, se il sistema non può essere riequilibrato con la svalutazione del cambio, allora ad essere svalutato è il lavoro; sono i salari. Ecco un altro punto fondamentale che la sinistra europea non comprende: l’Euro è uno strumento di compressione del salario. La recente situazione greca lo ha ben dimostrato col fatto che l’aumento dell’IVA sulle strutture alberghiere e sul turismo ha costretto gli albergatori a dimezzare i prezzi offerti per paura che i clienti esteri fossero intimoriti dal rialzo delle tasse. L’uscita dalla Grecia dall’Euro e la conseguente svalutazione della nuova dracma avrebbe portato allo stesso dimezzamento dei prezzi ma con la differenza che non avrebbe comportato nessun sacrificio per i lavoratori.

Dentro l’Euro l’austerità può essere sconfitta in un unico modo: attraverso l’adozione di un sistema di trasferimenti interni. Questo significherebbe che i paesi che dall’Euro traggono i maggiori profitti (Germania in primis) dovrebbero farsi carico di finanziare gli squilibri dei paesi in difficoltà come la Grecia. Jacque Sapir ha più volte spiegato nei suoi scritti che la cifra necessaria, che corrisponderebbe a circa ¼ del PIL tedesco, sarebbe insostenibile. Ma anche se invece fosse sostenibile, i tedeschi hanno più e più volte dichiarato che mai pagheranno per i greci, per i portoghesi o per gli italiani. Questo ci fa ben comprendere che il progetto degli Stati Uniti d’Europa è già fallito.

Inoltre, come può la sinistra europea accettare un’Europa che si regge sulle basi economiche del neoliberismo della Thatcher e di Reagan e sul monetarismo di Milton Friedman, le quali pretendono oltre alla svalutazione competitiva del lavoro anche la cancellazione dello Stato Sociale, il predominio del libero mercato, il non-intervento del Governi nell’economia e soprattutto l’indipendenza della Banca Centrale (Bankitalia lo è purtroppo dal lontano 1981), principio sancito a Maastricht e che costringe gli Stati a ricorrere all’indebitamento? E’ molto difficile cancellare tutto questo rimanendo dentro le Istituzioni europee, che sono nate su queste basi.

Allora, se il nostro obiettivo è quello di garantire ai cittadini europei i necessari diritti sociali, un salario dignitoso e tutte le garanzie che fino a qualche decennio fa erano considerate sacrosante, non possiamo che ripartire dai confini nazionali, unico baluardo di sovranità, di democrazia e di diritti sociali.

L’Euro è destinato al fallimento e la Grecia, volente o nolente, sarà costretta a uscire. Tuttavia, se l’uscita non è voluta, programmata e organizzata, gli Stati europei rischiano di abbandonare sì la moneta unica, ma non i principi economici e politici che l’hanno ispirata. Per questo è necessario che la sinistra europea ripensi a se stessa e abbandoni l’ideologia cosmopolitica che la costringe all’errore e riacquisti un senso patriottico che le permetta di lottare maggiormente per i diritti sociali e del lavoro. Basta prendere come esempio i movimenti socialisti dell’America Latina.

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