10 luglio 2015

Almeno 550 donne occidentali nel jihad: chi le arruola e perché stanno migrando verso l'Isis

Almeno 550 donne occidentali nel jihad: chi le arruola e perché stanno migrando verso l'Isis

Spose e piccole Mulan, se il Jihad è (anche) donna

di Augusto Rubei*

Il 17 luglio 2008 due soldati dell'esercito americano e due agenti dell'FBI impiegati in Afghanistan fermano una donna per le strade di Ghazni, una città di circa 150mila abitanti su di un altopiano a nord-est del Paese. Le chiedono i documenti. Lei tira dritto, desta sospetti, e viene arrestata. Addosso le trovano cianuro di sodio, dei foglietti illustrativi su come fabbricare armi chimiche e un ordigno esplosivo. Così decidono di portarla negli uffici della polizia locale per interrogarla. Arrivati alla stazione uno dei due soldati poggia il suo M4 accanto agli stivali. È un attimo, la donna glielo sfila e glielo punta in faccia, poi urla qualche parola in inglese: "Cazzo, fuori di qui, Allahu Akbar". Quella donna oggi è detenuta negli Stati Uniti presso la base militare di Fort Worth, Texas. Per anni è stata la terrorista più ricercata al mondo, conosciuta come 'Lady al Qaeda'. All'anagrafe Aafia Siddiqui.

Almeno 550 donne occidentali nel jihad. Aafia non è la sola ad aver imbracciato le armi e giurato fedeltà al jihad. In questi giorni l'arresto dei familiari della foreign fighter italiana Maria Giulia Sergio, convertita all'Islam da Inzago, nel milanese, per arruolarsi in Siria, apre nuovamente il dibattito intorno ai motivi e alle cause che negli ultimi anni hanno spinto centinaia di ragazze a sposare la causa della "guerra santa". Dalla proclamazione del Califfato di al Baghdadi, il Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence di Londra ha stimato che almeno 4.000 cittadini occidentali si sono uniti al conflitto in Iraq e Siria. Di questi, circa 550 sarebbero donne, tutte emigrate dall'Europa nei territori controllati dall'Isis, pronte ad accettare le restrizioni del regno e a ingoiare ogni sorta di limitazione imposta dalla sharia pur di guadagnarsi un posto sul campo di battaglia.

Chi arruola le donne e perché. Secondo un rapporto di Site, l'agenzia Usa che monitora il jihadismo sul web, oggi sono diversi i gruppi terroristici che ospitano donne tra le proprie fila. Nell'articolo 12 del suo statuto, Hamas sostiene che "resistere e reprimere il nemico diventa il dovere individuale di ogni musulmano, maschio o donna. Una donna può combattere il nemico senza il permesso del marito, così come fa lo schiavo senza il permesso del padrone". Anche i somali di al Shabaab hanno dimostrato un'apertura in questo senso: Samantha Lwethwaite, in arte la "Vedova Bianca", ne è la musa ispiratrice. Prese parte al violento attacco sferrato due anni fa al Westgate, il lussuoso centro commerciale di Nairobi, e da allora nessuno l'ha più vista. I nigeriani di Boko Haram hanno fatto spesso ricorso all'uso di donne e bambine kamikaze, ciononostante il loro approccio al genere femminile è del tutto strumentale: ne fanno ricorso, sembra, per sopperire all'insufficienza di uomini sul terreno in un momento in cui le truppe militari di Camerun e Ciad hanno fortemente ridimensionato le ambizioni della formazione islamista guidata da Abubakar Shekau.

Migrare verso l'Isis. Per quanto riguarda lo Stato Islamico, i video del terrore conditi da time lapse e diffusi in rete, le ripetute minacce all'Occidente rilanciate attraverso un uso senior della comunicazione virtuale e, non per ultimo, la cementificazione del potere giunta con la realizzazione di un'entità statale indipendente, hanno contribuito a condizionare fortemente l'universo femminile, aprendo le porte a una radicalizzazione nuova e per certi versi innovativa. Tra le giovani velate che hanno aderito all'Isis l'aspetto migratorio assume infatti un valore di assoluta rilevanza. Prima dell'avvento dello Stato Islamico erano solite avvicinarsi all'integralismo dopo esserne entrate materialmente in contatto. Con la rete, però, molto è cambiato e la scala di reclutamento si è rimodellata. Le motivazioni che guidano la migrazione "rosa" verso l'Isis sono molto simili a quelle che guidano la migrazione maschile.

Come gli uomini, il viaggio si intraprende sulla base di specifici "pull factors". Mentre ogni singolo caso di radicalizzazione è diverso, l'uso prolifico dei social media da parte del Califfato ha offerto a ogni singola ragazza una chiave di lettura della vita profondamente alternativa e rivoluzionaria. In Siria la prima ondata di giovani guerrigliere arrivò in un primo momento come risposta alle violazioni dei diritti umani del presidente Bashar al Assad. Dopo di che, il brand ha agito da minimo comun denominatore: hanno iniziato a riscoprire le proprie radici, la guerra le ha unite, come spesso accade, e nonostante possa sembrare un paradosso lasciare la libertà del sistema occidentale per iniziare a guardare il mondo dalle fessure di un niqab, molte di loro hanno solidarizzato costituendosi in rami autonomi e operativi. La brigata al Khanssaa ne è la dimostrazione. Per queste donne, del resto, non è mai stato così importante il concetto stesso di religiosità, bensì la sua apparenza, vale a dire l'aspirazione di mostrarsi comunque devote a un dio, Allah, e dunque a un'idea di specie e natura tutt'altro che secolarizzata.

Il potere del web. Internet è un luogo perfetto per la radicalizzazione femminile, perché contribuisce a creare una cultura di pari opportunità ed emancipazione. Oggi il web è strapieno di giovani donne che esprimono il loro sostegno per lo Stato Islamico e il desiderio di entrare a far parte di Califfato, giocando in questo modo un ruolo fondamentale nella missione di state-building dell'organizzazione. Un rapporto dell'Istituto per il Dialogo Strategico (ISD) pubblicato di recente ha preso in esame i tweet di 12 donne occidentali che hanno viaggiato per unirsi all'IS. Il lavoro, dal titolo "Diventare Mulan", come la leggendaria eroina cinese che si arruolò in un esercito di soli uomini, esplora anche la realtà della loro vita e la potenziale minaccia che esse rappresentano nel mondo. Nei tweet i ricercatori hanno scoperto un legame virtuale molto forte: le donne si scambiavano messaggi, consigli per raggiungere il Medio Oriente e si incoraggiavano a vicenda per compiere violenti attacchi in Occidente. In molte esprimevano la volontà di essere coinvolte compiendo persino decapitazioni. Tuttavia, oggi non vi è alcuna prova che poi le stesse ragazze abbiano partecipato ad atti di violenza. Lasciarsi il passato alle spalle e abbandonare i propri figli è la parte più dura, così come lo è il gap culturale e generazionale che le separa dai genitori grazie all'ausilio della rete che rompe, con risultati imprevedibili, il filo della comunicazione familiare.

Il Corano tace, al Zawhiri risponde. Il ruolo della donna nel jihad è sempre stato un argomento ferocemente dibattuto all'interno della comunità islamica. Erano mogli e madri, guardavano al fronte con timore e fornendo aiuto indiretto ai miliziani. Oggi li sposano, diventano muhajiarat e partecipano direttamente alla lotta armata. Cosa dice il Corano al riguardo? Poco o nulla, al contrario, lascia molto spazio all'interpretazione e alle domande. In teatro di guerra le donne devono rimanere in disparte e occuparsi dei feriti o possono impegnarsi nei combattimenti contro gli "infedeli"? Sono autorizzate a svolgere attacchi kamikaze o devono restare nelle mura domestiche e crescere i propri figli affinché diventino dei valorosi guerriglieri?

Impegno diretto nella lotta armata. Nel 2008 fu l'attuale leader di al Qaeda, Ayman al Zawahiri, a porre il veto su un loro impiego diretto nella lotta armata. Si espresse nel corso di un forum online promosso dalla comunità jihadista che offriva l'opportunità ai musulmani di tutto il mondo di avanzare domande di ogni genere, anche ostili e fastidiose, all'uomo che nel 2011 raccolse poi l'eredità di Osama bin Laden. La lista dei quesiti fu così lunga che al Zawahiri si prese quattro mesi di tempo per mettere nero su bianco le sue idee. Le risposte vennero pubblicate in due tranche: il 2 aprile 2008 la prima; il 21 aprile la seconda. Tra le centinaia di domande recapitate al medico egiziano e signore della guerra, ne giunse anche una di una donna, nickname Ghurba: "Al Qaeda accetta donne nelle sue fila?", le domandò la giovane. La replica di Al Zawahiri non lasciò spazio ad interpretazioni: "La mia risposta alla sorella Ghurba è no".

Le irriverenze delle erinni velate. Una posizione chiara e netta, che ad al Zawahiri costò l'irriverenza di centinaia di "errini velate", deluse e risentite, tanto da inviare migliaia di lettere di protesta ai vertici dell'organizzazione. Una reazione infuocata che spinse persino la signora di casa Omaimah Hassan, moglie di al Zawahiri, a scendere in campo per schierarsi al fianco del biasimato marito. Scrisse una lettera aperta alle "sorelle musulmane" chiedendo loro di sostenere il jihad con tutti i mezzi possibili, esclusa però la partecipazione diretta allo scontro. Voci autorevoli, che non sono riuscite a frenare l'insorgenza di altre piccole correnti di pensiero all'interno di al Qaeda, come quella ad esempio di Abu Musab al-Zarqawi, ex emiro del ramo iracheno ucciso a giugno 2006 e convinto dell'utilità del ricorso alle donne terroriste. Dopo che, nel 2005, la belga Muriel Degauque piazzò il primo attacco suicida di una donna sul territorio iracheno.

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