10 luglio 2015

Con il referendum non c’è legge che tenga

Con il referendum non c’è legge che tenga

Di fronte a scelte storiche, se il popolo si esprime direttamente può andare oltre le norme. Ecco perché un voto sull’euro in Italia non è impossibile

Ce ne ricorderemo a lungo, di questo referendum greco. Non solo per le sue conseguenze economiche, ancora tutte da esplorare. Non solo per gli effetti circa il futuro dell’Unione europea, sempre più fragile e precaria. Era (è) la democrazia, la vera posta in gioco. Quale modello ne esce fuori? E quale lezione possiamo trarne noi italiani?

Una su tutte: nei momenti di crisi, entrano in crisi anche le regole. E l’esperienza greca ha offerto un vasto campionario d’infrazioni e inadempienze. Falsi sondaggi, come quello della Gpo poi smentito dall’azienda. Errori nella traduzione dei documenti (34 pagine) allegati al referendum. Anzi: allegati per modo di dire, dato che la «proposta dei creditori» poteva leggersi soltanto sul sito web del ministero dell’Interno, in un Paese nel quale la metà della popolazione non ha mai usato Internet. Voti sequestrati: quelli dei 200 mila greci residenti all’estero, cui è stato impedito di votare nelle ambasciate, a differenza delle ultime Europee. Polemiche sull’uso di un’unica scheda (più facile da falsificare) anziché due, com’era accaduto nel referendum del 1974 fra Monarchia e Repubblica.

Colpa, forse, dell’urgenza con cui è stata allestita questa giostra: 6 giorni di campagna elettorale, poi le urne. E l’urgenza non sopporta costrizioni: «Necessitas non habet legem», dicevano i latini. Nel caso di specie, si è svincolata perfino dalla regola più ovvia, che imporrebbe di rivolgere un quesito comprensibile al corpo elettorale. Come prescrive, in Grecia, una legge del 2011. Ma il quesito era tutt’altro che chiaro, mentre i greci non hanno avuto tempo per farsene un’idea. Tanto da meritare una bacchettata dal Consiglio d’Europa: referendum non in linea con gli standard internazionali. Aveva inoltre per oggetto una proposta - il piano europeo di aiuti del 25 giugno - nel frattempo ritirata; a prenderlo alla lettera, si direbbe un referendum sulla storia, non sulla politica. Infine la Costituzione greca (art. 44) esclude le consultazioni popolari su questioni che investano «la situazione finanziaria dello Stato». Ma il voto del 6 luglio ha investito come un treno le finanze statali. Non a caso ne era stata denunziata l’incostituzionalità; il Consiglio di Stato, viceversa, ha acceso il verde del semaforo.

CHE ALTRO AVREBBE mai potuto fare? I tribunali costituzionali funzionano nei tempi di pace, non durante le guerre. Non possono opporsi al vento della storia, né del resto difendere le garanzie di libertà quando la libertà è sotto le bombe. Era infatti questo il vero oggetto del quesito: se i popoli abbiano la libertà di decidere sul loro destino. I greci l’hanno capito, magari ricordando che la democrazia diretta - 25 secoli fa - ricevette proprio in quella terra il suo battesimo. E hanno detto in maggioranza «Oki» (no) al piano europeo, ma una maggioranza ancora più estesa - il 62% dell’elettorato - ha detto «Nai» (sì) al referendum, semplicemente andandolo a votare. Sicché la critica ripetutamente mossa a Tsipras, accusato d’usare il suo popolo come un’arma negoziale, è rimbalzata addosso ai critici.

DA QUI UNA LEZIONE di cui dovremmo far tesoro. Dopotutto, noi italiani sappiamo già che i referendum s’allargano ben oltre il loro quesito; dopo quello del 1985 sulla scala mobile, per esempio, l’effetto fu l’isolamento del Pci. Sappiamo che l’onda referendaria rompe gli argini giuridici; e così, benché la nostra Carta non preveda il referendum propositivo, nel 1993 Segni ci avviò alla seconda Repubblica con un quesito formalmente abrogativo, sostanzialmente innovativo, lavorando di forbici sulla vecchia legge elettorale. Sappiamo infine che la Costituzione italiana non fa spazio ai referendum consultivi, come quello votato dai greci; e che esclude dalla consultazione popolare sia i trattati internazionali che la materia tributaria. Un referendum sull’euro e sull’Europa, dunque, in Italia sarebbe inammissibile.

Però non è detto, non ci si può giurare. Nei referendum c’è come «un’apparizione di potere costituente», sosteneva Carlo Mezzanotte. E il potere costituente non soggiace a regole, le crea. In questo tempo, segnato dal rifiuto della delega e dalla crisi delle istituzioni sovranazionali, la nuova regola ha un’etichetta greca: decide il popolo, ciascun popolo da solo.
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