27 luglio 2015

Gli italiani sono xenofobi? No, solo disperati!

Gli italiani sono xenofobi? No, solo disperati!
Spesso una certa fetta del paese e dell’opinione pubblica accusano gli italiani di essere razzisti, non aperti alla diversità. Ma siamo sicuri che abbiano ragione loro e non ci sia, invece, un’emergenza insostenibile per lo Stato italiano?

– di Michele Orsini –

Quinto di Treviso e Casale San Nicola a Roma: nell’arco di pochi giorni è esplosa in diversi luoghi la protesta per l’arrivo di immigrati. La situazione più grave si è verificata nella capitale, dove la polizia ha manganellato i manifestanti, donne e anziani compresi, e per di più il prefetto Gabrielli ha definito la loro protesta “indecente e indecorosa”, accusando i cittadini di essersi fatti “strumentalizzare dall’estrema destra”. Stupisce la dichiarazione: “Io non mi sono mai sottratto al confronto ma avrei apprezzato un atteggiamento più onesto. Sarebbe stato meglio che mi avessero detto semplicemente: noi gli stranieri qui non li vogliamo”. Infatti non li vogliono! Cos’avrebbero espresso di diverso e di ambiguo?
Il prefetto ha poi aggiunto che “arriveranno altri profughi”, “l’unico percorso serio è quello di un recupero del buon senso” e che se si ripetessero le proteste “andremo avanti”, parole sprezzanti, che implicano che le richieste dei cittadini sono insensate e non verranno prese in minima considerazione.

Se a Roma i manifestanti si sono limitati a presidiare la zona per impedire l’ingresso dei migranti nella struttura loro riservata, a Treviso la protesta era stata ben più violenta, col mobilio degli alloggi adibiti all’accoglienza gettato in strada e dato alle fiamme, eppure il sindaco di Treviso, Giovanni Manildo, nonché il governatore del Veneto, Luca Zaia, l’avevano sostenuta. Seppur la disperazione degli abitanti di molte città del Nord, sottoposte ai cattivi frutti della gestione del caos immigratorio da parte del governo, che dei politici prendano un certo tipo di posizioni ci è sembrato davvero eccessivo. Certi gesti di vandalismo non andrebbero sdoganati, in particolare da chi milita in un partito che mette legalità e sicurezza da sempre al centro dei suoi programmi e, per di più, ricopre un ruolo istituzionale.
Ancora peggio ha fatto Sandro Zaffiri, vicepresidente del consiglio regione delle Marche che su Facebook ha minacciato Gabrielli di dargli (sic!) l’olio di ricino. La Lega l’ha sospeso, ma forse a una parte della base la sua uscita è piaciuta. Di certo discorsi di questo genere nuocciono alla causa di chi vorrebbe porre un freno all’immigrazione.

Fa specie poi che mentre il prefetto di Roma riceve la solidarietà del PD, la sua collega di Treviso, Maria Augusta Marrosu, venga silurata dal Ministro Alfano, senza che Renzi dica nulla. Gabrielli accusando i manifestanti di farsi strumentalizzare ha in pratica dato loro degli imbecilli, come il coro dei favorevoli all’immigrazione fa regolarmente con le persone che non sono d’accordo con loro. Dalle immagini televisive invece si vedeva che la maggior parte di coloro che sono scesi in piazza a Roma non avevano bandiere di partito, erano solo dei cittadini esasperati. C’era una minoranza di militanti di Casa Pound, ma bisogna capire se avessero proposto loro l’iniziativa oppure se vi si fossero soltanto accodati.
Viene da chiedersi quanto vengano poi strumentalizzati la generosità e lo spirito d’accoglienza, da sempre propri al popolo italiano, da chi vuole un’immigrazione senza freni. E tra questi non c’è solo la sinistra, ma molto spesso anche la destra economica: l’idologia liberale del resto prevede la circolazione di capitali, merci, persone. La Lega presalviniana che già tuonava contro l’immigrazione, riceveva moltissimi voti da imprenditori le cui fabbriche erano piene di extracominitari, disposti a lavorare per salari che gli italiani ritenevano giustamente da fame…


Gli stessi immigrati sono strumentalizzati, sia da un punto di vista politico, perché portano voti indirettamentre ma anche direttamente quando possono votare, che da un punto di vista economico poiché, come ha detto qualcuno, con loro “si fanno più soldi che con la droga”. Insomma l’argomento immigrazione è caldissimo e in entrambe le fazioni c’è chi sembra fare di tutto per esasperare i toni. Non fa eccezione l’idea ‘politically correct’ che pretenderebbe l’uso del termine ‘migranti’, poiché ‘immigrati’ sarebbe denigratorio; argomentazione che non tiene, in quanto il significato di migrante è semplicemente più estensivo. Chi si oppone all’immigrazione viene accusato d’essere ignorante e razzista e di fronte a certe dichiarazioni non si può negare che esista questa componente, d’altra parte anche il buonismo di chi caldeggia un’accoglienza a tutti i costi denota una certa dose d’ignoranza o d’ideologia, tale da impedire una comprensione completa del fenomeno migratorio di massa e delle sue implicazioni.

Un’altro termine usato spesso per le persone schierate contro l’immigrazione è ‘xenofobo’. Per la ‘Enciclopedia Treccani delle scienze sociali’ la xenofobia è “paura dello straniero”, che “si manifesta attraverso comportamenti e atteggiamenti di rifiuto nei suoi confronti”. La struttura di parole come xenofobia e omofobia, che pur hanno un significato soprattutto politico o sociologico, coincide con quella dei nomi di fobie (es. agorafobia), che sono dei disturbi psicologici. La fobia, in psicopatologia, non è semplice paura, bensì una paura eccessiva ed irrazionale. Se dovessimo pensare alla xenofobia come a una nuova categoria diagnostica essa potrebbe attagliarsi al caso di una persona che provi timore di fronte ad ogni straniero che incontra o rischia di incontrare: il suo comportamento potrebbe somigliare a quello di un agorafobo che, spaventato dagli spazi aperti, non esce quasi mai, poiché ora è quasi impossibile uscire senza incontrare persone che per caratteristiche morfologiche o per il vestiario o ancora per la lingua non ci appaia come straniero; esserne troppo spaventati può risultare invalidante e patologico. Al di fuori di situazioni siffatte l’uso del suffisso ‘fobia’ appare quantomeno fuorviante, poiché la parola in questione viene usata talvolta per indicare un vero e proprio razzismo ma, più spesso, delle paure che non hanno niente di patologico.

Quel che è peggio è che tra questi due livelli si tende a far confusione. Avere paura di ciò che è nuovo e sconosciuto è del tutto ragionevole, fa emergere sani comportamenti di adattamento all’ambiente, come un’attivazione dell’attenzione, un avvicinamente circospetto, che vengono a cadere solo se e quando la situazione nuova venga riconsciuta come non pericolosa. Di fronte al singolo straniero, un pò di cautela è normale, come lo è nei confronti di ogni sconosciuto. Di fronte invece all’immigrazione di massa avere timore ci sembra del tutto comprensibile, checché ne dicano i cantori della bellezza del ‘meltin pot’, esso nasconde più insidie che risorse: per coglierne la problematicità a chi, comprensibilmente, non abbia nessuna voglia di annoiarsi sui testi di sociologia, possiamo consigliare la visione di film come “La venticinquesima ora” di Spike Lee (2002) o “Là-bas. Educazione criminale” di Guido Lombardi (2011).

La diversità, ogni diversità, può essere tanto ricchezza che sciagura. Perché la diversità etnica sia proficua servono dei presupposti che oggi alla nostra società mancano del tutto, a partire da regole di convivenza giuste ed effettive, fino ad arrivare ad uno scopo comune, “una chiamata a genti diverse, originariamente persino ostili, a fare qualcosa di grande insieme”. Oggi noi cosa possiamo offrire, a chi resta e a chi arriva, più che una triste guerra tra poveri?

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