10 luglio 2015

De Benoist: “Vi spiego (senza moralismi) perché il gender è sbagliato”

De Benoist: “Vi spiego (senza moralismi) perché il gender è sbagliato”
Roma, 10 lug – Il suo ultimo libro, I demoni del bene, ha affrontato una delle questioni più spinose degli ultimi tempi, ovvero la cosiddetta“ideologia gender”. Alain de Benoist è un pensatore che non si mai sottratto al confronto serrato con il presente e le sue complessità. Ora, in questa conversazione con Il Primato Nazionale, spiega: “L’ideologia del genere esiste ed è un sogno di indistinzione. Ma attenzione alle critiche che si basano sulla moralità…”.

Il dibattito sulla teoria del genere è bloccato dal fatto che i suoi sostenitori sostengono… che essa non esista. Secondo il movimento lgbt, non c’è mai stata una simile teoria, si tratta soltanto di lottare contro le discriminazioni. La teoria gender, spiegano i militanti gay, sarebbe stata inventata dal Vaticano per dare l’idea di un complotto omosessuale con finalità misteriose e sordide. Insomma, alla fin fine, questa teoria del genere esiste o no, secondo lei ?

Certo che esiste! Cosa sono autori come Judith Butler, Eric Fassin, Monique Wittig e molti altri se non rappresentanti della teoria del genere, ovvero di una teoria che sostiene che le identità sessuali non dipendono in alcun modo dal sesso biologico o dall’appartenenza sessuata. Ma questa teoria non è per nulla il risultato di un “complotto omosessuale”. Essa si fonda sull’idea che l’identità sessuale derivi da una pura “costruzione sociale”, che alla nascita non ci sia alcuna differenza significativa tra maschi e femmine (postulato di neutralità), che l’individuo non debba niente alla natura e che egli possa costruire se stesso a partire dal nulla (fantasma dell’autocreazione). Quanto alla discriminazione, ci sono modi molti differenti di lottare contro di essa. Se parliamo di trattare inegualmente uomini e donne, sono certamente il primo a volerla far scomparire. Ma bisognerebbe anche capire se questa eguaglianza è sinonimo di medesimezza, ovvero se, per stabilire l’eguaglianza fra i sessi, bisogna pure far scomparire la differenza fra i sessi, cosa che io ovviamente non credo. Lo stesso vale per gli “stereotipi”, che non sono altro che delle verità statistiche generalizzate in modo abusivo. Il modo in cui certi immaginano che per “decostruire gli stereotipi” occorra attaccare le nozioni stesse di maschile e femminile rivela che essi aderiscono al postulato di base della teoria del genere, anche quando si difendono da tale accusa.

L’insieme di coloro che lottano contro l’ideologia gender è ampio e variegato. Anche gli argomenti utilizzati sono i più svariati. Ci sono, secondo lei, degli argomenti che dovrebbero essere evitati, che mancano il bersaglio o che fanno il gioco del nemico che pretendono di combattere?

Ci sono in effetti modi molto differenti di criticare l’ideologia del genere. Nel mio libro, I demoni del bene, la critica che ne ho fatto è di ordine esclusivamente intellettuale: io studio questa ideologia per sapere quale sia il suo valore di verità e constato che esso è nullo e dico perché lo è. Negli ambienti cattolici, non viene tanto sviluppata una critica di questo tipo, quanto una critica morale. Il postulato da cui si parte è che la teoria del genere miri a legittimare comportamenti sessuali che sono stati preliminarmente dichiarati “aberranti” o “anormali”, a cominciare dall’omosessualità. Io sono in doppio disaccordo con questa idea. Per prima cosa, ed è un punto fondamentale, io credo che l’obbiettivo della teoria del genere non sia di giustificare tale o talaltro comportamento sessuale ma di negare la differenza fra i sessi, e non è affatto la stessa cosa. Non è un sogno “omosessualista”, è un sogno d’indistinzione. Inoltre non esprimo, da parte mia, alcun giudizio morale sulle preferenze e gli orientamenti sessuali. Del resto non vedo in nome di cosa potrei formulare un simile giudizio. L’omofobia, ai miei occhi, non è che una bestialità tra le altre. Ciò che invece mi sembra importante è di ricordare che il maschile e il femminile esistono indipendentemente dagli orientamenti sessuali. Gli omosessuali non formano affatto un “terzo sesso”, per la semplice ragione che ce ne sono solo due. I gay e le lesbiche sono uomini e donne come gli altri, uomini e donne aventi delle preferenze sessuali minoritarie. Ma minoritario non vuol dire affatto “meno naturali”: una norma statistica non è la stessa cosa che una norma morale. Tutto questo per dire che io non sono fra coloro che criticano la teoria del genere nella speranza di tornare al vecchio ordine morale.

Se è folle pretendere che le differenze tra uomini e donne non esistano o non abbiano a che fare con i loro rispettivi ruoli sociali, è anche vero che oggi i ruoli sociali maschili e femminili devono essere ripensati. Lei è d’accordo?

È un dato di fatto che i ruoli sociali di uomini e donne sono radicalmente cambiati nel corso degli ultimi decenni. La linea di separazione plurisecolare tra una sfera privata femminile e una sfera pubblica maschile si è progressivamente cancellata, con l’integrazione di una vasta maggioranza di donne nel sistema del lavoro salariato. L’avvento della contraccezione, la legalizzazione dell’aborto, la disgiunzione delle responsabilità familiari dagli attributi sessuali, hanno dato alle donne delle libertà che io non rimpiango affatto abbiano avuto. Non sono un nostalgico del patriarcato vecchio stile, che non è mai stato così insopportabile come durante la “Belle Epoque” della rivoluzione industriale e dell’ascesa delle classi borghesi! Credo però che alcune di queste libertà si siano rivelate illusorie. La possibilità data alle donne di lavorare fuori di casa, per esempio, si è rivelata allo stesso tempo una liberazione e una alienazione (a vantaggio del sistema capitalista). E della “rivoluzione sessuale” hanno alla fine approfittato soprattutto gli uomini… La questione è tutta nel sapere se questa trasformazione dei ruoli sociali maschili e femminili deve portare a una negazione o a una sparizione della femminilità e della virilità. Io non lo penso assolutamente. L’appartenenza sessuata non è una questione di organi sessuali (il cervello stesso è sessuato fin dalla nascita), e la de-sessualizzazione di fatto di un certo numero di ruoli e di funzioni non ha certo fatto sparire questa costante antropologica della divisione del genere umano in due sessi. Nello spazio e nel tempo, in seno alle differenti culture, i ruoli sociali maschili e femminili si sono costantemente evoluti (è ciò che non vogliono vedere coloro che ragionano in termini essenzialisti), ma questa evoluzione non ha mai rimesso in causa il fatto che uomini e donne non appartengono al medesimo genere più di quanto non appartengano al medesimo sesso. Ciò che è dunque da ripensare, nel momento presente, è il modo nuovo in cui possono esprimersi ai nostri giorni il maschile e il femminile. L’errore, propagato dalla teoria del genere, sarebbe invece di credere che essi non debbano semplicemente più esprimersi perché non corrispondono più a nulla. Questo sarebbe come pensare che uomini e donne devono ormai concepirsi come individui astratti e non come soggetti incarnati, ovvero fare dell’astrazione dal corpo e dalla carne, dalla seduzione e dal rapporto sessuale. Come dice una femminista francese molto ostile alla teoria del genere, Camille Froidevaux-Metterie: “Perché, dopo essere state solo dei corpi, le donne dovrebbero vivere oggi come se non ne avessero uno?”.

All’interno della teoria gender è possibile identificare una questione più specifica, ovvero quella dell’odio di questa società verso la figura dell’uomo, del maschio e del padre?

Per secoli, all’interno del patriarcato, i valori femminili sono stati costantemente considerati come inferiori ai valori maschili. Nella tradizione cristiana, la donna è stata spesso piazzata, almeno simbolicamente, dal lato della voluttà, della seduzione e dunque del peccato. Tertulliano vi vedeva addirittura “l’antro del demonio”! In epoca classica, le donne sono state egualmente l’obbiettivo privilegiato dei processi per “stregoneria”. Oggi si è invece caduti nell’eccesso inverso. I valori tradizionalmente giudicati come femminili (sensibilità, spirito di aiuto reciproco e cooperazione etc) sono stati piazzati al di sopra dei valori maschili. Tutto ciò che evoca la virilità o la mascolinità suscita sarcasmo, disprezzo o ostilità. La nozione di autorità è discreditata nel suo principio – anche se nella vita reale essa resta onnipresente, sotto forme spesso ipocrite. Parallelamente, il bambino (sempre considerato nel passato come carnalmente più legato alla madre che al padre) è fatto oggetto di una idolatria senza precedenti. Un tempo il crimine supremo era il parricidio, oggi è l’infanticidio. Questa situazione non è preferibile al regno del maschile. Essa ne costituisce l’inversione simmetrica. Non si esce dalla mancanza di equilibrio quando si sostituisce il patriarcato con il matriarcato. Ciò che è specialmente preoccupante nel crollo della figura paterna è il fatto che il padre non può più esercitare il ruolo che deve naturalmente svolgere: incarnare la Legge simbolica che permette al bambino di mettere fine alla “fusione materna” propria alla prima infanzia, ovvero, più semplicemente, di entrare nell’età adulta. La destituzione dei valori virili conduce gli uomini a dubitare di se stessi, cosa che deteriora gravemente i rapporti fra i sessi. Il crollo della funzione paterna produce una generazione di narcisisti immaturi che non hanno mai risolto il complesso di Edipo. Questa evoluzione è uno degli aspetti centrali della società postmoderna che si dispiega sotto i nostri occhi.

(a cura di Adriano Scianca)

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