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29 gennaio 2018

Fede: “Ruby? Silvio scopava, scopava”. Su Dell’Utri: “Solo lui sa sulla mafia”



Ma nelle registrazioni agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia l'ex direttore del Tg4 racconta al suo personal trainer che "l'unico che sa tutto è Marcello Dell'Utri". Per questo, continua il giornalista, "Berlusconi è stato costretto a farlo senatore... ha settanta conti all'estero". Fede parla anche di Briatore: "E' stato coinvolto in una storia di mafia"
di Davide Milosa | 23 luglio 2014


Sole caldo e primi accenni di primavera nel parco attorno a Milano due. Emilio Fede e Gaetano Ferri. Il giornalista e il personal trainer. Parlano a ruota libera. Di Berlusconi, Dell’Utri e Cosa nostra. Di quei soldi che, ragiona Fede, da Palermo sarebbero saliti a Milano per dare benzina ai progetti imprenditoriali dell’ex Cavaliere. Dice Fede: “Sai… la spada di Damocle su di lui…”. Ferri: “È Dell’Utri… è la mafia?”. Fede: “Sì”.
montaggio di Gisella Ruccia

Dopodiché inizia a raccontare: “I due (Berlusconi e Dell’Utri, ndr) a un certo punto hanno iniziato a mettersi insieme per l’edilizia e le cose…”. Spiega: “Dopodiché è nata quella che poi è diventata un’azienda (…) Berlusconi non c’aveva una lira” e così “Dell’Utri lo ha appoggiato”. Il ragionamento dell’ex senatore condannato in via definitiva per concorso esterno, è questo. “Guarda Silvio se bisogna prendere dei soldi… perché no”. Quindi ancora l’ex direttore del Tg4: “Credo che direttamente mai, l’incontro Dell’Utri c’è tutto capisci il rapporto mafia, mafia, mafia, soldi, mafia, soldi”. Insomma il discorso va chiarendosi. Ecco poi il carico da novanta. È sempre Fede che parla: “Dell’Utri era praticamente quello che investiva, allora cosa succede? Qui c’è stato un investimento di soldi mafiosi. Ora riescono ad arrivare a delle prove? È lì il problema. Chi può parlare? Solo Dell’Utri. Quando Dell’Utri tornava avevano il segnale criptato, perché” all’epoca “Mangano è in carcere. Mi ricordo che Berlusconi arrivando Dell’Utri da Palermo chiede hai fatto? Sì, sì gli ho dato un messaggio… naturalmente per quanto riguarda a Mangano sempre pronto per prendere un caffè che era il messaggio per rassicurare lui per certe cose che io non so… capito. E devo dire che questo Mangano veramente è stato un eroe è morto in carcere per non parlare se no li rovinava tutti e due”.

Quindi i due passano a parlare della futura condanna di Dell’Utri. “Certo – ragiona Fede – questa volta però, ciò non toglie che non hanno nessuno che confessa” e “viaggiano sul filo del rasoio”. Poi la rivelazione buttata lì quasi per caso. “È l’unico che sa” dice Fede riferendosi a Dell’Utri. “Quindi voglio dire oggi tu mi togli una spina dal fianco importante”. E i soldi? “Non si sa dove li abbia messi quei soldi”. Insomma Dell’Utri sa e non parla. Ma il silenzio costa, quanto? Quanto denaro l’ex Cavaliere deve all’ex senatore? “Continuamente, ma scherzi sotto forma di questo di quell’altro vedi che ci sono settanta conti esteri”. E quella carica da senatore? “Berlusconi è stato costretto a farlo senatore”. Mafia, mafia, mafia. Berlusconi, ma non solo.

Anche Flavio Briatore, l’amico di sempre. “Ma Briatore è stato implicato in una storia grossa di mafia, l’autobomba lì che ha ucciso un industriale a Cuneo… e loro due erano insieme, la Santanchè e Briatore”. Di lei però Fede non ha una buona opinione: “È una mascalzona. Io sapevo che loro avevano il Billionaire insieme, sì, il Billionaire, il Twiga eccetera… ma all’origine, Flavio è stato implicato in una storia di mafia”. Dell’Utri e mafia, ma anche Dell’Utri e politica. Al centro la figura di Gianpiero Samorì “che voleva passare con Berlusconi io gli avevo dato una mano, poi è intervenuto Dell’Utri e gli faccio: rivolgiti a Dell’Utri, ma stai attento perché Dell’Utri è un magna magna. Mi ha detto Samorì: cazzo se non avevi ragione gli ho chiesto mettimi in lista e sai cosa mi ha chiesto, 10 milioni di euro”. L’audio è disturbato. Si sente il rumore dei passi sulla ghiaia.

Ferri e Fede discutono del Rubygate. “Tutti puntano su Berlusconi”, esordisce il personal trainer. Inizia Emilio Fede. “Non so – sbuffa – avrà scambiato una 17enne per una maggiorenne, a Ruby poi mancavano tre mesi a diventare maggiorenne”. Teoria nota diventata arma della difesa nel processo d’Appello che ha assolto l’ex Cavaliere dall’accusa di concussione e prostituzione minorile. Fede, poi, aggiunge: “Ma lui scopava, scopava, io glielo avevo detto non esagerare lascia perdere, altrimenti non te le togli più di torno”. Confessa: “Io guarda sono stato un amico vero e ho tentato di proteggerlo in tutte le maniere, mica come Lele Mora, ma guarda Lele un mascalzone”.

Cambio di scena. E dal parco di Segrate la storia si accomoda ai tavolini del ristorante Boccino, ristorante stile vecchia Milano in via Tortona proprio nel cuore della moda. Siamo nell’estate del 2013 e tra una portata e l’altra, Ferri e Fede commentano la richiesta di sette anni fatta dal pm Antonio Sangermano per Fede. Si parla della Minetti: “Consigliere regionale – sospira – ma questa ballava, raccontava, gestiva lei e adesso dice che era defilata, ma io non ci capisco più niente”. Quindi si torna a parlare di Ruby e di come la giovane marocchina sia arrivata a Milano. “Dalla Sicilia è venuta a Milano per cercare successo”. Breve digressione sulla denuncia di Katia Pasquino quando, in corso Buenos Aires, intercetta la ragazza. “Quella – dice Fede – poi l’ha presentata a un agente, credo Soprani, sì sì l’ho registrato me lo ha raccontato lui”. Fine registrazione.

Da Il Fatto Quotidiano del 23 luglio 2014
(ha collaborato Alessandro Bartolini)

TURISTE (NON) PER CASO


TURISTE (NON) PER CASO

Se è vero che gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere, sulla Terra queste ultime preferiscono l’Africa o i Caraibi alle mete asiatiche. Stiamo parlando del turismo sessuale femminile, un fenomeno abbastanza diffuso ma di cui non si parla molto.
Le protagoniste sono donne occidentali di età compresa tra i 40 e i 50 anni, spesso anche più giovani o molto più vecchie, che non partono solo per godersi il mare, la spiaggia e il relax.
Il loro obiettivo, anche se non tutte sono disposte ad ammetterlo, è un prestante Beach boy, o anche più d’uno. Tutte vogliono il Big Bamboo, altro nome pittoresco e piuttosto esplicito riguardo le caratteristiche fisiche di questi uomini. I numeri parlano chiaro: come riporta Julie Bindel, giornalista cofondatrice di Justice for Women, sarebbero 600 mila le donne occidentali che ogni anno si trovano a trascorrere «una vacanza con benefits». Tra queste, le italiane non passano certo inosservate. Secondo Pierre Orsoni, presidente di Telefono Blu Sos – un organismo di tutela dei turisti –, se ne contano fra le 30 e le 50 mila all’anno. In una recente ricerca si legge: «La Negril Beach in Jamaica è la meta preferita di circa 80 mila donne single inglesi, che ogni anno approdano nell’isola e usufruiscono dei servizi di 200 uomini».

UN FENOMENO NUOVO? NIENTE AFFATTO
Altre ricerche che risalgono all’inizio degli Anni 2000 e alcune addirittura agli Anni ‘80, dimostrano che questo non è un fenomeno nuovo né una moda recente. Jacqueline Sanchez Taylor, sociologa dell’università di Leicester, nel 2001 aveva intervistato 240 turiste sulle spiagge della Repubblica Dominicana. Il risultato? Un terzo di loro ammetteva di aver avuto rapporti sessuali durante la vacanza, eppure il 60% delle donne, pur riconoscendo elementi di natura economica nella relazione, non pensava di essere una turista sessuale.

SESSO DA FAVOLA
Una caratteristica particolare delle «predatrici», come a volte vengono chiamate, è la tendenza a cercare la favola anche in queste situazioni. Dalle interviste di Taylor emergeva una spaccatura: soltanto il 3% delle donne collocava la relazione sul piano fisico, mentre per oltre il 50% c’era in gioco il sentimento. O, per lo meno, il romanticismo. Alcune si fanno illusioni sul futuro del loro rapporto, mentre altre vogliono divertirsi senza nessun coinvolgimento.

SUGAR MUMMIES IN CERCA DI TOY BOYS
Le mete preferite dalle «Sugar Mummies», così chiamate per il colore bianco della pelle, o «Cougar» (donne che cercano uomini più giovani) sono diverse: Kenya, Giamaica, Capoverde, Repubblica Dominicana, Cuba, Maghreb, Tanzania e Gambia sono solo le più famose.
A queste si aggiunge anche la Turchia, come raccontano D. e T., due donne inglesi di mezza età, che negli anni scorsi hanno visitato il Paese per più di 20 volte. Il loro obiettivo erano i ragazzi tra i 20 e i 30 anni. T. ricorda entusiasta: «C’è una strada che conosciamo bene in cui si vedono solo toy boys! Loro non si prostituiscono, ma non illudetevi che frequentino solo voi».

LA MONETA DELLO SCAMBIO
La relazione fra le predatrici e questi uomini è fatta di scambi: l’uomo fa sentire la turista desiderata e appagata fisicamente, mentre la donna gli paga le cene o gli fa dei regali. Soltanto in alcuni casi esistono veri e propri tariffari, che possono prevedere 20/30 dollari per un’ora e 150 per una notte di sesso. Di solito le donne non usano le strutture tipiche dell’industria della prostituzione.

I RACCONTI DELLE TURISTE
«Ti fanno sentire una vera donna», ha detto una 42enne irlandese riguardo parlando dei ragazzi cubani. Una ragazza ribadisce: «Apprezzano la donna per quella che è, anche dal punto di vista sessuale, e questo è molto importante». Un’altra sottolinea come questi uomini siano più gentili dei suoi connazionali canadesi: «Nei ristoranti la donna passa per prima e l’uomo la segue, mentre nel mio Paese i ragazzi non ci tengono nemmeno la porta!». Per G., invece, sarebbero «la forza e lo spirito selvaggio» le due qualità più apprezzate dalle turiste. Alcune donne dicono di preferire gli uomini africani che suonano lo djambè perché credono che sia espressione di una maggiore potenza sessuale. In molti racconti ricorre anche la passione per «il sangue bollente dei cubani» e per la loro voracità sul piano fisico. Poi c’è J., turista sessuale a Cuba nel lontano 1978, che si chiede: «Che cosa c’è di sbagliato se questo turismo riguarda adulti maggiorenni consenzienti e non coinvolge bambini, animali o persone morte?». J. Ha le idee ben chiare: «Con tutto il cattivo sesso là fuori,l’onestà di pagare per averlo eleva le donne a un livello di parità con l’uomo».
Per un parere più neutro sul fenomeno, al di là delle testimonianze, abbiamo chiesto a un’esperta, la professoressa Adele Fabrizi, psico-sessuologa dell’Istituto di sessuologia clinica di Roma, di aiutarci a inquadrare meglio questa tendenza.



Adele Fabrizi.

DOMANDA: Il turismo sessuale femminile è un fenomeno esteso quanto quello maschile?
RISPOSTA: No, è sicuramente meno esteso. E se ne parla di meno perché è ancora un tabù.
D: Quali sono le differenze tra i due?
R: Innanzitutto, le donne si rivolgono a uomini più giovani di loro ma non cercano mai dei bambini, cosa che purtroppo accade nel turismo sessuale maschile.
La donna poi, anche se cerca solo sesso, tende a illudersi più facilmente che l’uomo in questione si sia innamorato di lei, mentre normalmente vuole solo avere qualcosa in cambio. Un’ultima differenza riguarda il desiderio di dominio, parte dell’immaginario erotico maschile e che nel turismo sessuale si manifesta con la possibilità di comprare una donna. Ma la volontà di dominare, nell’uomo, la si ritrova spesso anche al di fuori di questo contesto.
D: Perché una donna fa la turista sessuale?
R: Per soddisfare un bisogno fisico. Sono donne che, non potendo avere ciò che vogliono nel Paese di provenienza – per svariate ragioni –, vanno a cercarlo altrove.
D: Che cosa cerca in queste situazioni?
R: La donna in contesti come questi desidera elevate performance sessuali e prestanza fisica, motivo per cui cerca ragazzi di colore dalle caratteristiche sessuali spiccate. Fra parentesi, il fatto che la donna possa permettersi di pensare al corpo maschile solo in termini erotici è una novità: un tempo non era ammesso.
D: Le relazioni fra le turiste e questi uomini sono fatte di scambi reciproci. Possiamo parlare comunque di «turismo sessuale»?
R: Senza dubbio sì. Anche se non lo vogliono ammettere per paura del giudizio altrui: quando una donna «compra» il sesso all’estero, molti pensano che non sia riuscita a conquistare nessuno nel suo Paese. Invece gli uomini ne parlano più volentieri perché per loro il sesso a pagamento è sempre stato considerato in modo diverso.
D: Dal punto di vista sessuale questo tipo di turismo potrebbe essere definito una perversione, una devianza?
R: No, se si parla di ragazzi adulti e consenzienti che lo fanno per denaro. Certo non è una forma di relazione romantica, ma nemmeno una perversione, che si verifica invece quando un comportamento sessuale fuori dalla norma viene vissuto in maniera compulsiva, senza riuscire a fare diversamente.
D: Il sesso in località esotiche può rappresentare un rischio per il contagio da HIV?
R: Ovviamente sì, ma non generalizzerei troppo. In Italia si può correre lo stesso rischio, se non si presta attenzione. Quindi il consiglio è sempre quello di avere rapporti protetti, usando anche, perché no, il preservativo femminile.

Redazione

ORCHI: ITALIANI PRIMI AL MONDO PER TURISMO SESSUALE SUI BAMBINI...


Gli italiani sono al primo posto per turismo sessuale: dal nostro Paese parte il più alto numero di pedofili che vanno in vacanza per cercare del sesso con minori.

I numeri sono inquietanti: ogni anno un milione di turisti sessuali viaggia verso i Paesi più poveri per fare sesso con bambini e adolescenti, costretti a prostituirsi per pochi spiccioli. Il giro d’affari è enorme, circa 5 miliardi di dollari all’anno, ed è saldamente in mano alle organizzazioni criminali che sfruttano la povertà per arricchirsi sulla pelle dei più piccoli.
Secondo i dati Ecpat (End Child Prostitution in Asia Tourism: perché questo sfruttamento prima di diventare un fenomeno globale era concentrato nel Sud-Est asiatico), gli italiani sono al primo posto nella triste classifica del turismo sessuale, seguiti dai tedeschi, i giapponesi, i francesi, gli statunitensi, gli inglesi e i cinesi. Il fenomeno è globale e non più limitato all’Asia, anche perché i viaggiatori si spostano cambiando ogni volta la meta in base alle difficoltà che vivono le nazioni: più un Paese è povero, afflitto da guerra o carestia, più è alta la possibilità di trovare piccole vittime.
Così gli italiani partono per paesi come Kenya, Santo Domingo, Colombia e Brasile, accanto alla Thailandia, oggi meno gettonata grazie alla politica anti pedofilia messa in moto dalle autorità locali. Il fenomeno si è esteso anche alle donne che ora partono alla ricerca di giovanissimi, anche di 12 o 14 anni, nei loro viaggi ai Caraibi o in alcuni paesi africani.

I turisti sessuali sono per lo più uomini, età fra i venti e i 40 anni, reddito medio-alto, in viaggio di lavoro, piloti d’aereo, operatori umanitari, nella maggior parte dei casi clienti occasionali che spesso provano per curiosità...

(blitz quotidiano)

23 gennaio 2018

IL 4 MARZO CI SONO LE “ABOLIZIONI”: IL MEGLIO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE A COLPI DI #ABOLISCIQUALCOSA



Come con la storia dell’uovo e della gallina, non è chiaro se sia nata prima la campagna elettorale o le false promesse. È certo però che già da qualche settimana è partita la gara, tra i candidati premier, a chi la spara più grossa: non una generica promessa di FARE qualcosa, ma la specifica promessa di ABOLIRE qualcosa. Se false o meno, come cantava il grande Lucio, lo scopriremo solo vivendo (dal 5 marzo in poi).

La leggenda narra che a dare il La sia stato Matteo Salvini, che ha fatto dell'”abolizione” della Legge Fornero il suo cavallo di battaglia. A seguire Matteo Renzi, che ha promesso di abolire il canone Rai; poi Pietro Grasso con la promessa di abolire le tasse universitarie; e ancora Silvio Berlusconi, con l’abolizione del Jobs Act; e di nuovo Salvini, con la promessa di “abolire” il Decreto Lorenzin sui vaccini obbligatori. Certamente il podio spetta a Gigi Di Maio che ha annunciato di voler “abolire”: spesometro, split payment, redditometro e altre 400 leggi, imprecisate.

Negli ultimi giorni, dunque, abbiamo assistito a una vertiginosa scalata verso la promessa d’abolizione più sorprendente e populista, quella che dovrebbe attrarre il maggior numero di consensi e simpatie.

E al gioco abbiamo voluto partecipare in tanti, immaginando, per scherno, sarcasmo o pura ironia, quello che ci piacerebbe venisse abolito davvero.

Così sui social è subito diventato virale l’hashtag #AbolisciQualcosa. Ecco alcuni esempi memorabili:

– Di Maio vuole abolire 400 leggi. Così il libro di diritto privato si dimezza. (Luca Fois)

– Aboliremo quelli che fanno il tiramisù con i Pavesini. (Leonardo)

– Aboliremo la legge di gravità, basta pesare di meno solo su Marte, non siamo un pianeta di serie B! (Sh1bano)

– Aboliremo i 5 secondi in cui il ventilatore fa vento verso nessuno. (Marco Marino)

– Aboliremo i 40 minuti di pubblicità e trailer al cinema. Pago già 9 € di biglietto, dovrei comparire tra i ringraziamenti. (Il Nick)

– Aboliremo il canone Mediaset. (diodeglizilla)

– Aboliamo l’enorme disuguaglianza sociale. (Luca701)

– Aboliamo le persone che usano “piuttosto che” invece di “oppure”. (Ambra Ginoble)

– Manca solo politico che promette di abolire portiere in calcio, così tifosi contenti perché vede più gol. (Vujadln Boskov)

– Aboliamo i “Ciao bella” a prescindere e solo perché non ricordano il tuo nome. (Simona)

– Aboliremo l’utilizzo della pancetta nella carbonara. (Iaia)

– Abolirei la R di “Marlboro”. Che non è mai servita a un cazzo. (Marco off)

– Aboliremo la pubblicità delle ragadi anali all’ora di pranzo. (Citazioni famose)

– Aboliremo i ministri dell’istruzione senza laurea. (Dottor Jekyll e Mister Hyde)

– Aboliremo l’inizio dello scotch, tanto non si trova mai. (Serena)

– Aboliremo le mestruazioni. (Il Bomma)

– Aboliamo “Uomini e donne”della De Filippi. Chiunque lo metta nel programma elettorale, lo voto. Giuro. (Il fabbricante di spade)

– Aboliremo le Smart che occupano i parcheggi. (Dario Piro)

– Aboliamo le frasi di Bukowski che ti distraggono dalle tette sulle foto. (Pietro Mula)

– Aboliamo la pizza con l’ananas. (Dottor Jekyll)

– Aboliremo Salvini. (Luca Asproso)

– Aboliremo quelli che ti toccano mentre ti parlano. (Diego Finotti)

– Aboliremo le visualizzazioni senza risposta. (Bastianich contrario)

– Quelli che commentano seriamente i tweet ironici. (fe de ri ca)

– Aboliremo Gigi D’Alessio. (Alex Durden)

– Aboliremo le elezioni, verranno sostituite con una gara di rutti. (Senso di nausea)

– Aboliamo chi non sa fare ma solo abolire. (Mangino Brioches)

– Volevo dire a Luigi Di Maio [ma aggiungerei che non vale solo per lui] che le leggi si “abrogano”, non si “aboliscono”. Ignorante! (Fabio Franchi)

Francesco Giamblanco

MATTEO SALVINI E IL DIZIONARIO DELLA LINGUA LEGHISTA: LE 3 PAROLE PIÙ USATE


1) Buonista

Secondo il dizionario della lingua italiana (Zanichelli o Treccani non fa alcuna differenza), “buonista” è “colui che ostenta buoni sentimenti, tolleranza e benevolenza verso gli altri (in particolare verso gli avversari)”.

Secondo il dizionario della lingua leghista, fondato e divulgato con cieca costanza da Matteo Salvini, “buonista” (inteso come insulto) è colui che dichiara apertamente la propria contrarietà a idee razziste, violente e omofobe; colui che riflette sulle cose, valutandone cause e conseguenze; colui che ha una cultura e un’intelligenza che gli permettono di esprimere opinioni sensate; colui che prova un profondo senso di imbarazzo (misto a rabbia) di fronte al proliferare del populismo e della involuzione culturale e morale della società.

2) Ruspa

Una volta, era nota come “macchina atta all’escavazione superficiale del terreno, che agisce mediante una robusta lama concava, destinata a incidere e asportare la terra per scaricarla o spanderla”.

Oggi, secondo quanto riportato dal noto dizionario della lingua leghista, per “ruspa” si intende un fantasmagorico strumento metallico su ruote o cingoli (ideato sicuramente in epoca medievale) atto allo sradicamento dal terreno di costruzioni e/o di interi piccoli accampamenti abitati esclusivamente da extracomunitari e rom; l’uso della ruspa è decantato liberamente come un gesto eroico e goliardico, nonostante contenga in sé un palese messaggio di istigazione alla violenza e all’odio razziale (infatti, chi osa schierarsi contro è tacciato di essere un “buonista”, vedi sopra).

3) Casa

È stata sempre definita come “costruzione eretta dall’uomo per propria abitazione, strutturata in un complesso di ambienti, costruiti in muratura, legno, pannelli prefabbricati o altro materiale”.

Eppure, nel solito dizionario della lingua leghista non compare la parola “casa” (da sola); essa è presente in due diverse modalità composte: “casa nostra” e “casa loro”.
Già, perché la lingua leghista è particolarmente attenta (oserei dire ossessiva) nel sottolineare location, habitat e area geografica in cui la “casa” è situata e, ancor più, nel sottolinearne appartenenza, radicamento e proprietà.
Come per la ruspa, anche questa dicotomia sembra essere stata ideata in epoca medievale (forse addirittura prima): epoca in cui il concetto di pietas (ereditato dall’antica Roma) era stato completamente dimenticato e quello di compassione (divulgato dalla buona novella cristiana) era più che mai ignorato; epoca in cui i confini naturali, architettonici, linguistici e culturali erano per ovvie ragioni (evolutive) insormontabili; epoca in cui il raziocinio, il diritto internazionale e l’affermazione dei principi di uguaglianza-libertà-e-fraternità erano ancora un lontanissimo miraggio.

*Attualmente, l’Accademia della Taragna (la Crusca leghista) sta valutando di inserire, nel suddetto dizionario, un neologismo di origine anglo-americana recentemente coniato dal Presidente USA Donald Trump, grazie al quale potranno essere spiegate meglio decine di idee e punti del nuovo programma elettorale di Matteo Salvini: Covfefe.

di Francesco Giamblanco

LO IUS SOLI, LO IUS SANGUINIS E IL PARADOSSO DELLA RAZZA PURA ITALIANA


Da giorni non si parla d’altro: approvare o no la nuova legge sulla cittadinanza italiana? Da giorni si combatte (letteralmente) dentro e fuori il Parlamento, si discute nei bar, nelle piazze e sul web, tra milioni di opinioni, commenti e insulti di ogni genere.

Pertanto so bene che si è già detto e scritto abbastanza; e quelli che hanno avuto voglia di approfondire e informarsi, sanno ormai bene cosa prevede il disegno di legge, cos’è lo ius soli temperato e cos’è lo ius culturae.

Voglio soffermarmi, dunque, non su ciò che la nuova legge, una volta approvata, dirà, ma su ciò che dice oggi quella in vigore, coi suoi paradossi.

Attualmente, la cittadinanza italiana è trasmessa, secondo il principio dello ius sanguinis, dal genitore al figlio. Sono italiani i figli di almeno un genitore italiano e i discendenti di italiani che riescano a dimostrare la catena parentale fino al capostipite cittadino italiano.

Immaginate dunque che Tizio nasca e viva negli USA, come suo padre e come suo nonno; il suo bisnonno, invece, era nato in Venezuela da padre argentino e madre irlandese. Per trovare il capostipite italiano si deve così risalire al quadrisavolo. Immaginate anche che il cognome, negli anni ’40, fu americanizzato da Ricciardi a Richardson. Immaginate poi che nessuno dei componenti della famiglia di Tizio abbia mai messo piede in Italia dalla metà del 1800, ma immaginate però che tutti, generazione dopo generazione, si siano rivolti al Consolato italiano per il riconoscimento della cittadinanza, trasmettendola, di volta in volta, ai propri figli.

E ora smettete di immaginare, perché è proprio tutto così, perché quella che ho appena raccontato è una storia vera, perché Tizio è davvero un cittadino italiano, perché è vero che per lo Stato italiano bastano due gocce di sangue italiano per essere considerati cittadini italiani.

Non servono dunque la cultura, il sentirsi parte della comunità, il pagare le tasse, l’esercitare diritti e doveri o la conoscenza della lingua (tutte cose di cui gli strenui oppositori dello ius soli si riempiono la bocca); attualmente, a renderci cittadini agli occhi della Legge sono le nostre eredità cromosomiche, seppure da questo Paese ci separino secoli di storia, migliaia di chilometri o un’assoluta distanza culturale e affettiva.

È sulla base di tale vigente (e a tratti paradossale) principio che ancora oggi lo Stato nega a tanti giovani nati e cresciuti in questo Paese (e che in questo Paese studiano, lavorano, amano, vivono e parlano con le mille sfumature dei nostri italianissimi accenti dialettali) di chiamarsi italiani.

Essere o meno italiano non può dipendere dal DNA, dalla “razza” (non possiamo continuare a per-correre questo rischio); essere italiano è uno status, un Diritto, che non deve essere concesso, perché esso già c’è. Deve solo essere riconosciuto. E ormai non manca molto.

Francesco Giambanco

È TUTTA COLPA DEI MIGRANTI


– In Italia, le famiglie in stato di povertà assoluta sono 1,6 milioni (per un totale di 4 milioni e 700 mila persone). I giovani stanno peggio dei più anziani. Al Sud stanno peggio che al Nord. Quelli col titolo di studio più basso stanno peggio di quelli col titolo di studio più alto. E com’è noto, quest’ondata migratoria ha fatto sprofondare ulteriormente il nostro Paese, notoriamente solerte e produttivo. La grande impresa è fallita a causa della concorrenza dell’artigianato congolese, il commercio ha subito gli effetti della sfida lanciata dai vu cumprà senegalesi.

– Strade, ferrovie, ponti, cavalcavia. Buche, deragliamenti, crolli, cedimenti. Il sistema delle infrastrutture e dei trasporti italiano è unico al mondo: cantieri secolari, tratte monobinario, autostrade impercorribili, code chilometriche, traffico, ritardi, disservizi, scioperi, compagnie aeree fallimentari, mezzi fatiscenti. Ma si sa, tutto ha avuto inizio con l’arrivo dei migranti, che hanno occupato le banchine dei nostri fiorenti porti, sovraccaricato le nostre futuristiche metropolitane e intralciato l’invidiabile viabilità della Salerno-Reggio Calabria.

– E se è vero che strade e ferrovie fanno schifo, è anche perché periodicamente il versante di una montagna frana, una bomba d’acqua investe una provincia spalancando voragini, allagando città e campi coltivati, una scossa di terremoto distrugge case, borghi, chiese, monumenti, imprese e vite umane. E anche in tal caso, si sa, la colpa è tutta dei migranti, che coi loro sbarchi hanno indebolito le nostre coste, che sono così numerosi e rumorosi da far tremare le nostre colline, che con le loro tribali danze della pioggia stanno provocando imprevedibili cambiamenti climatici. E, nonostante la nostra lungimirante classe politica, negli ultimi 50 anni, non abbia fatto altro che occuparsi del problema del dissesto idrogeologico, con progetti di messa in sicurezza, sistemi antisismici e canali per far defluire le acque, con tutti questi migranti, ogni sforzo è stato vano.

– L’Italia è sempre stato il Paese simbolo della Legalità, l’abbiamo esportata all’estero. Nonostante negli ultimi tempi si stia consumando una dura e travagliata battaglia: la battaglia di un popolo onesto che, supportato dai propri rappresentanti dentro le Istituzioni, vorrebbe arginare il malaffare e la corruzione che arrivano dal Sud, via mare. Come non pensare al danno economico provocato dai market bengalesi che vendono la birra a 1 euro anziché a 3,50, come un onestissimo Pub italiano; come non ricordare quell’orribile abitudine dei venditori indiani di rose che non emettono mai uno scontrino fiscale; come non ricordare il cancro della criminalità organizzata, la Mafiallah, con a capo il boss Mustafà Riina, noto per i suoi efferati delitti (coi corpi delle vittime nascosti nel Kebab, anziché sepolti dentro un classico e rispettoso pilone di cemento).

– In Italia ci sono 5 milioni di disoccupati, la maggior parte dei quali, giovani.
Vani sono gli sforzi dei nostri Governi che non smettono un attimo di cercare una soluzione, attraverso cospicui investimenti pubblici, detassando il mercato del lavoro, favorendo lo studio e la ricerca, supportando le imprese. Totalmente vani. Perché a mettere loro i bastoni tra le ruote sono arrivati i migranti, che con assoluta nonchalance ci rubano il lavoro, infrangendo i nostri sogni di ricchezza e successo.
Ed è per questo che noi giovani non troviamo più un posto libero come venditori di accendini nelle spiagge, o come lavavetri ai semafori delle nostre città, o come coltivatori di pomodori, nelle serre, in Sicilia, ad Agosto.

– In Italia, ogni volta che dell’intonaco crollerà dal soffitto della scuola addosso ai vostri figli, ogni volta che voi mamme dovrete tirare fuori i soldi per i gessetti e la carta igienica, ogni volta che non sarà disponibile un insegnante di sostegno, uno psicologo, un infermiere, una maestra preparata, rispettosa e ben retribuita, ogni volta che i vostri figli diventeranno giovani pieni di lacune, oppure adulti brillanti costretti ad andare all’estero per proseguire gli studi e per trovare un lavoro, ricordatevi di chi è la colpa. Non dei tagli previsti puntualmente in ogni Legge Finanziaria, non dei programmi obsoleti, del personale poco qualificato, della mancanza di progetti e investimenti. No, la colpa è dei migranti che affollano le classi italiane: dei bambini marocchini che sottraggono la merenda ai vostri figli, dei rom che rubano i fili di rame dai pc rotti dei prof, degli albanesi che urlano e disturbano gli altri compagni mentre postano foto su Instagram. La colpa è tutta loro, della loro lingua incomprensibile, del colore della loro pelle che non si intona al colore delle pareti crepate, della loro religione che, contraria ai crocefissi inchiodati al muro, ha scatenato la collera di Dio e dei suoi devoti fedeli.

E se ho scritto tutto questo, non è colpa dei leoni da tastiera, dei webeti, dei razzisti, dei fascisti e degli analfabeti funzionali che affollano questo Paese e che probabilmente non ne comprenderanno il sarcasmo e la vena satirica. Se l’ho scritto, è per colpa dei migranti. Sempre e solo colpa loro.

Francesco Giamblanco

NESSUNO HA CHIESTO LA VOSTRA OPINIONE


No, non possiamo dire o scrivere tutto quello che ci passa per la testa. Non possiamo stuprare il significato più alto e profondo di “Libertà di pensiero e di espressione” per giustificare i nostri tweet, i nostri commenti a Libero o Repubblica.it, i nostri imbarazzanti post su Facebook.

Esiste un limite, che è dettato dai fatti, dalla scienza, dalle certezze matematiche, fotografate, studiate, documentate, provate.

Se una fragola è rossa, non possiamo sostenere, senza essere insultati o presi per pazzi, che sia blu. E non abbiamo minimamente il diritto di appellarci al “diritto assoluto” di poter esprimere liberamente (sempre e comunque) la nostra opinione.

L’opinione è un parere, un’idea personale, e spesso cozza contro la verità che è, appunto, “vera”, non opinabile, non smentibile.

Sostenere che una fragola rossa sia blu, non è esprimere un’opinione, è sparare una cazzata. E in questo momento storico siamo (ahimè) sommersi dalle cazzate.

Perché le tastierine dei nostri luminescenti smartphone e PC sono diventate il nostro “scettro” del potere, un potere che non sappiamo più gestire, un potere che (per definizione) ci sta logorando tutti.

Immigrazione, terremoti, vaccini, guerre, partite di calcio: siamo diventati esperti di tutto, opinionisti professionisti (che neanche nei peggiori salotti tv). E beatamente ignoriamo l’esistenza di ricerche scientifiche, statistiche, studi e moviole che smentiscono ogni santo giorno le nostre cazzat… ops, volevo dire le nostre opinioni.

Perché lo scettro ci ha storditi, ci ha fatto dimenticare che esistono fonti vere e fonti false, che esistono giornalisti e giornalai, che esistono siti attendibili e siti “bufalari“. Non rendersene conto è una colpa, una responsabilità che prima o poi pagheremo cara.

Questa idea che tutto sia uguale, che “tutto va bene”, che “tutto è concesso”, che “tutto fa brodo”, è il peggior cancro che potesse capitarci: abbiamo confuso il vero col falso, la destra con la sinistra, la realtà con la fantasia, la storia con la leggenda, il bene col male.

Abbiamo consacrato al santuario del nostro ego (fatto di like e reactions colorate) lo svuotamento delle fonti e dei giudizi, l’appiattimento delle idee e delle menti.

Abbiamo seppellito la cultura nella fossa comune della velocità (di un clic), abbiamo arso l’umanità sul rogo dei muri e dei confini (fisici e mentali), abbiamo sacrificato il futuro sull’altare di D’io, signore supremo di questo presente, dimentico del passato e dei suoi insegnamenti; un presente scarno, ingordo, balordo, spaventosamente egoista.

Francesco Giamblanco

ITALIANI CHE ODIANO LE DONNE


“Era ubriaca”, “L’ha provocato”, “Era vestita così”, “Per arrivare lì chissà cosa è stata disposta a fare”, “Sta con lui solo per i soldi”, “È tutta rifatta”, “Sembra una troia”, “Se l’è cercata”.

Sì, vivo in un Paese in cui quotidianamente sento pronunciare frasi di questo tipo. Frasi con cui si descrive, deride, critica e insulta il genere femminile, e grazie alle quali spesso si giustificano le umiliazioni, le discriminazioni e la violenze che esso subisce. Frasi che sento pronunciare ovunque: al bar, per strada, in ufficio, in Tv, in Parlamento; che leggo scritte ovunque: sui muri con gli spray, sui social, nei diari delle medie, sui titoli di certi giornali.

Vivo in un Paese che retribuisce meno la donna rispetto all’uomo (a parità di lavoro), in un Paese che non assume o licenzia in vista di (o durante) una gravidanza, in un Paese che conta un numero estremamente basso di donne in politica, nella finanza, nelle istituzioni religiose e in tutti i posti di potere in generale.

Vivo in un Paese in cui l’inferiorità è ammessa a tutti i livelli, anche quelli apparentemente più innocui: la moglie che chiede i soldi al marito per poter fare la spesa, la ragazza che non può uscire da sola la sera perché se no gli altri chissà cosa pensano, la madre che sacrifica tutta se stessa per il figlio.

Vivo in un Paese in cui sin da bambini si è educati (silenziosamente, impercettibilmente, inconsapevolmente) al maschilismo e alla misoginia: perché, come lo vuoi chiamare un Paese che nel suo dizionario non ha l’equivalente maschile di “puttana” e che nelle sue chiese non ha una femmina che celebra la messa?

Un Paese in cui la donna è oggetto di invidia, gelosia, giudizio, frustrazione, desiderio sessuale, maltrattamenti; un Paese in cui la donna è oggetto e basta, nel senso “proprietaristico” del termine.

Poi un giorno leggi che una ragazza è sparita ed è stata ritrovata cadavere, che è stato il suo “fidanzatino”. E resti allibito, scioccato, schifato. Ma sai bene che non è un caso isolato, che succede più spesso di quanto si possa immaginare. Per la precisione: ogni due giorni. Nel senso che ogni due giorni una donna viene ammazzata dal proprio compagno.

E capisci che vivi in un Paese in cui, irrimediabilmente, la data sul calendario non coincide col tempo che stai percorrendo; perché 4000 stupri e 150 omicidi di donne in un solo anno devono obbligarti a porti delle domande.

Peccato però che le risposte le sai già, sono scritte a caratteri cubitali ovunque: nelle frasi, nelle abitudini, nelle canzoni, nei racconti, nei gesti, negli sguardi, nelle leggi, nei film, nelle omelie, nelle barzellette, negli scongiuri, nelle promesse, nelle raccomandazioni, negli insulti, nelle paure, nelle risate di tutta la tua vita, dalla culla ad ora che stai leggendo queste righe, su cui, forse, rifletterai un po’, per poi chiudere tutto e tornare alla quotidianità.

Francesco Giamblanco

VI SPIEGO COS’È IL FASCISMO E PERCHÉ NON È UN’OPINIONE MERITEVOLE DI TUTELA E RISPETTO


Il termine fascismo deriva dai “fasci” (in latino fascis) di combattimento fondati nel 1919 da benito mussolini. Il riferimento era ai fasci usati dagli antichi littori come simbolo del potere. L’ascia presente nel fascio simboleggiava il supremo potere di vita o di morte, mentre le verghe erano simbolo della potestà sanzionatoria, e materialmente usate dai littori per infliggere la pena della fustigazione.

Già dall’etimolgia, si possono dedurre facilmente alcune di quelle che sono le peculiarità dell’ideologia che sta alla base del fascismo: il culto di Roma, il culto della giovinezza, il culto della nazione, il culto della violenza e il “principio del capo”, che prevede una concezione gerarchica e piramidale del mondo (che esalta l’obbedienza, anche cieca, irrazionale e totale).

Il fascismo, sul piano ideologico, è anticapitalista, populista, fautore della proprietà privata e della divisione della società in classi, è antiborghese, antidemocratico e ostile alle istituzioni liberali e parlamentari.

Sul piano politico, fu un regime di carattere totalitario che fondava il proprio potere sull’uso della violenza e della repressione – anche tramite un costante richiamo all’odio, al disprezzo e alla denigrazione – verso i partiti e i movimenti antifascisti o antinazionali (comunisti, neutralisti, bolscevichi, pacifisti, democratici).

Durante il ventennio, il partito nazionale fascista divenne l’unico partito ammesso; il capo del governo doveva rispondere del proprio operato solo al re e non più al Parlamento; tutte le associazioni di cittadini dovevano essere sottoposte al controllo della polizia; gli unici sindacati riconosciuti erano quelli fascisti: erano proibiti scioperi e serrate; le autorità di nomina governativa sostituivano le amministrazioni comunali e provinciali elettive, che venivano quindi abolite; fu instaurato il confino per gli antifascisti e reintrodotta la pena di morte per punire coloro che avessero attentato alla vita o alla libertà della famiglia reale o del capo del governo e per vari reati contro lo Stato.

Sotto il regime mussoliniano, tutta la stampa era sottoposta al controllo del governo e veniva censurata qualora riportasse contenuti anti-nazionalistici e/o di critica verso il governo; fu instaurato infatti un controllo sistematico della comunicazione e, in particolare, della libertà di espressione, di pensiero, di parola, di stampa; venivano inoltre represse la libertà di associazione, di assemblea e di religione.

Il regime mostrò grande interesse anche per le tecniche di formazio­ne e manipolazione del consenso: oltre la stampa, scuola, università, cinema, organizzazioni sportive e dopolavo­ristiche vennero integralmente “fa­scistizzate” (decisiva fu, in questo senso, la politica religiosa, culmina­ta con la stipula dei patti lateranen­si tra del 1929).


Nel 1938 il fascismo aderì alla legislazio­ne razziale antiebraica tedesca (che perseguitò anche omosessuali e zingari). Le leggi raz­ziali non furono solo il segno della subalternità italiana nei confronti del nazismo, ma anche l’apice dell’espressione della cultura antidemocratica e an­tiegualitaria di tutta l’ideologia fascista.

Poi seguirono la guerra e le persecuzioni: milioni di morti sotto i bombardamenti e dentro i campi di concentramento. La devastazione. L’orrore. L’annichilimento della natura umana.

La nostra Costituzione, scritta e votata all’indomani della fine della guerra e della caduta del fascismo, è il frutto di un importante compromesso, politico e culturale. Un “compromesso” che nasceva dall’esigenza di scongiurare il ripetersi degli errori (e degli orrori) appena commessi, e di inaugurare l’ingresso dell’Italia in una nuova era, fatta di Libertà, Eguaglianza, Giustizia e Democrazia.

L’art. 21 infatti, in vista di questo grande progetto, sancisce a chiare lettere la libertà di pensiero, di espressione e di stampa; libertà che frequentemente e a sproposito vengono invocate a tutela del diritto di rivendicare la propria fede e appartenenza all’ideologia fascista, o comunque, a una cultura che ne ricalca peculiarità e caratteristiche.

Ebbene, credo che il fascismo, come forma di governo, e soprattuto come ideologia, non rappresenti un’idea meritevole di rispetto.

“Essere fascisti” non è un’opinione, bensì una deviazione, culturale e politica, che racchiude in sé aspetti pericolosissimi: sia nelle intenzioni (teoriche), sia nelle possibili conseguenze (concrete). Come la storia insegna, a chi l’ha studiata.

Non è un caso, dunque, che i Padri Costituenti abbiano inserito, tra le disposizioni transitorie e finali della nostra Legge Fondamentale, il divieto di riorganizzare, sotto qualsiasi forma, il disciolto partito fascista, proibendone l’apologia e il proselitismo. Impedendo così la nuova diffusione di un’ideologia che, come un virus, porta con sé un immenso carico di odio, violenza, razzismo, disuguaglianza e morte.

Francesco Giamblanco

Ps: maiuscole e minuscole non sono messe a caso.

IL RAZZISMO DI OGGI COME QUELLO DI IERI: DA UNA LETTERA DI MARTIN LUTHER KING


“Le nazioni asiatiche e africane si muovono con velocità supersonica verso l’indipendenza politica, mentre noi ancora ci trasciniamo, al passo di un calessino all’antica, per cercare di ottenere una tazza di caffè al banco delle tavole calde.

Forse dire “Aspettate” è facile per chi non è mai stato ferito dalle frecce aguzze della segregazione.

Ma se uno vede plebaglie inferocite lasciate libere di linciare vostra madre, vostro padre, di annegare i vostri fratelli e sorelle a piacimento;

se vede poliziotti pieni d’odio insultare, prendere a calci e perfino uccidere i vostri fratelli e sorelle neri;

se uno vede la stragrande maggioranza dei venti milioni di suoi fratelli neri che soffocano, in una gabbia di povertà a tenuta stagna, nel bel mezzo di una società opulenta;

se uno sente che la lingua s’inceppa e le parole escono in un balbettio perché bisogna cercare di spiegare alla figlia di sei anni come mai non può andare al parco pubblico di divertimenti che la televisione ha appena finito di pubblicizzare, e si accorge che le vengono le lacrime agli occhi appena sente che la Città dei divertimenti è vietata ai bambini di colore,

e vede minacciose nubi di inferiorità cominciare a formarsi nel suo piccolo cielo mentale, e la sua personalità cominciare a distorcersi nello sforzo di maturare un inconscio rancore verso i bianchi;

se uno deve cercare di rispondere a un figlio di cinque anni che chiede: “Papà, ma perché i bianchi trattano così male la gente di colore?”;

se uno, quando fa un viaggio in macchina, si trova costretto una notte dopo l’altra a dormire in posizione disagiata, in un angolo dell’automobile, perché non lo accettano in nessun motel;


se tutti i giorni, immancabilmente, uno vive incalzato da umilianti cartelli su cui sta scritto “bianchi” e “di colore”;

se il suo nome di battesimo diventa “negraccio”, il secondo nome “ragazzo” (qualunque sia la sua età) e il cognome diventa “John”, e se per sua moglie o sua madre nessuno usa mai il titolo di cortesia di “signora Taldeitali”;

se il fatto di essere un nero lo tormenta di giorno e l’ossessiona di notte, lo costringe a vivere sempre in punta di piedi, senza sapere che cosa può capitare da un momento all’altro, se lo fa sentire angustiato da ogni sorta di paure interiori e da ogni sorta di risentimento verso l’esterno;

se uno non può mai smettere di lottare contro la corrosiva sensazione di “non essere nessuno”…

se tutte queste cose accadessero a voi, capireste perché per noi è difficile aspettare.

Arriva il momento in cui la coppa della sopportazione trabocca, e gli uomini non accettano più di sprofondare nell’abisso della disperazione. Spero, signori, che possiate comprendere la nostra legittima e inevitabile impazienza”.

tratto dalla “Lettera dal carcere di Birmingham” di Martin Luther King, 16 aprile 1963.

Redazione:

SALVINI RACCONTA SALVINI: IL MATTEO-PENSIERO IN 25 PERLE



Matteo Salvini: milanese, classe 1973, due partecipazioni a quiz Tv, un diploma, nessuna laurea, un divorzio, due figli, consigliere comunale, deputato, europarlamentare, segretario della Lega (“Nord” prima – senza “Nord” poi), mai un giorno di lavoro in vita sua (politica a parte).

Chi è davvero Matteo Salvini? Cosa pensa? Quali ideali ispirano i suoi programmi?

Sentiamolo direttamente dalla sua voce.

Ho selezionato 25 significative dichiarazioni rilasciate nel corso degli anni, per ricostruire, sinteticamente e senza filtri, la sua visione, il suo pensiero, i suoi valori.

Perché in vista del 4 marzo, prima di entrare nella cabina elettorale e impugnare la matita, è fondamentale accendere il cervello, lubrificare la memoria e riflettere bene prima di decidere.

Sperando che questo breve elenco possa essere utile:

1) “Io prima che leghista sono bossiano, per Umberto nutro un’autentica venerazione”.

2) “Dieci milioni di lire, perché per me l’euro non esiste”.

3) “Arriverà prima la Padania libera della mia laurea”.

4) “Affondare i barconi è guerra? Partiamo”.

5) “Ho scritto al presidente di Atm perché valuti la possibilità di riservare le prime due vetture di ogni convoglio alle donne … e andando avanti così le cose saremo davvero costretti a chiedere dei posti da assegnare ai milanesi”.

6) “Razza bianca? Espressione infelice, ma mi interessa il principio”.

7) “Il cardinale è lontano dal sentire collettivo, quando si ostina a rappresentare i rom come le vittime del sistema invece che la causa di molti problemi. A Radio Padania hanno chiamato molti ascoltatori cattolici che dicono: “Le guance da porgere sono finite”.”

8) “Mai più schiavi di Berlusconi”.

9) [Rispondendo alla domanda di Mentana «Il tema dei ministeri a Roma può costituire il casus belli?»] “Quanto belli, quanto grandi, quanto splendenti siano i ministeri a Roma onestamente mi interessa molto poco…”

10) “Senti che puzza, scappano anche i cani. Sono arrivati i napoletani…”.

11) “Il matrimonio è fra un uomo e una donna e i figli nascono da un uomo e da una donna. Senza la famigliafondata su una mamma e su un papà la società finisce…”

12) “Capisco chi vuole un nuovo Mussolini“.

13) “L’euro al Sud non se lo meritano. La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere. Io a Milano lo voglio, perché qui siamo in Europa. Il Sud invece è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta. L’euro non se lo può permettere”.

14) “Dodici barconi carichi di immigrati. Lasciamoli a largo”.

15) “Ci siamo rotti i coglioni dei giovani del Mezzogiorno, che vadano a fanculo i giovani del Mezzogiorno! Al Sud non fanno un emerito cazzo dalla mattina alla sera. Al di là di tutto, sono bellissimi paesaggi al Sud, il problema è la gente che ci abita. Sono così, loro ce l’hanno proprio dentro il culto di non fare un cazzo dalla mattina alla sera, mentre noi siamo abituati a lavorare dalla mattina alla sera e ci tira un po’ il culo”.

16) “È assurdo affidare una bimba a due gay. Pare davvero ci sia qualcuno che vuole un mondo alla rovescia”.

17) “La bambola gonfiabile è la sosia della Boldrini. La Boldrini è il nulla fatto donna”.

18) “L’euro è un crimine contro l’umanità. Prima salta l’euro, prima posso riprendere la battaglia per l’indipendenza”.

19) “I poverini non sono quelli di Lampedusa che vengono disinfettati: i poverini sono i cittadini di Lampedusa e di Bergamo che poi vengono derubati da chi viene disinfettato”.

20) “E se un datore di lavoro deve evadere le tasse per sopravvivere non è un evasore ma è un eroe”.

21) “Noi non siamo euroscettici, anzi siamo i più grandi sostenitori dell’Europa, ma questa Ue è da abbattere a bastonate”.

22) “Il fascismo rese grande l’Italia”.

23) “Inutile e chiacchierona, vada a difendere gli africani in Africa, se vuoi difendere i profughi torna al tuo paese. Kyenge fuori dalle palle”.

24) “Per quanto mi riguarda chi compie una violenza sessuale una volta non deve poterla compiere più. Stiamo studiando un progetto di legge sulla castrazione chimica”.

25) “Raderei al suolo e spianerei con una ruspa tutti i campi rom”.

Francesco Giamblanco

31 RAGIONI PER NON DIMENTICARE CHI È STATO DAVVERO SILVIO BERLUSCONI



L’imprenditore Silvio Berlusconi scende in politica per la prima volta nel 1994, perché “l’Italia è il Paese che ama”. E la “ama” così tanto che ancora oggi, nel 2018, alla veneranda età di 81 anni, è ancora in campo.

In vista delle imminenti elezioni politiche, nonostante le condanne e la conseguente incandidabilità, come Lazzaro, si è rialzato e ha ripreso a camminare in prima linea; si è alleato con Salvini e la Meloni per dare manforte alla nuova ascesa della destra italiana: sempre più razzista, sempre più populista, sempre più fascista.

Tra patetiche interviste, imbarazzanti ospitate Tv, dichiarazioni assurde e promesse inverosimili, sembra di vivere imprigionati in una palla di vetro, dentro un terribile déjà vu, circondati da un esercito di elettori affetti, secondo quel che presagiscono i sondaggi, da una gravissima forma di amnesia, o di demenza senile (che si spiegherebbe solo se fosse contagiosa).

Ma davvero abbiamo dimenticato chi è Silvio Berlusconi e che cosa è successo negli ultimi 25 anni? Davvero gli stiamo concedendo di ripresentarsi al nostro cospetto come una vergine dal bianco sorriso e dallo sguardo sornione?

Per fortuna io ricordo ancora tutto (o quasi) e ho deciso di realizzare questo sintetico elenco dei 31 più gravi motivi per cui, per me (e auspico anche per voi), Berlusconi dovrebbe essere (politicamente) morto e sepolto da tempo.



1) La riforma Moratti, la riforma Gelmini e i tagli indiscriminati alla scuola pubblica e i favori a quella privata.

2) Le New Town, la corruzione, le bugie e le promesse non mantenute ai terremotati abruzzesi.

3) Il governo punta sulla tecnologia nucleare di terza generazione che è obsoleta, pericolosa e antieconomica.

4) Il ministro della Cultura Bondi finanzia, con soldi pubblici, la Fondazione Craxi, cioè la fondazione in memoria di un politico corrotto, condannato a 10 anni di reclusione emorto latitante.

5) I tagli alla ricerca scientifica.

6) Lo sdoganamento della cosiddetta “Tv spazzatura”.

7) Le innumerevoli leggi ad personam: il decreto Biondi detto “salvaladri”, la legge Tremonti grazie alla quale Mediaset risparmia 243 miliardi di euro; la legge Maccanico grazie alla quale viene “salvata” Rete4; la legge sulla depenalizzazione del Falso in bilancio, per il quale il cavaliere aveva 5 processi in corso; il rifiuto di ratificare il Mandato di cattura europeo grazie al quale avrebbe evitato l’arresto in Spagna (per l’inchiesta Telecinco); il Condono fiscale (tombale) grazie al quale Mediaset ha sanato 197 milioni di euro evasi; la legge Pecorella (non è quello che pensate!) per evitare l’appello in uno dei suoi tanti processi (poi dichiarata incostituzionale). E ancora: la legge Gasparri (basta il nome) e le leggi salva decoder, tassa diritti tv, salva Milan, ad Mediolanum, ad Mondadori, Scudo Fiscale, Lodo Alfano, legittimo impedimento e tante tante tante altre. Senza dimenticare la legge elettorale firmata da Calderoli (sì, ho detto Calderoli!) nota come “Porcellum”.

8) Il Bunga Bunga.

9) “I ristoranti sono pieni”, frase con cui, in un solo istante, sminuisce (con gravissime conseguenze) la peggiore crisi economica della storia.

10) Tutte le gaffe internazionali e le barzellette imbarazzanti (avete presente “la mela che sa di culo”?).

11) Minetti, Scilipoti, Razzi, Santanché (solo per citarne alcuni).

12) Il cosiddetto “Editto bulgaro”, per epurare dalla Tv pubblica Biagi, Santoro e Luttazzi.

13) Il conflitto d’interessi.

14) L’aver convinto il Parlamento a votare che Ruby è la nipote di Mubarak.

15) La guerra alla magistratura (ricordate le “toghe rosse?”)

16) L’aver monopolizzato per anni l’informazione italiana.

17) La legge Fini-Giovanardi (sì, Fini e Giovanardi, avete sentito bene), secondo cui la marijuana e l’eroina sono uguali.

18) I capelli, la bandana e gli occhiali da sole per l’uveite.

19) La misteriosa provenienza dei soldi con cui ha iniziato la sua attività imprenditoriale.

20) I conclamati rapporti con la mafia: su tutti Dell’Utri e lo stalliere Mangano.

21) La legge Bossi-Fini sull’immigrazione.

22) L’aver ridicolizzato la credibilità dell’Italia all’estero.

23) La dichiarazione: “Obama è giovane, bello e anche abbronzato”.

24) La dichiarazione: “Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, mandava la gente in vacanza al confino”.

25) Emilio Fede e Dudù.

26) Le condanne e le prescizioni.

27) L’amicizia con Putin e Gheddafi.

28) L’essersi candidato al Nobel per la pace.

29) Mariano Apicella e l’inno “Meno male che Silvio c’è”.

30) Tutto il berlusconismo in generale.

31) Tutto l’antiberlusconismo in generale.

La lista potrebbe continuare ma preferisco fermarmi qua: credo possa bastare.

Francesco Giamblanco

22 gennaio 2018

Reddito di cittadinanza garantito: 1.300 euro al mese in Danimarca, 460 in Francia


La mappa

Mentre in Italia giacciono in Parlamento proposte di legge mai discusse, nel resto d'Europa sono in vigore forme di sostegno e sussidi non destinati solo ai disoccupati. Dal modello scandinavo all'esperimento francese, ecco come funzionano e quanto valgono. Ma il primato va all'Alaska (grazie al petrolio). In Brasile povertà dimezzata con il piano di Lula

L’ultima ad entrare nel club è stata l’Ungheria, nel 2009. Tutti gli altri paesi dell’Europa a 28 (tranne Italia e Grecia) hanno adottato da tempo forme di reddito minimo garantito per consentire ai loro cittadini più deboli di vivere una vita dignitosa, così come l’Europa chiede fin dal 1992. Strumento pensato per alleviare la condizione di insicurezza di chi vive al di sotto della soglia di povertà, in caso di perdita del lavoro il reddito minimo scatta quando è scaduta l’indennità di disoccupazione (che in Italia è l’ultima tutela disponibile) e il disoccupato non ha ancora trovato un nuovo impiego. Ma nell’Ue ne beneficia anche chi non riesce a riemergere dallo stato di bisogno nonostante abbia un lavoro. Negli ultimi anni la tendenza generalizzata, secondo il rapporto The role of minimum income for social inclusion in the European Union 2007-2010 stilato dal Direttorato generale per le politiche interne del Parlamento Ue, è stata quella di razionalizzare i vari sistemi, cercando di legare più che in passato il sostegno a misure per rafforzare il mercato del lavoro in modo da creare occupazione e ridurre il numero dei beneficiari. Ma il reddito minimo continua ad assolvere alla sua funzione: quella di ultimo baluardo garantito dagli Stati contro l’indigenza.

DANIMARCA – Il modello scandinavo. Informato ai principi dell’universalismo, il sistema danese è tra i più avanzati del continente ed è basato su un pilastro principale: il Kontanthjælp, l’assistenza sociale. Il sussidio è tra i più ricchi: la base per un singolo over 25 è di 1.325 euro (escluso l’aiuto per l’affitto, che viene elargito a parte), che arrivano a 1.760 per chi ha figli. I beneficiari che non hanno inabilità al lavoro sono obbligati a cercare attivamente un’occupazione e ad accettare offerte appropriate al loro curriculum, pena la sospensione del diritto. A differenza della maggior parte degli altri paesi, il sussidio è tassabile. E se ci si assenta dal lavoro senza giustificati motivi, viene ridotto in base alle ore di assenza. Fino al febbraio 2012, poi, esisteva lo Starthjælp, letteralmente “l’indennità di avviamento ad una vita autonoma”, il cui contributo minimo era di 853 euro: il beneficio è stato abolito in un tentativo di riorganizzazione e razionalizzazione del sistema.

GERMANIA – Il modello centroeuropeo. In Germania lo schema di reddito minimo è basato su 3 pilastri: l’Hilfe zum Lebensunterhalt, letteralmente un “aiuto per il sostentamento“, un assegno sociale per i pensionati in condizioni di bisogno (Grundsicherung im Alter) e un sostegno ai disoccupati con ridotte capacità lavorative (Erwerbsminderung). Dal 1° gennaio 2013 il contributo di primo livello (il più alto) è di 382 euro per un singolo senza reddito. Sussidi per l’affitto e il riscaldamento vengono elargiti a parte, come le indennità integrative per i disabili, i genitori soli e le donne in gravidanza. Lo Stato pensa anche alla prole: 289 euro per ogni figlio tra i 14 e i 18 anni, 255 euro tra i 6 e i 14 anni, 224 euro da 0 a 5 anni. La durata è illimitata, con accertamenti ogni 6 mesi sui requisiti dei beneficiari, a patto che chi è abile al lavoro segua programmi di reinserimento e accetti offerte congrue alla sua formazione. Ne hanno diritto i cittadini tedeschi, gli stranieri provenienti da paesi Ue che hanno firmato il Social Security agreement e i rifugiati politici.

REGNO UNITO – Il modello anglosassone. Oltremanica il reddito minimo è garantito da un complesso sistema di sussidi basati sulla “prova dei mezzi”, la misura del reddito dei richiedenti. L’Income Support è uno schema che fornisce aiuto a chi non ha un lavoro full time (16 ore o più a settimana per il richiedente, 24 per il partner) e vive al di sotto della soglia di povertà. Il sostegno ha durata illimitata finché sussistono le condizioni per averlo e varia in base ad età, struttura della famiglia, eventuali disabilità, risorse che i beneficiari hanno a disposizione: chi ha in banca più di 16mila sterline non può accedervi e depositi superiori alle 6mila riducono l’importo del sostegno. Le cifre: i single tra i 16 e i 24 anni percepiscono 56,80 pound a settimana, gli over 24 arrivano a 71,70 (per un totale di circa 300 sterline al mese, pari a 330 euro, contro le 370 del 2007). Un aiuto dello stesso importo garantisce la Jobseeker Allowance, riservata agli iscritti nelle liste di disoccupazione: “Per riceverlo il candidato deve recarsi ogni due settimane in un Jobcenter e dimostrare che sta attivamente cercando lavoro”. Lo Stato aiuta chi ha bisogno anche a pagare l’affitto e garantisce alle famiglie assegni per il mantenimento dei figli.

FRANCIA – Esperimento di reddito modulare. A due diversi tipi di sostegno rivolti ai disoccupati, si è aggiunto nel 1988 il Revenu Minimun d’Insertion, sostituito nel giugno 2009 dal Revenu de Solidarité Active. Ne ha diritto chi risiede nel paese da più di 5 anni, ha più di 25 anni, chi è più giovane ma ha un figlio a carico o 2 anni di lavoro sul curriculum. Un singolo percepisce 460 euro mensili (in aumento dai 441 del 2007), una coppia con 2 figli 966 euro. E il sussidio, che dura 3 mesi e può essere rinnovato, aumenta con l’aumentare della prole. Perché il sostegno non si trasformi in un disincentivo al lavoro, il beneficiario deve dimostrare di cercare attivamente un’occupazione, partecipare a programmi di formazione e l’importo del beneficio è modulare: man mano che cresce il reddito da lavoro, diminuisce il sussidio, ma in questo modo il reddito disponibile aumenta.

BUONE PRATICHE
Belgio. Quello belga è un sistema rigido, ma generoso: 725 euro il contributo mensile per un singolo. Con l’inizio della crisi Bruxelles ha, inoltre, aumentato le tutele, adottando nel luglio 2008 per gli anni 2009-2011 l’Anti-Poverty Plan, un’ulteriore serie di misure per garantire il diritto alla salute, al lavoro, alla casa, all’energia, ai servizi pubblici. Inoltre il Belgio è tra i paesi che, con Germania e Danimarca, consentono di rifiutare un lavoro perché non congruo al proprio livello professionale senza vedersi sospeso il sussidio (idea affine a quella proposta in Italia da M5S e Sel): un meccanismo studiato per contrastare quella fascia di lavori a bassa qualificazione che prolifera in conseguenza dell’obbligo di accettare un impiego per non perdere il sostegno.

Irlanda. Anche quello irlandese figura tra i sistemi più generosi: 849 euro il contributo massimo per un singolo. E grazie al Back to Work Allowance nell’isola un disoccupato che intraprende un’attività lavorativa continua ad usufruire dei sussidi per diversi mesi dopo l’avvio del lavoro. Anche se si riprendono gli studi si può richiedere un sostegno al reddito grazie al Back to study Allowance. 

Olanda. I Paesi Bassi, invece, oltre ad avere un sistema di manica larga con singoli (617 euro il contributo mensile massimo) e famiglie (1.234 euro, sia che si tratti di coppie sposate che di coppie di fatto, con figli e senza) hanno messo a punto il Wik, una misura specifica per gli artisti, studiata per garantire una base economica a chi si dedica alla creazione artistica.

RISULTATI. Secondo uno studio commissionato dalla Commissione Europea basato sui report nazionali dello Eu Network of National Independent Experts on Social Inclusion, sono rari i casi in cui il reddito minimo “riduce sensibilmente i livelli aggregati di povertà”: “i paesi che meglio riescono ad elevare le condizioni dei loro cittadini più deboli verso la soglia di povertà sono Irlanda, Svezia, Paesi Bassi e Danimarca”. Svolge, invece, un ruolo importante “nel ridurre l’intensità della povertà”. 

ESPERIMENTI NEL MONDO: IL REDDITO DI CITTADINANZA IN ALASKA E BRASILE. A differenza del reddito minimo, il reddito di cittadinanza, in inglese basic income, è una forma universalistica di sostegno del reddito garantita dallo Stato a tutti i cittadini maggiorenni a prescindere dai loro averi e dalla loro disponibilità a lavorare. Secondo la Global Basic Income Foundation, l’unico paese al mondo in cui esiste un reddito di cittadinanza è l’Alaska. Dal 1982 l’Alaska Permanent Fund, nel quale confluisce almeno il 25% dei proventi dei giacimenti di petrolio e gas dello Stato, garantisce un dividendo a tutti i cittadini residenti da almeno un anno. L’importo varia in base a proventi annui del settore minerario: nel 2011 è stato di 1.174 dollari, nel 2008 aveva toccato i 2.100. E si tratta di un sostegno individuale, quindi una famiglia composta da 5 persone riceverà 5 sussidi. Il Brasile, invece, si è dotato di un basic income, la Bolsa Familia, con la legge n. 10.835/2004 promulgata dal presidente Lula l’8 gennaio 2004. In base ai dati della Banca Mondiale, in questi anni la percentuale di persone che vivevano sotto la soglia della povertà (fissata nelle parti più ricche del mondo emergente a 4 dollari al giorno) è scesa dal 42.84%, del 2003 al 27.60% del 2011. E, secondo il Ministero per lo Sviluppo Sociale, il budget per il programma sarà portato dai 10,7 miliardi di dollari del 2012 a 12,7 nel 2013.

18 gennaio 2018

"Case Famiglia" Bimbi maltrattati e abusati Condannate tre Carmelitane


Bimbi maltrattati e abusati Condannate tre Carmelitane
Molestie sessuali, docce gelate, letti senza coperte per non farle sporcare di pipì sono solo alcune delle torture inflitte ai piccoli ospiti delle case famiglia «Amicizia» e «Aurora» gestite dalle suore, a cui sono state inflitte pene da uno a cinque anni

Bambini costretti a mangiare il loro vomito, a dormire senza coperte, a fare docce gelate. È il clima di terrore imposto per mesi tra le mura delle case famiglia «Amicizia» e «Aurora» riservate ai minorenni a Rocca di Papa da tre suore Carmelitane, condannate per maltrattamenti. Una di loro, Amparo Pena Guardaro, è stata anche ritenuta responsabile di aver intrattenuto rapporti intimi con uno dei ragazzi ospitati nella struttura e per questo è l’imputata per cui il tribunale ha pronunciato la sentenza più severa: cinque anni e due mesi di reclusione con l’accusa di violenza sessuale cui i giudici hanno anche aggiunto il divieto di lavorare per sempre con altri bambini.

Le suore sudamericane

Per le altre due suore il verdetto è stato circoscritto ai reati inerenti al regime di paura instaurato all’interno della struttura: Virginia Pena Guardado - gemella di Amparo - è stata condannata a due anni, mentre nei confronti di Lorena Mely Sorto Hendriquez è stata pronunciata una sentenza di colpevolezza a un anno di reclusione. Entrambe le sorelle godranno della sospensione della pena. Tutte le imputate sono di origine sudamericana. Il dramma vissuto tra le mura della casa famiglia in via Locatelli è emerso tre anni fa, quando alcuni genitori si accorsero che i figli avevano lividi, graffi, punti di sutura e soprattutto uno di loro si era rotto entrambi i polsi.

I bimbi puniti

Davanti alle pressanti domande delle mamme e dei papà su cosa fosse successo, i bambini confessarono di subire vessazioni continue dalle responsabili della struttura. Drammi che si sono ripetuti anno dopo anno a partire dal 2007 fino al 2011, come sostenuto dai giudici di Velletri. L’incubo dei ragazzi cominciava la mattina presto, quando le suore li obbligavano a riordinare le stanze ma soprattutto a fare le docce con acqua fredda per consumare meno energia possibile. Una sofferenza estrema se si considera che nelle notti invernali dormivano senza coperte, protetti solo dalle lenzuola e il pigiama. A motivare le angherie, la decisione delle suore di punire i bambini perché si facevano la pipì addosso e le imputate non avevano alcuna intenzione di pulire la biancheria sporca.

Il bimbo di sette anni con le scarpe numero 44

«Pur esprimendo soddisfazione per la condanna per quello che concerne i gravi e continuati maltrattamenti subiti dai figli minori della mia assistita, non posso che rammaricarmi per la dichiarata prescrizione relativamente al reato di abbandono di minore - dice l’avvocato Erika Iannucci, difensore di una delle parti civili- Per la mia cliente resta l’amarezza di aver denunciato, senza essere creduta, presso il Tribunale per i Minorenni gli abusi e le violenze che sono emersi con grande chiarezza nel dibattimento subiti dai propri figli.” Drammatico il racconto in aula di una delle mamme dei bambini maltratti: “Per i miei bambini è stata una tortura, per sette anni hanno vissuto all’inferno, erano terrorizzati». La signora, cui furono tolti i figli quando avevano 6 e 2 anni, riferì nel corso del processo che “I bambini negli orari di visita non mi lasciavano andare via e fu allora che notai su mio figlio dei lividi. La situazione peggiorava sempre: occhi neri, un polso rotto, graffi e una volta 40 punti di sutura perché qualcuno aveva spinto mio figlio contro un vetro. D’inverno capitava che avessero vestiti troppo leggeri per il clima e una volta mio figlio, avrà avuto sui 7 anni, aveva al piede scarpe di misura 44».
La casa-famiglia, in Italia, è una struttura destinata all'accoglienza, è una «comunità di tipo familiare con sede nelle civili abitazioni» la cui finalità è l'accoglienza di minorenni, disabili, anziani, adulti in difficoltà, persone affette da AIDS e/o in generale persone con problematiche psicosociali. 

Storia

Le prime case-famiglia hanno avuto origine tra l'inizio degli anni sessanta e la fine degli anni settanta del XX secolo, da esperienze di condivisione diretta con persone in situazione di handicap.
A quel tempo, queste erano per lo più confinate in istituti nei quali l'attenzione era posta soprattutto sulla patologia e sulla sua terapia. Spostando l'attenzione sulla globalità della persona venne l'esigenza di creare strutture che ne permettessero anche un inserimento sociale ed una vita di relazione normale.

Nel 1964, a Pian di Scò, in provincia di Arezzo, nacque la prima casa-famiglia dell'Opera Assistenza Malati Impediti (OAMI), aperta da Mons. Enrico Nardi, per potere inserire i disabili in una piccola comunità, anziché in grandi strutture. Nel 1973 a Coriano, in provincia di Rimini, sotto la guida di Don Oreste Benzi, nacque la prima casa-famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Disciplina normativa

I requisiti di tali strutture sono contenuti nel decreto ministeriale del Ministro per la Solidarietà Sociale del 21 maggio 2001 n. 308 emanato ai sensi dell'art. 11 della legge 8 novembre 2000 n. 328.
Esse devono inoltre essere in possesso dell'autorizzazione del comune italiano sul cui territorio esse insistono, rivolgendosi all'assessorato ai servizi sociali.

Non sono obbligate a ottenere la preventiva autorizzazione le case famiglia che ospitano fino a 6 ospiti, purché non si effettuino attività sanitarie. Tuttavia le attività sanitarie possono " provenire dall'esterno" esempio necessità di prestazioni infermieristiche attraverso i servizi domiciliari territoriali della Asl di appartenenza, o i servizi infermieristici privati territoriali.
Il soggetto gestore che intende avviare una struttura “Casa Famiglia”, in questo caso, è tenuto a dare preavviso dell'avvio di tale attività al Dirigente dei Servizi Diretti dell'Assessorato “Politiche Sociali e per le Famiglie” del Comune di appartenenza. Egli, entro 60 giorni, deve dare comunicazione al Comune di appartenenza dell'avvenuta avvio dell'attività completa di tutte le informazioni.

Non sono obbligate a ottenere l´autorizzazione le strutture finalizzate alla semplice abitazione, alla frequenza scolastica, all´inserimento lavorativo, ai soggiorni di vacanza e le strutture che non svolgono attività socio-assistenziali.
Deve essere comunque comunicato l'inizio dell'attività (anche tramite Denuncia di inizio attività) allegando tutte le documentazioni al comune di appartenenza entro il 60º (sessantesimo giorno) dall'inizio dell'attività al comune di appartenenza territoriale della struttura.

In tali casi vale il principio del silenzio-assenso, ovvero in assenza di controllo si intende "temporaneamente autorizzata". Questo impedisce di rimanere intrappolati nella burocrazia, attraverso lunghe attese, per queste strutture che difficilmente possono attendere i tempi lunghi, con disastrose conseguenze economiche e sociali.

Caratteristiche

Molte case-famiglia, si occupano dell'accoglienza di minori «per interventi socio-assistenziali ed educativi integrativi o sostitutivi della famiglia». Si pongono in alternativa agli orfanotrofi (o istituti) in quanto, a differenza di questi, dovrebbero avere alcune caratteristiche che la renderebbe somigliante ad una famiglia. In una stessa struttura potrebbero essere accolte anche minori fuori famiglia o comunque con disagi e difficoltà di diverso tipo.

I tratti di maggiore affinità con la famiglia sono i seguenti: 

Presenza di figure parentali (materna e paterna) che la eleggono a loro famiglia, facendone la propria casa a tutti gli effetti. 

Numero ridotto di persone accolte, per garantire che i rapporti interpersonali siano quelli di una famiglia. 

La casa deve avere le caratteristiche architettoniche di una comune abitazione familiare, compatibilmente con le norme, eventualmente, stabilite dalle autorità sanitarie. 

La casa deve essere radicata nel territorio, deve, cioè, usufruire dei servizi locali (negozi, luoghi di svago, istruzione) e partecipare alla vita sociale della zona. 

Il Decreto ministeriale stabilisce inoltre, all'art. 3, che:

« per le comunità che accolgono minori, gli specifici requisiti organizzativi, adeguati alle necessità educativo-assistenziali dei bambini, degli adolescenti, sono stabiliti dalle Regioni » 

Tra i criteri organizzativi, le Regioni possono stabilire anche accorpamenti tra più comunità. A seguito di ciò, vi sono strutture la cui capienza totale supera anche i 100 minori accolti.

Requisiti minimi strutturali

Per le strutture fino a 10 posti letto, sono richieste le caratteristiche delle civili abitazioni ed una organizzazione interna che garantisca sia gli spazi e i ritmi della normale vita quotidiana; Di norma le civili abitazioni dispongono al massimo di due bagni, ma almeno uno dovrà in questo caso essere attrezzato per la disabilità qualora si verifichi la necessità.

Il personale potrà far uso dei soliti bagni, solo se saranno disinfettati a mano, o meglio ad ogni scarico d'acqua automaticamente dall'apposito automatismo e a condizione che la rubinetteria del lavabo del bagno più in prossimità alla cucina sia a comando a pedale o a fotocellula, per i maggiori accorgimenti igienici.

Le camere ad un posto letto hanno nelle civili abitazioni una superficie di circa 9 m², quelle a due posti letto di circa 14 m², i soggiorni o le sale di 18 – 22 m² e tutto ciò è sufficiente ad ospitare i 6 ospiti; Le cucine delle civili abitazioni difficilmente superano gli 8 m², ma sono comunque sufficienti ad accogliere la famiglia di ospiti anziani al tavolo da 6 posti.

L'affido familiare è un'istituzione dell'ordinamento civile italiano che si basa su un provvedimento temporaneo che si rivolge a bambini e a ragazzi fino ai diciotto anni di nazionalità italiana o straniera, che si trovano in situazioni di instabilità familiare. Grazie all'affido, il minore viene accolto presso una famiglia che ne fa richiesta o ove ciò non sia possibile è consentito l’inserimento del minore in una comunità di assistenza pubblico o privato. L'affidamento è dunque un servizio di aiuto e sostegno creato nell’ottica della tutela dei diritti dell’infanzia, garantendo al minore il diritto a crescere in un ambiente che possa soddisfare le sue esigenze educative e affettive, in grado di rispettare i suoi bisogni, in riferimento alle caratteristiche personali e familiari e alla sua specifica situazione di difficoltà.

In Italia l'affidamento è disciplinato dalla Legge n. 184 del 4 maggio 1983 che è stata poi modificata dalla Legge n. 149 del 28 marzo 2001.

Tutti parlano di Casa Famiglia… ma cos’è in realtà?

Il modello di Casa Famiglia di Ai.Bi. si fonda su una coppia di coniugi che avendo già avuto esperienze di affido familiare, dà la disponibilità ad accogliere fino a un massimo di 6 minori (dagli 0 ai 18 anni), mentre la comunità educativa può ospitare fino a un massimo di 10 minori. La Casa Famiglia è un servizio residenziale di accoglienza per minori. Gli ultimi dati del 2010 parlano di 29.300 minori fuori famiglia, per cui c’è sempre un enorme bisogno di famiglie che si vogliono aprire all’accoglienza.

I bambini che arrivano all’interno delle nostre strutture, sono minori sotto tutela, ciò significa che sono in carico al Servizio Sociale di competenza. Il servizio sociale, che ha ricevuto il mandato dall’Autorità Giudiziaria, predispone un progetto a tutela del minore.

La maggior parte dei bambini ha vissuto l’allontanamento dalla famiglia d’origine a causa di grosse problematiche come la trascuratezza, l’incapacità genitoriale, il maltrattamento, episodi di violenza o anche tossicodipendenza, alcolismo da parte della famiglia d’origine.

Lo scopo della Casa Famiglia vuole essere quello di accogliere i bambini che ne hanno bisogno, coccolarli, accudirli e far assaporare loro il clima familiare, in modo da poter dare strumenti per poi essere pronti per essere accompagnati verso il loro progetto di vita definitivo come l’adozione o il rientro a casa. Questo aspetto per esempio non viene garantito all’interno di una struttura gestita solamente da operatori, come una comunità educativa.

Spesso accompagniamo i bambini verso un altro progetto di affido familiare. Anche rispetto a questo progetto, uno degli obiettivi che ci poniamo come Casa Famiglia è quella di sensibilizzare il territorio in cui siamo presenti, cercando di informare e di reperire nuove famiglie che intendano aprirsi all’affido familiare.

A nostro modo di vedere, la Casa Famiglia non è la risposta definitiva per loro, viene intesa come un momento di passaggio dove potersi “preparare” al loro progetto di vita. Per questo motivo indichiamo fin da subito al Servizio Sociale un lasso di tempo di nostra disponibilità per costruire insieme il progetto di vita per ogni bambino accolto. Allo stesso tempo, la Casa Famiglia risponde a un bisogno dei bambini di essere protetti e tutelati e dove possono iniziare a sperimentare il clima familiare, per arrivare preparati ad un eventuale progetto di affido o adozione o al possibile rientro a casa.

Ai.Bi. mette a disposizione alla famiglia di riferimento della Casa Famiglia ogni genere di supporto: educatore a supporto della famiglia accogliente, il coordinatore che mantiene i contatti con i diversi Servizi Sociali, sviluppa la rete di famiglie, fondamentale per chi vive una scelta di vita così importante e anche una psicologa per poter rileggere i comportamenti e le reazioni dei bambini accolti..

A livello organizzativo, l’associazione si impegna nella ricerca dell’immobile, adatto secondo i requisiti richiesti dalle normative regionali, nella zona di residenza della coppia, in modo da rimanere nel territorio di appartenenza della famiglia e in modo da garantirle abitudini, stile di vita, amicizie anche con la Casa Famiglia avviata. E’ l’associazione che si fa carico della maggior parte delle spese economiche della struttura e per i minori accolti, grazie alle rette che i servizi ci pagano per l’inserimento del minore e grazie anche a diversi finanziatori esterni che continuano a sostenerci.

IN CASA FAMIGLIA SENZA MOTIVO: "MAMMA, TI PREGO, PORTAMI VIA"

Si parla molto in questo periodo di minori sottratti ai genitori e collocati in casa famiglia senza che si siano verificate le gravi condizioni che la legge impone per assumere simili traumatiche decisioni. Violenze, maltrattamenti, abusi sessuali, droga o incuria, sono infatti i mali estremi a cui la legge impone estremi rimedi. Ma perchè, allora, sempre più spesso leggiamo di bambini strappati a un genitore o a tutti e due, quando nessuno di questi gravi motivi è presente?

Quasi quotidianamente assistiamo a programmi televisivi in cui ai racconti drammatici dei genitori si alternano dichiarazioni di giudici dei tribunali dei minori che negano con decisione la possibilità che un bambino possa essere strappato ai genitori per povertà o per banali liti fra coniugi separati o in via di separazione, "La legge non consente di togliere un figlio ai genitori in assenza di gravi motivi", tuonano.

Già, ma allora perchè i giornali sono pieni di storie tutte uguali in cui i bambini vengono privati anche con l'uso della forza pubblica di tutti i loro affetti per essere collocati in una casa famiglia? Cosa hanno fatto di male questi bambini per essere così duramente puniti? E che tipo di traumi provocherà in loro la perdita di tutti gli affetti? Il problema non sembra sussistere per le figure istituzionali che dovrebbero operare per "il bene supremo del minore", a meno che i giudici non abbiano una concezione del "bene del minore" totalmente sconosciuta al resto della società civile.

Ma forse una spiegazione a quello che appare a tutti gli effetti un gigantesco e letale equivoco, possiamo trovarla in questo articolo di presentazione della comunità per minori "Il Ciliegio", inaugurata nel 1995.Proprio in occasione della sua apertura, il Corriere scriveva: " Cassia. inaugurata casa famiglia per minori in difficolta' Bambini in situazioni di disagio familiare, con genitori tossicodipendenti o prossimi alla separazione, potranno essere ospitati dalla casa famiglia "Il ciliegio" di via Lubriano 40, sulla Cassia, inaugurata ieri dall' assessore Amedeo Piva. La casa famiglia potra' ospitare 8 10 bambini che dovranno restare almeno un anno. Pagina 46 (26 settembre 1995) - Corriere della Sera"

In questo articolo, incredibilmente si associano i genitori tossicodipendenti a quelli prossimi alla separazione, come se entrambe le categorie facessero parte del gruppo per cui si rende necessario l'allontanamento di un minore dalla famiglia naturale. Inoltre, qui per la prima volta è indicato un periodo di permanenza minimo in casa famiglia: un anno. Qualcuno potrà obbiettare che non sempre i giornali riportano correttamente le notizie, ma se questo articolo le avesse invece riportate fedelmente, allora si aprirebbe finalmente uno squarcio nella nebbia che troppo spesso avvolge le decisioni dei vari tribunali dei minori, ovvero: la categoria dei genitori separati è di fatto entrata nel ristretto gruppo di quelle che “impongono l’allontanamento del minore dai genitori ”, senza che lo abbia stabilito alcuna legge dello stato.

E’ avvenuto per un passaparola? Per abitudine? Per comodità? Per incompetenza? Questo non possiamo saperlo, quello che è certo è che “il supremo interesse del minore” è andato via via scemando, per lasciare spazio al supremo interesse di altre figure che, di fatto, alimentano e amplificano il conflitto fra gli ex coniugi, punendo però soltanto i loro figli.

Non è poi da sottovalutare il fatto che la macchina messa in moto nelle separazioni conflittuali, anche in assenza di una contesa per l’affido dei figli, è estremamente costosa.

Consulenti tecnici, consulenti di parte, psicologi, avvocati, sono tutte figure di cui i genitori avranno bisogno. Poi, qualora venisse sottratto loro il figlio o i figli, i separati dovranno pagare anche la casa famiglia, il cui costo medio è di circa 3000 euro al mese a bambino. Se i loro introiti non fossero sufficienti, sarà il comune a pagare in parte o interamente la retta. Quanto possa durare la permanenza di un figlio di genitori separati in una casa famiglia è un rebus. Ci sono bambini che sono in casa famiglia anche da 4 anni, tanto che il Garante per l’Infanzia del Lazio, due anni fa, ha ordinato una sorta di censimento sui minori ospitati nelle case famiglia, per avere finalmente dei dati sulle “ detenzioni ingiustificate”.

In una trasmissione radiofonica di qualche giorno fa, il risultato della “ingiusta detenzione” di bambini innocenti, è emerso in modo drammatico in una telefonata fra una mamma e la sua bambina rinchiusa in comunità su ordine del tribunale dei minori di Roma alla vigilia dello scorso Natale.La colpa della bimba? La separazione conflittuale dei genitori.

Così, un giorno, questa bimba che viveva con la mamma, andava bene a scuola e stava benissimo, si è vista portare via per essere rinchiusa in una comunità per minori in difficoltà, anche se lei di difficoltà non ne aveva. Le richieste di aiuto che questa bambina lancia dal telefono alla mamma, sono strazianti, disumane, spaventose. “Mamma, ti prego, portami via” , grida questa bambina, e in quel grido che le si strozza in gola vedo qualcuno che nell’ombra sorride soddisfatto, mentre qualcun altro continua a ripetere che i tribunali pensano soltanto “al bene supremo del minore.

Come aprire una casa famiglia

Una casa famiglia è un luogo di accoglienza per minori abbandonati o allontanati dai genitori. E' un luogo di passaggio che prepara questi bambinialla vita e dà loro l'amore necessario. Aprire queste case è un atto di grande solidarietà, ma anche un' enorme responsabilità. Il percorso che porta all'avvio dell'attività è molto lungo, ma se avrete pazienza vedrete premiati i vostri sforzi. Cerchiamo quindi di vedere assieme i vari passaggi da fare. 

Assicurati di avere a portata di mano:Autorizzazioni dagli enti preposti

Se avete deciso di aprire una casa famiglia in primo passo da fare sarà quello di recarvi al comune del paese in cui avvierete l'attività e informarli delle vostre intenzioni. Si tratta senza dubbio della cosa più importante da fare. Il consenso del comune è fondamentale, perché se interpellate la giunta comunale a lavori iniziati, rischiate di vedervi negata l'autorizzazione, sprecando così tempo ed energie. Una volta che il comune approva la vostra iniziativa, potrete passare al passaggio successivo. 

Il secondo passo sarà quello di trovare un edificio adatto ad un'attività di questo tipo. Sono molte le caratteristiche che una casa famiglia deve avere, dato che fin da subito riceverete controlli da parte dell'Asl, dell'ufficio tecnico del comune e dei Vigili del Fuoco, e quindi ogni dettaglio dovrà essere perfetto, in modo da non vedervi revocare i permessi. Una casa famiglia risponde alle norme sulle abitazioni civili, pertanto deve rispettare sia la legge 46/90 sugli impianti, ma anche la legge 626 sulla sicurezza dei posti di lavoro. Per una struttura ospitante fino a dieci bambini dovrete garantire la presenza di almeno due bagni, di cui uno usufruibile anche dalle persone disabili. Ogni bagno, inoltre, dovrà essere dotato di un sistema di disinfezione automatico (che entra cioè in funzione ad ogni scarico d'acqua). Considerando poi che dovrete predisporre anche una cucina, il bagno che si troverà vicino a quest'ultima, per una maggiore sicurezza igienica, dovrà avere caratteristiche aggiuntive. Nello specifico, nel lavandino non potrete installare la normale rubinetteria, bensì un sistema di apertura dell'acqua a fotocellula o con comando a pedale. Per quanto riguarda la cucina stessa, poi, 8 metri quadri di spazio riservato saranno più che sufficienti. Dovrete poi assicurarvi che anche le camere da letto siano in regola con la normativa. Proprio per questo, ogni camera contenente un letto dovrà avere una superficie non inferiore ai 9 metri quadri, mentre ogni camera con due posti letto avrà una superficie di almeno 14 metri quadri. Le spazi comuni, invece, dovranno essere in grado di ospitare più persone contemporaneamente, quindi non dovranno essere più piccole di 22 metri quadri. Se poi volete dare maggior valore alla vostra struttura, sarà buona cosa predisporre anche un ampio giardino esterno protetto con una recinzione perimetrale. Se l'edificio che avete individuato presenta tutte le suddette caratteristiche, allora sarete avvantaggiati. In caso contrario dovrete fare una richiesta al comune per apportare le dovute modifiche ed affidare poi i lavori ad un'impresa edile. Per quanto riguarda i lavori di tipo idraulico ed elettrico, la stessa impresa edile saprà indirizzarvi da chi di competenza. 

Redazione:

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