26 giugno 2015

Bignami del politicamente corretto

Bignami del politicamente corretto
Benvenuti nell’epoca del lessico zuccheroso, del detto ma soprattutto del non detto, della velatura preventiva verso ogni espressione che odori anche solo lontanamente – orrore – di verità. Benvenuti, insomma, nell’epoca del politicamente corretto, delle menti obbedienti a leggi non scritte ma osservate, ahinoi, da quasi tutti. Leggi accomunate dal paradigma onnicomprensivo dell’opportunità, per il quale non esistono più il buono o il cattivo, ma solo ciò che è conveniente e ciò che non lo è. Accade così che alcune parole – ritenute inopportune a priori, per quel che dicono e quel che sottendono – subiscano una censura progressiva fino ad essere, ormai, pressoché definitiva. Quali sono queste parole? L’elenco sarebbe lungo, ma è importante tenerne a mente almeno una decina, il salvagente più affidabile per fare sempre – sia che si stia discutendo con un collega, un amico o col vicino di casa – la figura della persona perbene e al passo coi tempi. E’ altresì fondamentale capire come queste parole siano, di fatto, la sostituzione di altre ritenute superate, o addirittura pericolose.

Da Dio a io

La prima parola è io, da sostituire il più possibile alla parola Dio: conviene non parlare troppo e meglio ancora non parlare mai – raccomanda il bon tonpolitically correct – di Dio, mentre è sempre opportuno parlare di sé, dei propri desideri e sogni: dal teocentrismo all’egocentrismo, sempre e comunque. E se proprio si vuole parlare di Dio, è opportuno farlo specificando che si tratta del “mio” Dio, in quanto frutto della mia immaginazione o comunque, anche se reale, subordinato alla mia esistenza e non io alla Sua. Nell’epoca delle parole sussurrate, Dio è dannatamente ingombrante, impegnativo, ben oltre i limiti della buona educazione. La musica cambia, invece, quando si parla di sé. E’ cioè sempre bello confrontarsi su cosa si intenda realizzare nella propria vita, mentre è sconsigliabile fare altrettanto sul dopo, tanto più se questo implica l’ipotesi di essere sottoposti ad un qualche giudizio divino. Tesi inconcepibile, per il politically correct.

Da doveri a diritti

E’ poi bene, se si vuole apparire impegnati, soffermarsi il più possibile, e alla prima occasione, sul tema dei dirittitralasciando il più possibile quello deidoveri: esiste il diritto a fare questo, ad ottenere quello, ma nessun dovere sul quale valga la pena riflettere: bene la conquista di nuovi diritti, male la salvaguardia di antichi doveri. Ne consegue che se un tempo i figli venivano cresciuti con i genitori intenti a trasmettere loro anzitutto il senso del dovere, oggi è importante che tutti sappiano che non solo – come pare sacrosanto – ciascuno ha dei diritti, ma ognuno è titolato ad inventarsene sempre di nuovi. Guai, invece, a ricordare che vi sarebbero tutta una serie di doveri: se lo si fa, si cessa immediatamente di essere persone stimate e ci si sente ricordare, qualunque cosa questa espressione significhi, “che siamo nel 2013”.

Dal giudizio all’opinione

E vediamo ora un passaggio chiave dei nostri giorni: l’abolizione del giudizio,di ogni giudizio, in favore dell’opinione. Nulla e nessuno è giudicabile. Non si può infatti giudicare nessuna azione in quanto sempre determinata, insegna il politicamente corretto, da cause esterne se non perfino accidentali. Non si può giudicare il furto (se uno ruba, è colpa di chi lo ha messo in condizioni di dover rubare), non si può giudicare il divorzio (se fra due l’amore finisce, non è colpa di nessuno), non si può giudicare l’aborto (se una donna non vuole tenere suo figlio, è libera di farlo e guai a chi fiata), non si può giudicare più quasi nulla. Nemmeno se si precisa che il giudizio è sull’azione prima che sulla persona: nulla da fare. Al massimo, se proprio si desidera intervenire, è doveroso precisare che s’intende esprimere “solo un’opinione”.

Dalla tradizione al cambiamento

Altro passaggio fondamentale è quello che impone di soffermarsi sempre, a priori, sul cambiamento in antitesi a tutto ciò che sia, anche lontanamente, riconducibile alla tradizione. Nella mentalità dominante il cambiamento viene difatti percepito quasi sempre come positivo – è buono cambiare partner, bello cambiare città, giusto cambiare aria, utile cambiare amici, possibile cambiare sesso – mentre la tradizione evoca immediatamente scenari polverosi, cupi, funerei o, bene che vada, meccanici e rituali. Per questo, se ci tenete rimanere al passo coi tempi, parlate sempre di cosa intendete cambiare e poco, pochissimo, di ciò che avete ereditato (si tratti di valori, di insegnamenti o di oggetti non fa differenza) da chi vi ha preceduto e siete intenzionati a conservare.

Dalla patria al mondo

Se col processo di globalizzazione la patria di ciascuno è diventata – o sta diventando – il mondo, grazie al nostropolitically correct ci resta solo più il mondo senza più patria: da cittadini locali ad apolidi globali. E per chi osasse evocare l’importanza di avere – e magari pure di difendere – una patria, si solleva subito, quando va bene, l’accusa di essere un nostalgico del fascismo che non comprende il già citato ed entusiasmante cambiamento; come se la terra dei padri fosse invenzione mussoliniana o comunque di provenienza esclusiva di una certa fazione politica. Conseguenza rilevante di questa impostazione culturale è – insieme a quella di “cittadino” – l’estinzione del concetto di “straniero”, il cui impiego attira l’immediato sospetto di essere adepti di Mario Borghezio.

Dal progetto ai viaggi

Senza patria e con la necessità di cambiare (non vorrai forse restare indietro!), l’uomo contemporaneo si trova evidentemente impossibilitato a predisporre, per la propria vita, qualsivoglia progetto, mentre è incentivato a imbarcarsi continuamente in nuovi viaggi. Che siano viaggi turistici, viaggi studio, viaggi di lavoro o viaggi nei paradisi artificiali delle droghe, alla fine, conta relativamente: l’imperativo è viaggiare. A prescindere. Non viaggi? Non sai cosa ti perdi, è l’ammonimento che il politically correct lancia verso chiunque osi ricordare che la vita, prima che sulla trasferta esotica, si basa su un progetto; non sull’aeroporto più vicino ma su un orizzonte più ampio; sulle fondamenta di una casa e non sulla stanza di un albergo sempre occasionale e diverso dal precedente.

Dall’Amore al feeling

Diretto effetto di una concezione effimera della propria terra e della propria vita è, in salsa politicamente corretta, un forte ridimensionamento anche dell’Amore, parola – come “Dio” – troppo impegnativa da utilizzare e dunque da vivere. Nel tempo del cambiamento e dei viaggi continui com’è infatti possibile soffermarsi sul quello che, fra tutti, è il progetto per eccellenza nonché quello che fonde l’io col “noi”? E’ impossibile. Per questo, il politicamente corretto, nel costruire delle relazioni, ci suggerisce di dare più importanza al feeling, ossia alle sensazioni e al benessere, che diventano così i soli metri di valutazione. Viceversa, chi tentasse di vivere o addirittura di parlare con altri dell’Amore passerebbe come minimo per tardivo esemplare di figlio dei fiori. Non conviene.

Dalla famiglia alla coppia

L’opportunità di non parlare o di non interrogarsi troppo dell’Amore privilegiando il feeling, è seguita da quella di mettere il più possibile in secondo piano la famiglia in favore della coppia. Si tratta di un’eclissi – anche in questo caso – terminologica e culturale insieme: “farsi una famiglia” è difatti soppiantata, come espressione, dalla più agile “essere in coppia”. Questo principalmente per ragioni di maggiore inclusione: la famiglia definisce l’unione di un marito, una moglie ed eventuali figli, mentre sotto l’etichetta della “coppia” può essere ricompresa, all’insegna della citata legge del feeling, qualsiasi forma di unione: uomo e donna, uomo e uomo, donna e donna, uomo e bambino – come si augurano i sostenitori della legalizzazione della pedofilia – e via di questo passo. Ulteriore superamento della famiglia è poi l’impego del termine, decisamente rassicurante e politicamente corretto, di “famiglie”.

Dal sesso al genere

Inevitabile conseguenza del sentirsi continuamente in viaggio e quindi in mutamento, è la necessità di sostituire la categoria del sesso, notoriamente binaria e definitiva, con quella ben più varia e provvisoria del “genere”. Detta sostituzione si sta verificando anche grazie all’alleanza fra la teoria del gender – che in chiave materialista sostiene la derivazione di ogni umana natura dalla cultura (uomini e donne non si nasce, ma si diventa) – e il nostro politically correct, che provvede a neutralizzare qualsivoglia forma di obiezione alla cultura gender attraverso la sempre efficace accusa di fondamentalismo religioso. Come se il fatto di essere maschio o femmina fosse artefatto confessionale e non, come invece è, un dato di realtà come tale verificabile da chiunque osi discutere i dettami della cultura dominante.

Dalla verità alla libertà

Ultimo e fondamentale concetto da tenere a mente per diventare affidabili esponenti del politicamente corretto e, dunque, persone di un certo livello, è quello che concerne la rimozione della verità in favore della libertà. Già accennato nell’avvicendamento dal giudizio all’opinione, questo aspetto configura l’atteggiamento che un buon seguace del politically correct non dovrebbe mai perdere di vista, ossia quello di mettere sempre in discussione l’idea di verità generale e di non discutere mai quella di libertà individuale; più che un criterio o di una sostituzione terminologica simile alle precedenti, siamo qui in presenza di un dogma. Perché nel tempo del politicamente corretto, anche grazie alle grandi possibilità comunicative, ciascuno è libero di dire qualsiasi cosa. Purché non pretenda di avere ragione o di affermare che la libertà di ognuno, anche nei confronti di se stesso, debba essere limitata. Sarebbe davvero qualcosa di politicamente scorrettissimo.

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