13 luglio 2015

Globish, il colonialismo linguistico che ha annullato la sovranità espressiva

Globish, il colonialismo linguistico che ha annullato la sovranità espressiva

Perché ci siamo assuefatti alla lingua del padrone capitale senza chiedere nulla in cambio? Reagire è possibile

di Domenico Fiormonte*

Nel suo recente saggio In Europa sono già 103. Troppe lingue per una democrazia? (Laterza, 2014), Tullio De Mauro osserva che la questione della lingua in Europa “è una questione politica di democrazia, di partecipazione paritaria delle popolazioni al governo dell’Unione” (p. X). Nelle pagine seguenti il linguista sostiene appassionatamente e con solidi argomenti storici la causa del multilinguismo, tuttavia nelle conclusioni si schiera dalla parte del globish (l’inglese globale):

Ma a quale lingua soprattutto rivolgerci nella vita civile e politica di una piena democrazia unitaria dell’Europa? […]. Se vogliamo un’Europa in cui i cittadini, per riprendere l’idea di Aristotele, parlino una lingua per discutere e decidere insieme “che cosa è giusto e che cosa no” per la comune pólis europea, oggi questa lingua è senza dubbio l’inglese (p. 82).

Sebbene l’adesione di De Mauro sia tutt’altro che acritica, la sua tesi è molto diffusa nelle élites occidentali.Si prende volentieri atto (in modo assai meno sofisticato del noto linguista) del dominio di certe forze e si conclude che tanto vale accodarsi a esse per non soccombere. Ma chi e che cosa riguarda questa sopravvivenza? Siamo sicuri che le nostre istituzioni, le nostre società, i nostri territori e le nostre memorie possano trarre benefici dal monolinguismo anglofono e dai suoi collegati politico-culturali? De Mauro crede sia possibile portare nell’uso dell’inglese “tutta la ricca varietà di culture, di significati e di immagini delle diverse lingue, senza abbandonarle” (p. 83). Pur ammettendo che ciò sia possibile, dobbiamo però verificare le attuali forze in campo.

Secondo l’ultima edizione di Ethnologue nel mondo esistono 7.106 lingue, ma le prime 8 lingue sono parlate dal 40,3% della popolazione mondiale (più di due miliardi e mezzo di persone) e la percentuale sale al 79,4% per le prime 88 lingue. Secondo Ethnologue le lingue di origine europea sono 285, il 4% delle lingue parlate nel mondo, ma coloro che le parlano sono più di un miliardo e mezzo di persone, il 26,3% della popolazione mondiale. Secondo l’indice di diversità linguistica (ILD), messo a punto dal gruppo di ricerca Terralingua.org,“dal 1970 c’è stato un calo del 20% nella diversità linguistica globale” e “all’erosione della diversità linguistica si affianca l’erosione dei saperi ambientali (i cosiddetti TEK, Traditional Environmental Knowledge) codificati nelle lingue.”

Tale processo di assorbimento o scomparsa della diversità linguistico-culturale è uno dei temi che marcano in modo più profondo l’epoca che viviamo. Il problema delle lingue infatti non è solo un problema di democrazia e partecipazione/inclusione sociale, ma è sempre più collegato alla diversità biologica, per questo oggi si parla di biocultural diversity. Lingue e vita, culture e colture, sono strettamente intrecciate ed è chiaro che la varietà e la ricchezza di entrambe sono condizione necessaria per una mutua sopravvivenza.

La scelta dell’inglese non può essere neutra perché è collegata a un preciso progetto geopolitico. Esattamente il contrario degli “imperi tolleranti” di cui parla De Mauro (l’impero asburgico, e persino quello romano, ecc.). Per la prima volta nella storia questo progetto si serve di un codex universalis, il software, i cui linguaggi si basano sull’inglese. Così come largamente anglofoni sono i loro proprietari: Google, Microsoft, Apple, IBM, Facebook, ecc. Attraverso le molteplici estensioni di questo codice, a cominciare dai social media, viene esercitato un potere e un controllo sulle masse che va ben oltre lo scenario degli imperi coloniali moderni. Ricordiamoci le proporzioni dello scandalo datagate: secondo un documento del gennaio 2013 la National Security Agency statunitense e la sua gemella britannica (GCHQ) in un mese raccoglievano qualcosa come 181 milioni di record, tra metadati e contenuti (testi, audio e video). Sono proporzioni senza precedenti nella storia del pianeta, anche perché vi sono prove che ogni traccia che lasciamo nella rete rimanga “per sempre”.

E che cosa hanno in comune il sistema di spionaggio globale di NSA e GSHQ, i protocolli di Internet e la retorica della scienza? Semplice: la lingua inglese. Ciò che pare sfuggire a De Mauro è che l’inglese è una lingua proprietaria e questo capitale genera un surplus economico che a sua volta si declina in potere economico, militare e politico. Accettare l’inglese vorrebbe dire dare ancora più potere a chi ha già tutto. È di questo capitale che dovremmo parlare, senza il quale qualsiasi démos, come dimostrano gli ultimi anni, rischia di essere divorato da un insaziabile oíkos.
In un’ottica di giustizia redistributiva, come proposto all’indomani della crisi finanziaria del 2008 (non ultimo il ciclone Piketty), chi ha di più dovrebbe pagare di più, chi possiede un vantaggio competitivo dovrebbe accettare limiti e contrappesi. Perciò l’unico modo in cui sarebbe possibile accettare l’inglese come lingua veicolare è chiedendo agli anglofoni, cioè i proprietari della gallina dalle uova d’oro, di rinunciare a parte dei loro “introiti”. Infatti, il problema non è tanto accettare il dato di fatto del globish come lingua parlata nel mondo, ma i rapporti di forza che si stabiliscono su altri livelli, per esempio quello della ricerca scientifica (che vuol dire brevetti, tecnologia, ecc.). L’economista ungherese Lukács è stato fra i primi a parlare di una tassa sui proventi del capitale linguistico. Un altro economista e linguista, Michele Gazzola, ha pubblicato una serie di studi sugli svantaggi del monolinguismo anglofono nella UE e in uno di questi scrive:

Se l’inglese fosse l’unica lingua ufficiale della UE-24 la metà circa della popolazione residente sarebbe totalmente esclusa dalla comunicazione. Il tasso di esclusione linguistica sale all’81% se interpretiamo per esclusione anche un accesso non agevole ai documenti. A tal proposito va subito precisato che la differenza concettuale fra inglese e ‘English as a Lingua Franca’ o ELF è priva di qualsiasi rilevanza nella valutazione dell’efficacia e dell’equità delle politiche linguistiche.
[…] Il regime multilingue è molto più efficace di un regime monolingue basato solo sull’inglese o di un regime oligarchico. In secondo luogo, esso risulta essere alla prova dei fatti la politica linguistica che crea meno diseguaglianze non solo fra Paesi ma anche fra residenti con status socio-economico diverso. Una politica linguistica restrittiva (monolingue od oligarchica) genererebbe significative diseguaglianze fra gruppi sociali per quanto riguarda l’accesso alla comunicazione con le istituzioni comunitarie, penalizzando in particolar modo i più anziani, i residenti facenti parte delle fasce di reddito meno alte, i residenti con un livello di istruzione medio-basso, i disoccupati, i disabili e a quelli che si dedicano ai lavori domestici (una categoria spesso collegata al genere). Al contrario, una politica linguistica multilingue fondata su un uso intensivo della traduzione e dell’interpretariato, anche se a un costo non nullo, rende possibile nelle attuali circostanze storiche una comunicazione più inclusiva. In questo senso i risultati qui esposti sembrano dare sostegno empirico all’idea secondo cui un regime linguistico multilingue può contribuire alla coesione sociale in Europa. (Gazzola 2014)

Winston Churchill nel 1943 pronunciò un famoso discorso a Harvard preconizzando la globalizzazione anglofona attraverso la colonializzazione dell’immaginario (“the empire of the mind”). Dunque perché mai dovremmo rinunciare a cedere parte della nostra sovranità espressiva e semiotica senza avere nulla in cambio? Perché di proprio questo si tratta: colonialismo linguistico, come scrive da trent’anni Robert Phillipson:

‘Linguistic imperialism’ is shorthand for a multitude of activities, ideologies and structural relationships. Linguistic imperialism takes place within an overarching structure of asymmetrical North/South relations, where language interlocks with other dimensions, cultural (particularly in education, science and the media), economic and political. (Phillipson 1997)

È possibile reagire? E come? Innanzitutto affermando chiaramente che questa situazione è ingiusta e insostenibile per la stragrande maggioranza degli uomini e delle donne del pianeta. Qui non vale nemmeno più la distinzione Nord-Sud, anzi, le realtà più vicine al “centro” rischiano di essere assorbite molto più velocemente dei margini. È necessario mettere in atto, per usare un termine ghandiano, una Satyagraha linguistico-culturale a livello globale. La lotta per la giustizia linguistico-culturale può essere realizzata in vari modi. Prima di tutto attraverso l’introduzione di una serie di ‘tasse linguistiche’ progressive e diversificate in vari ambiti e luoghi (es. basandosi sulle competenze linguistiche registrate da strumenti di rilevazione ufficiali, come Eurobarometer, ecc.). La domanda successiva è: perché non sollevare, anche per le lingue intese come strumento di espressione della conoscenza (per es. nella scienza), la cosiddetta eccezione culturale? “L’eccezione culturale” fu introdotta in Europa grazie a Mitterand e Lang negli anni Ottanta ed è rimasta uno strumento per la difesa del patrimonio culturale europeo. La differenza è che l’eccezione linguistica, oltre a poter essere applicata a livello globale, non riguarderebbe solo i prodotti, ma per la prima volta anche i processi che ne sono alla base. Non solo la cultura e la conoscenza che vengono prodotte (film, musica, letteratura – ma anche ricerca, brevetti, tecnologia…), ma in che lingua vengono prodotte. Impossibile? Non è vero, il rispetto e la valorizzazione della diversità linguistico-culturale è previsto nella Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale UNESCO del 2001, dove si chiede agli stati di intervenire per tutelare il multilinguismo e la diversità culturale.

Se poi qualcuno avesse paura che troppe regole sfocino in un “protezionismo culturale” (senza il quale, per altro, l’industria culturale europea sarebbe scomparsa), si possono studiare anche altri modi, più soft e più graduali per poter bilanciare lo squilibrio. Si potrebbero prevedere, come accade in molte parti del mondo con il genere, le etnie e le minoranze in genere, meccanismi di “quote” per frenare i privilegi anglofoni.

Uno dei principi cardini della rivoluzione americana fu “no taxation without representation”. Il rovescio di questo principio dovrebbe essere: “taxation against overrepresentation”. Se hai un monopolio, le strade sono due: o rinunci al monopolio, caso impossibile nel caso della lingua inglese, oppure fai delle concessioni ai competitor. In questo modo non si discriminerebbero gli anglofoni ma si permetterebbe agli altri di gareggiare, se non ad armi pari, almeno senza un braccio legato dietro la schiena…

Se tutte le lingue e le altre culture devono essere sullo stesso piano e siamo tutti d’accordo nell’evitare l’estinzione delle diversità, allora questa forse è una delle poche strade percorribili. Non stiamo in fondo chiedendo poi tanto: se persino l’ex capo della FED Alan Greenspan era d’accordo su una serie di correttivi allo strapotere del capitale finanziario globale, non si capisce perché il capitale linguistico anglofono debba sottrarsi a una richiesta di maggiore equità.

La globalizzazione economica, ovviamente, non è targata solo inglese (ma anche cinese, russa, ecc.), ma è proprio per questo che tassare i proprietari dell’inglese è necessario: per introdurre il principio che tutti abbiamo diritto alle pari opportunità espressive e che non possiamo permettere che le nostre culture (tutte le culture) siano sottorappresentate, inglobate e alla fine scompaiano, lasciando mute le nostre memorie bio-culturali più profonde.


*Ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il Dipartimento di Scienze Politiche di Roma Tre
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