24 giugno 2015

ISTAT: EQUITÀ ADDIO GRAZIE AI TAGLI ALLA SANITÀ E AL RIENTRO DEL DEBITO

ISTAT: EQUITÀ ADDIO GRAZIE AI TAGLI ALLA SANITÀ E AL RIENTRO DEL DEBITO
C’è una forte correlazione fra tagli alla Sanità ed equità del servizio sanitario e le Regioni costrette a rientrare dei debiti non riescono ad assicurare livelli essenziali di assistenza: è questo il quadro che esce dal rapporto annuale ISTAT riguardo alla salute.

Il rapporto diretto fra spesa pubblica pro-capite e soddisfazione per la qualità del servizio erogato è esplicitato da questi grafici:

Fonte: Ministero delle Finanze relazione generale 2014


Le Regioni che hanno una spesa pro-capite superiore ai 1.990 euro sono quelle con un servizio percepito migliore. La regione che spende meno è la Campania con 1.755 euro, mentre i valori massimi, superiori a 2.300 euro, si registrano in Valle D’Aosta e nelle Provincie autonome di Bolzano e Trento, dove sono anche più elevate le dotazioni medie di personale sanitario a fronte di prevalenze nettamente più basse di popolazione in cattive condizioni di salute. Quote elevate di persone con problemi di salute (più di un quinto della popolazione totale) si rilevano in Umbria, Sardegna, Emilia-Romagna, Marche, Friuli-Venezia Giulia, Puglia e Abruzzo. Tra queste, una situazione critica si osserva per le Regioni in piano di rientro che hanno bassi livelli di dotazione di personale sanitario e ricevono un finanziamento inferiore a quello correlato al bisogno (1.810 euro per abitante in Puglia, 1.890 nelle Marche e 1.915 in Sardegna).

Il grado di soddisfazione del SSN è comunque alto: la maggioranza della popolazione adulta (60,8%) ha valutato positivamente il servizio sanitario pubblico, con l’attribuzione di punteggi che variano tra 6 e 10, valutazione stabile rispetto al 2005. Tuttavia, il giudizio complessivo nasconde diseguaglianze territoriali, che si sono accentuate rispetto al 2005. Nel Nord aumenta la quota dei cittadini che ritiene molto soddisfacente l’attività del servizio sanitario pubblico: quasi il 30% si dichiara molto soddisfatto (con punteggi da 8 a 10). Al Sud la quota non raggiunge il 10%.Nel tempo i giudizi si sono polarizzati, con l’aumento complessivo dei molto soddisfatti al Nord e dei molto insoddisfatti, soprattutto nel Sud, dove quasi una persona su tre esprime un giudizio negativo (con punteggi da 1 a 4). Nel Lazio – una delle regioni con un piano di rientro particolarmente oneroso – si registra un netto incremento della quota di insoddisfatti, pari a 8 punti percentuali.



Rimane alto comunque il livello di soddisfazione di chi ha usufruito di una visita specialistica a carico del servizio pubblico: il 71,5% di chi ha fruito di una visita o un accertamento di tipo specialistico ha infatti espresso un giudizio di eccellenza sulla qualità complessiva dell’ultima prestazione, con punteggi tra 8 e 10. In questo caso le differenze territoriali del livello di soddisfazione sono meno pronunciate rispetto a quelle per il giudizio complessivo sul SSN, soprattutto per effetto di valori più alti nel Mezzogiorno; infatti, anche nelle regioni che si collocano nella parte più bassa della graduatoria (Molise, Campania, Calabria), la maggioranza di coloro che si sono sottoposti a una visita o un accertamento specialistico a carico del servizio sanitario pubblico assegna un punteggio che varia da 8 a 10. Nonostante ciò, resta evidente la distanza del Nord dalle regioni del Mezzogiorno e da alcune del Centro: si è più spesso molto soddisfatti delle visite o degli accertamenti specialistici a Trento (con un rischio relativo quasi doppio rispetto alla Sardegna presa come riferimento), a Bolzano, in Emilia-Romagna e Lombardia, mentre livelli più bassi si osservano nelle regioni del Mezzogiorno ma anche in gran parte del Centro.


Da ultimo merita un esame il problema, acuitosi con la crisi, della rinuncia alle prestazioni sanitarie o all’acquisto di farmaci per le condizioni economiche o per carenza delle strutture di offerta. Il 9,5% della popolazione non ha potuto fruire di prestazioni che dovrebbero essere garantite dal servizio sanitario pubblico per motivi economici o per carenze delle strutture di offerta (tempi di attesa troppo lunghi, difficoltà a raggiungere la struttura oppure orari scomodi). Le fragilità si concentrano, ancora una volta, su alcuni soggetti e su specifiche aree. Nel Nord-ovest si registra la quota più bassa (6,2%) di rinuncia per motivi economici o carenza dell’offerta, mentre nel Mezzogiorno la quota è più che doppia (13,2%). Tuttavia lo svantaggio per chi ha una condizione economica meno favorevole è maggiore nel Nord. Osservando le differenze regionali, tenendo sotto controllo le caratteristiche socio-demografiche e gli altri fattori che hanno un impatto sul fenomeno, emerge una netta separazione tra Centro-nord e Mezzogiorno a svantaggio di quest’ultimo. Fa eccezione il Lazio, che presenta un rischio del 60% superiore alla regione di riferimento, confermando una situazione decisamente peggiore rispetto alle altre regioni del Centro. Il rischio più basso di rinuncia si rileva nelle Province autonome di Trento e Bolzano, in Valle d’Aosta e in Lombardia.

Questa è la rappresentazione per zone territoriali:


Come si può notare sono soprattutto le famiglie con scarse o insufficienti risorse economiche a rinunciare alle prestazioni, ma al Sud si registra anche un 7,5% di rinunce non causate da problemi economici, bensì da carenze strutturali dell’offerta sanitaria.

Il quadro complessivo che si ricava è quello di un servizio sanitario pubblico comunque di qualità, che sconta una forte polarizzazione Nord-Sud a causa dei tagli alle Regioni ed alla necessità di rientro dal deficit di alcune di esse, acuito dalla crisi economica.

Anche a livello regionale quindi, la persecuzione del pareggio di bilancio provoca squilibri che si riflettono in un peggioramento della tutela dei diritti dei cittadini ed in una minore equità sociale.



Posta un commento

Facebook Seguimi