24 giugno 2015

Non sempre le idee maggioritarie sono dominanti

Non sempre le idee maggioritarie sono dominanti
Quasi un milione di persone. Questo è il numero di coloro che hanno partecipato alla manifestazione contro il diffondersi del comparto ideologico dei cosiddetti “studi di genere” – gender studies – del 20 giugno a piazza San Giovanni a Roma. Fra le polemiche e la solita retorica che le accompagna: cerchiamo di far chiarezza sulla manifestazione e su che cosa si batte di preciso.

– di Alessandro Carocci –

Si sa, le statistiche sul numero dei presenti alle manifestazioni sono sempre approssimative. Al Roma Pride si è parlato di circa 250mila persone, mentre per il Family Day si è parlato di quasi un milione. Oltre ai numeri però sono circolate diverse foto, anche aeree e a campo largo a dimostrare l’enorme affluenza all’evento. Quest’ultimo si è svolto non contro le persone omosessuali in sé, che tra gli altri hanno partecipato assieme a esponenti di Ncd e altri partiti che hanno affermato, però, di muoversi in autonomia e non in nome del partito, ma contro il diffondersi del gender – ampiamente trattato anche su L’Intellettuale Dissidente – che in sintesi è un’insieme di studi e ricerche volti a minimizzare l’impatto del dato biologico – nascere con organi sessuali femminili o maschili non connoterebbe profondamente il genere d’appartenenza – e a massimizzare quello del dato culturale. Insomma, il fatto di essere uomo o donna non dipenderebbe dal sesso biologico ma dalle proprie scelte durante la crescita. In barba a coloro che sostengono che questa “dottrina” non esista e sia un’invenzione dei soliti bigotti-omofobi, gli studi di genere esistono da decenni e si sono sviluppati a partire dal femminismo degli anni ‘60 e dal decostruzionismo francese. Judith Butler, nota filosofa che si occupa di femminismo, nel suo libro intitolato “Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity” (Travaglio di Genere: Femminismo e Sovversione dell’Identità, 1990) afferma: “Il genere non è essere qualcosa, è fare qualcosa… un fare più che unessere”.

Ad essere contestate, dunque, non sono delle persone, ma delle idee che possono disturbare la crescita dei bambini, delicata e fin troppo fragile. Ma sul piatto degli oggetti contestati di questa manifestazione a-partitica, a-confessionale e a-ideologica – anche se l’Ansa e il Fatto Quotidiano hanno parlato di “cattolici in piazza”, speriamo non in malafede – c’erano anche due disegni di legge: il ddl Scalfarotto e il ddl Cirinnà. Il primo, citando direttamente il testo del ddl, prevede “La reclusione fino a un anno e 6 mesi o la multa fino a 6.000 euro o lo svolgimento di un lavoro di pubblica utilità, anche in favore delle associazioni che tutelano le persone omosessuali, transessuali, transgender ecc. per chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi fondati sull’omofobia o transfobia”. E’ chiaro che in assenza di una discriminante o di un modello che chiarisca cosa sia “istigazione” o meno il rischio di strumentalizzazioni in grado di intaccare la libertà di espressione è alto. Circa il secondo ddl in questione, vengono inseriti nello stesso spazio unioni civili ed adozione, così da obbligare a votare in blocco l’una e l’altra, anche se si è d’accordo solo con una e con l’altra no.

Un altro problema che è sorto negli ultimi mesi è quello del nuovo modo di affrontare coloro che non condividono l’inserimento nella società di determinate idee, in pieno stile “pensiero dominante”. Basta essere sufficientemente pratici di social-network per notare come sia stato trattato il Family Day e chi vi ha partecipato. I manifestanti sono stati definiti come omofobi, fascisti, catto-fascisti, bigotti, medievali – come se il Medioevo non avesse partorito Dante, Petrarca, Boccaccio, Giotto, la bussola, i grandi poemi epico-cavallereschi e non sia stato il seme del mondo moderno – e retrogradi. Insomma, un vero calderone di offese da stadio che non fa altro che incendiare la polemica in modo infruttuoso e, anzi, distruttivo; come se non bastassero le strumentalizzazioni dei diversi mezzi di informazione, come i già citati Ansa e Fatto Quotidiano, ma anche Repubblica che parla di “Spettro Gender” – come per far passare i manifestanti come circa un milione di Don Chisciotte. Non sono mancate uscite poco felici, come quella di Scalfarotto che ha parlato di “manifestazione inaccettabile”. La domanda dunque sorge spontanea: anche Agapo (Associazione Genitori e Amici di Persone Omosessuali) e diversi omosessuali hanno partecipato, sono omofobi anche loro?

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