26 giugno 2015

«COSÌ IL FISCO SI BEVE LA NOSTRA BIRRA. MA A SPESE VOSTRE»

«COSÌ IL FISCO SI BEVE LA NOSTRA BIRRA. MA A SPESE VOSTRE»
Ci auguriamo che il caldo dell’estate possa portare un aumento dei consumi di birra, tipica bevanda rinfrescante della stagione. Sempre che questa non sia un’estate inaspettatamente piovosa come quella del 2014», scherza Alberto Frausin, presidente di Assobirra. Lanciando a Milano la campagna #lasceltagiusta, Frausin preferisce cominciare con una battuta la presentazione dei dati che testimoniano come l’aumento delle accise sulla birra abbia assestato un duro colpo al settore. Le tasse su questo prodotto di largo consumo sono rapidamente cresciute da ottobre 2013 a gennaio 2015, per un aumento totale di oltre il 30 per cento. Assobirra si era già fatta promotrice della campagna “Salva la tua birra”, spiegando agli italiani comeun sorso su due della loro amata bionda in un certo senso se lo beva il Fisco.

IL RESTO D’EUROPA. «Dal momento in cui sono aumentate le accise i ricavi della filiera birraria sono calati», spiega Frausin. «Nei primi mesi del 2015 abbiamo avuto un’ulteriore flessione negativa: -3 per cento. Abbiamo chiesto più volte al Governo di non continuare ad aumentare le accise sul nostro settore, ma al contrario di diminuirle, o per lo meno di assestarle. La situazione negli altri Paesi europei è molto diversa: innanzitutto le accise sulla birra, là dove sono presenti, sono inferiori a quelle italiane, e poi le variazioni riguardano anche vino e superalcolici. In Italia invece ci rimettono solo i consumatori di birra, un prodotto alcolico di per sé molto meno costoso di altri, quindi preferito dai ceti meno abbienti».

PIZZA E ACQUA. Nel Belpaese cala la spesa dei consumatori per la birra, e si dirige sempre più verso la grande distribuzione, abbandonando i locali, spiega invece Lino Stoppani, presidente della Federazione italiana pubblici esercizi: «I proprietari di pub, birrerie e pizzerie sono penalizzati dall’aumento delle accise, e costretti ad aumentare il prezzo di una consumazione media. Per questo il cliente finisce per ordinare un soft drink o acqua insieme alla solita pizza, piuttosto che una birra. Quello che il Governo sembra non capire è che se aumenti le accise sulla birra finisci per penalizzare tutta una filiera produttiva. Anche noi siamo importanti per l’economia del Paese». Per il 77,5 per cento degli esercizi pubblici, ricorda Stoppani, la birra rappresenta fino al 20 per cento dei guadagni.

UNA FILIERA PER TUTTI. Pierluigi Ascani, presidente di Formatresearch, ha realizzato per Assobirra una ricerca di settore, interpellando un centinaio di voci della filiera, e rileva che «nonostante tutto, il sentimento dei produttori italiani rimane positivo. Ogni posto di lavoro nel settore birrario genera un posto di lavoro nell’agricoltura, 1,3 posti di lavoro nella logistica, 1,2 nella distribuzione e ben 24,5 nell’ospitalità». Il 70 per cento dei consumatori di birra sostiene che l’aumento continuo delle accise sia ingiusto, che discrimini il prodotto rispetto ad altri alcolici.

LA PETIZIONE RECORD. Nei mesi scorsi Assobirra ha portato avanti una petizione, chiamata “Salva la tua birra”. Secondo Filippo Terzaghi, direttore di Assobirra, le firme sono state «più di centomila». Si tratta, dice, di «un record per una petizione “non umanitaria”. A ottobre 2013 c’è stato un primo aumento delle accise, che il Governo ha giustificato come necessario per recepire fondi per il bene comune. Ricordo che mio figlio, tredicenne, mi ha chiesto di spiegargli a cosa servisse quell’aumento. “Per i restauri di Pompei e per acquistare tablet per le scuole”, gli ho risposto. E lui, con l’innocenza di un ragazzino, mi ha detto: “Ma prima dei tablet non potrebbero acquistare i gessi per scrivere alla lavagna e la carta igienica?”. Ecco, se deve andarci di mezzo un intero settore, fatto di 136 mila famiglie e migliaia di imprese, io credo che ci debba essere più chiarezza su come vengono impiegati i soldi ricavati dalle accise».

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