18 luglio 2018

La Carta della Libertà

 La Carta delle Libertà 

Approvata dal Congresso del Popolo di Kliptown, il 26 giugno 1955

Noi, il popolo del Sudafrica, dichiariamo, perché l’intera nazione ed il mondo sappiano:

che il Sudafrica appartiene a tutti coloro che ci vivono, bianchi e neri, e che nessun governo può a giusto titolo vantare alcuna autorità se questa non si basa sulla volontà di tutto il popolo;

che il nostro popolo è stato defraudato del diritto, acquisito per nascita, alla terra, alla libertà ed alla pace da una forma di governo basata sull’ingiustizia e l’ineguaglianza;

che il nostro Paese non sarà mai prospero né libero finché tutta la nostra gente non vivrà nel segno della fratellanza, non godrà degli stessi diritti e di pari opportunità;

che soltanto uno Stato democratico, fondato sulla volontà dell’intera popolazione, può garantire a tutti il rispetto dei diritti di nascita senza alcuna distinzione di colore, razza, sesso o credo;

Quindi, noi, il popolo del Sudafrica, bianchi e neri insieme eguali, compatrioti e fratelli, approviamo la presente Carta delle Libertà;

E ci impegniamo a lottare insieme, senza lesinare né forza né coraggio, finché non avremo ottenuto i cambiamenti democratici sanciti dal presente documento.

Il Popolo governerà!

Ogni uomo e donna avrà il diritto di voto e di candidarsi per entrare a far parte di tutti gli organi preposti a legiferare;

Tutti avranno il diritto di entrare a far parte dell’Amministrazione del Paese;

Tutti godranno degli stessi diritti, indipendentemente dalla razza, dal colore e dal sesso di ciascuno;

Tutti gli organi governati da una minoranza, gli organi consultivi, i consigli e gli enti dovranno essere sostituiti da organi democratici di autogoverno.

Tutte le categorie nazionali godranno degli stessi diritti!

Godranno di uno status paritetico negli organi statali, dinanzi ai tribunali e nelle scuole i cittadini appartenenti a tutti i gruppi e di tutte le razze;

Tutti avranno pari diritto di utilizzare la propria lingua e sviluppare tradizioni e cultura popolari propri;

Tutte le categorie di cittadini saranno tutelate per legge da qualsiasi oltraggio alla razza ed all’orgoglio nazionale;

L’istigazione e la pratica di nazionalismo, di discriminazioni e del disprezzo basati sulla razza e sul colore della pelle costituiranno un reato sanzionabile;

Tutte le leggi e le prassi segregazioniste verranno abbandonate.

Il Popolo condividerà la ricchezza del Paese!

La ricchezza nazionale del nostro paese, il patrimonio dei sudafricani, verranno restituiti al popolo;

La proprietà delle ricchezze minerali del sottosuolo, delle banche e dei monopoli industriali verrà trasferita al popolo tutto;

Tutte le altre attività industriali e commerciali saranno controllate in modo che contribuiscano al benessere della popolazione;

Tutto il popolo godrà di pari diritti a svolgere attività commerciali ove preferisca, a produrre e condurre qualsiasi attività economica, artigiana e svolgere qualsiasi professione.

La terra sarà condivisa da coloro i quali la lavorano!

Verranno eliminati qualsiasi limitazione o vincolo di matrice razziale legati alla proprietà della terra e questa verrà ridistribuita a tutti quelli che la lavorano, al fine di eliminare carestia e fame;

Lo Stato fornirà assistenza ai contadini con l’attrezzatura, le sementi, i trattori ed i bacini artificiali ai fini del recupero dei terreni e dell’assistenza ai coltivatori;

A tutti coloro i quali lavorano la terra verrà garantita libertà di circolazione;

Tutti avranno diritto ad occupare la terra ovunque lo scelgano;

Il popolo non dovrà essere derubato del proprio bestiame e verranno aboliti il lavoro coatto e le prigioni adibite a fabbriche.

Tutti saranno uguali dinanzi alla legge!

Nessuno potrà essere detenuto, deportato o costretto senza un giusto processo; nessuno potrà essere condannato per ordine di un ufficiale governativo;

I tribunali saranno rappresentativi di tutti il popolo;

La detenzione sarà prevista per i soli reati gravi contro la persona e dovrà essere volta alla rieducazione, non mirare alla vendetta;

Gli organi di polizia e l’esercito saranno accessibili a tutti su uguali basi e saranno coloro che aiuteranno e proteggeranno il popolo;

Tutte le leggi discriminanti in base alla razza, al colore della pelle o al credo verranno abrogate.

Tutti godranno degli stessi diritti dell’uomo!

La legge garantirà a tutti il diritto alla libertà di espressione, di organizzazione, di adunanza, di pubblicazione, di esprimersi, di culto e di educare i propri figli;

La privacy della casa verrà protetta per legge dai raid della polizia;

Tutti saranno liberi di spostarsi senza limitazioni dalla campagna ai centri urbani, di provincia in provincia, e dal Sudafrica all’estero;

Le leggi sui lasciapassare, sui permessi e tutte le altre leggi che restringono queste libertà saranno abolite.

Vi saranno lavoro e sicurezza!

Tutti i lavoratori saranno liberi di creare sindacati, eleggere i propri rappresentanti e firmare accordi salariali con i propri datori di lavoro;

Lo Stato dovrà riconoscere a tutti il diritto e il dovere al lavoro e prevedere sussidi di disoccupazione;

Uomini e donne di tutte le razze riceveranno pari remunerazione per uguale lavoro;

Vi saranno una settimana lavorativa di 24 ore, un salario minimo nazionale, ferie e giorni di malattia retribuiti ogni anno per tutti i lavoratori, nonché congedi per maternità con piena retribuzione per tutte le mamme lavoratrici;

I minatori, i collaboratori domestici, i contadini e gli impiegati statali avranno eguali diritti, così come tutti gli altri lavoratori;

Il lavoro minorile, compound labour, il “tot system” ed i contratti di manodopera temporanea verranno aboliti.

Le porte dell’apprendimento e della cultura saranno aperte!

Lo Stato dovrà scoprire, sviluppare e incoraggiare l’espressione del talento nazionale ai fini della valorizzazione della nostra vita culturale;

Tutti i tesori culturali dell’umanità saranno accessibili a tutti, con il libero scambio di testi, di idee e contatti con altre terre;

Lo scopo dell’istruzione sarà quello di insegnare ai giovani ad amare la propria gente e la propria cultura, ad onorare la fratellanza umana, la libertà e la pace;

L’istruzione sarà gratuita, obbligatoria, universale ed uguale per tutti i bambini; l’istruzione superiore e la formazione tecnica saranno accessibili a tutti grazie a sussidi statali e borse di studio concesse sulla base del merito;

L’analfabetismo degli adulti verrà eliminato grazie ad un piano d’istruzione statale di massa;

Gli insegnanti godranno degli stessi diritti degli altri cittadini;

La colour bar nella vita culturale, nello sport e nell’istruzione sarà eliminata.

Vi saranno case, sicurezza e serenità!

Tutti avranno il diritto di vivere dove desiderano, di avere un alloggio decente e far crescere la propria famiglia nella serenità e nella sicurezza;

Gli alloggi inutilizzati verranno resi disponibili al popolo;

Affitti e prezzi saranno abbassati, vi sarà cibo e nessuno patirà la fame;

Lo Stato attuerà un programma di prevenzione sanitaria;

Tutti beneficeranno di cure mediche e ricoveri ospedalieri gratuiti, con particolare riguardo per le mamme ed i bambini piccoli;

I quartieri degradati verranno demoliti e nuovi quartieri di periferia saranno costruiti ove tutti possano usufruire di mezzi di trasporto, strade, illuminazione, campi da gioco, asili nido e centri sociali;

Gli anziani, gli orfani, i disabili e gli ammalati saranno presi in cura dallo Stato;

Il riposo, il tempo libero e i momenti di ricreazione saranno un diritto di tutti:

Verranno eliminate le aree recintate ed i ghetti e saranno abrogate le leggi che comportano la separazione delle famiglie.

Vi saranno pace ed amicizia!

Il Sudafrica sarà uno Stato assolutamente indipendente che rispetta i diritti e la sovranità di tutte le nazioni;

Il Sudafrica lotterà per il mantenimento della pace nel mondo e la composizione di tutte le controversie internazionali tramite il negoziato - non la guerra;

La pace e l’amicizia tra tutto il nostro popolo verranno garantite assicurando pari diritti, pari opportunità e parità di status a tutti;

I cittadini dei protettorati di Basutoland, Bechuanaland e Swaziland saranno liberi di decidere da soli del proprio futuro;

Il diritto di tutti i popoli d’Africa all’indipendenza e all’autogoverno verrà riconosciuto e costituirà la base di una stretta collaborazione.

Che tutti quelli che amano il proprio popolo ed il proprio Paese possano dire ora, come noi diciamo qui:

LOTTEREMO PER QUESTE LIBERTA’, FIANCO A FIANCO, PER TUTTA LA VITA, FINCHE’ NON AVREMO CONQUISTATO LA LIBERTA’

06 luglio 2018

Analfabetismo funzionale

Analfabetismo funzionale

Con il termine analfabetismo funzionalesi intende l'incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana. L'analfabetismo funzionale si concretizza quindi nell’incapacità di comprendere, valutare e usare le informazioni a disposizione nell'attuale società.

l'analfabetismo funzionale  come «la condizione di una persona incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità». Il termine fu coniato all'interno di un'indagine sui nuclei familiari svolta dalle Nazioni Unite nel 1984: tale definizione fu introdotta per sopperire alle necessità dell'UNESCO di un concetto di alfabetizzazione complementare a quello di alfabetizzazione minima introdotta dall'agenzia nel 1958. Infatti, all'interno della stessa indagine veniva sollevata la questione delle campagne di alfabetizzazione di massa, suggerendo che esse avrebbero dovuto mirare a standard di alfabetizzazione più elevati del semplice saper leggere e scrivere, e concentrandosi sullo sviluppo della capacità di saper utilizzare tali competenze nelle relazioni fra sé e la propria comunità e le situazioni socioeconomiche della vita.

In linea generale, l’alfabetizzazione viene definita come la somma delle abilità di lettura, scrittura e calcolo sviluppate in ambienti formativi da giovani e adulti [3].

L'alfabetizzazione funzionale rappresenta un livello più elevato di alfabetizzazione, più orientata al mondo del lavoro e all'uso continuativo dell'abilità di lettura e scrittura. L'obiettivo principale di tali competenze non è il raggiungimento di un dato strumentale (il saper leggere e scrivere), ma l'utilizzo di tale capacità per partecipare attivamente ed efficacemente a tutte quelle attività che richiedono un certo livello di conoscenza della comunicazione verbale.

L'analfabetismo funzionale, essendo in realtà un concetto molto dinamico e complesso, continuamente ridefinito dallo sviluppo di una società, non può essere definito precisamente. I criteri per valutare il fenomeno variano da nazione a nazione e da ricerca a ricerca.

Una distinzione convenzionale è quella fra analfabetismo strumentale (o puro) e analfabetismo funzionale. Una persona completamente analfabeta non è in grado di leggere o scrivere. Per contro, una persona funzionalmente analfabeta ha una padronanza di una base dell'alfabetizzazione, ma con un grado variabile di correttezza grammaticale e di stile.

Una persona completamente analfabetanon è in grado di leggere o scrivere. Di contro, una persona funzionalmente analfabeta ha una padronanza di una base dell'alfabetizzazione (può leggere e scrivere e svolgere semplici calcoli matematici) e riesce a comprendere il significato delle singole parole, ma è carente nel ricollegare tutto il quadro di un discorso complesso.

Un analfabeta funzionale si distingue per le seguenti caratteristiche:

incapacità di comprendere adeguatamente testi o materiali informativi pensati per essere compresi dalla persona comune: articoli di giornale, contratti legalmente vincolanti, regolamenti, bollette, corrispondenza bancaria, orari di mezzi pubblici, cartine stradali, dizionari, enciclopedie, foglietti illustrativi di farmaci, istruzioni di apparecchiature;scarsa abilità nell'eseguire semplici calcoli matematici, ad esempio riguardanti la contabilità personale o il tasso di sconto su un bene in vendita;scarse competenze nell'utilizzo degli strumenti informatici (sistemi operativi, uso della rete, software di videoscrittura, fogli di calcolo, ecc.);conoscenza dei fenomeni scientifici, politici, storici, sociali ed economici molto superficiale e legata prevalentemente alle esperienze personali o a quelle delle persone vicine; tendenza a generalizzare a partire da singoli episodi non rappresentativi; largo uso di stereotipi e pregiudizi;scarso senso critico, tendenza a credere ciecamente a tutto ciò che si legge o si sente, incapacità a distinguere le notizie vere da quelle false e a distinguere le fonti attendibili da quelle che non lo sono; pertanto, spesso gli analfabeti funzionali sono anche sostenitori di teorie complottiste e/o pseudoscientifiche.

Negli Stati Uniti, secondo la rivista Business, all'inizio del XXI secolo gli adulti funzionalmente analfabeti che avevano un impiego sono stati stimati essere 15 milioni. L'American Council of Life Insurers ha denunciato che il 75% delle compagnie della classifica annuale Fortune 500 fornisce un qualche livello di corsi di riparazione per i loro lavoratori. In tutti gli Stati Uniti 30 milioni di persone (il 14% di adulti) non sono in grado di compiere attività di lettura semplici e di tutti i giorni.[13]

Il National Center for Education Statistics fornisce maggiori dettagli.L'alfabetismo (o letteratismo) è suddiviso in tre parametri:

l'alfabetismo da testi in prosa per esempio, qualsiasi articolo di giornale o libro di narratival'alfabetismo da documenti per esempio, grafici, tabelle, ma anche una domanda di lavorol'alfabetismo quantitativo il far di conto

Ogni competenza alfabetica funzionale (alfabetismo) ha quattro livelli:

inferiorebasilareintermediocompetente

Per alfabetismo da prosa, per esempio, un grado di alfabetizzazione al di sotto della base significa che una persona può leggere un breve testo per comprendere una piccola informazione elementare; mentre una persona che ha un livello inferiore nel calcolo potrebbe essere in grado di fare una semplice addizione.

Negli Stati Uniti, il 14% della popolazione adulta è a un livello inferiore per l'alfabetismo da prosa; il 12% è a un livello inferiore per l'alfabetismo da documenti; e il 22% è a quel livello per il calcolo. Solo il 13% della popolazione è competente in questi tre campi - quindi capace, per esempio, di confrontare i punti di vista di due editoriali differenti; oppure interpretare una tabella medica riguardante pressione del sangue, età e attività fisica; oppure anche calcolare e confrontare il prezzo al chilo di generi alimentari.

Nel Regno Unito, secondo il Daily Telegraph (14 giugno 2006) "un adulto britannico su sei manca delle competenze alfabetiche che dovrebbe avere un bambino di 11 anni". Il Ministero per l'Istruzione del governo britannico ha riferito che nel 2006 il 47% dei ragazzi in età scolare lascia la scuola a 16 anni senza aver ottenuto un livello base in matematica funzionale, e il 42% non supera un livello base di inglese funzionale. Ogni anno 100.000 allievi lasciano la scuola come analfabeti funzionali nel Regno Unito.[15]

In Francia, secondo gli studi dell'Institut national de la statistique et des études économiques

 (INSEE) pubblicati nel 2005, il tasso di illetterismo è in calo, ed è maggiore per la popolazione di 60-65 anni (34%) piuttosto che tra i giovani di 18-29 anni (14%). Nel complesso, si può parlare di analfabetismo funzionale per il 9% della popolazione francese.

Il progetto ALL (Adult Literacy and Lifeskills - Letteratismo e abilità per la vita), nell'ambito di una ricerca comparativa internazionale promossa dall'OCSE, ha permesso un'indagine che tastasse il polso anche alla situazione italiana; le ricerche svolte nel 2003-2004 su un campione della popolazione compresa tra 16 e 65 anni hanno denunciato un quadro non brillante: il 46,1% è al primo livello, il 35,1% è al secondo livello e solo il 18,8% è a un livello di più alta competenza.[16]

In Italia, stando a quanto riportato dal Corriere della Sera[17], i dati Ocse-Piaac del 2016 mostrano come l'analfabetismo funzionale riguardi il 27,9% degli italiani tra i 16 e i 65 anni, ossia poco più di uno su quattro.

I risultati ottenuti nel 2009 dal Human Development Report usavano la percentuale di persone funzionalmente analfabete come una delle variabili per calcolare l'Human Poverty Index nei paesi sviluppati.

"ENZO VINCENZO  SCIARRA"

22 giugno 2018

Pilecki, ecco chi è l’eroe di Auschwitz che vogliono cancellare dalla storia


Pilecki, l’eroe che entrò volontario ad Auschwitz e fuggì per raccontarlo al mondo– Marcin Zyteca

Le sofferenze del campo di concentramento furono per lui inferiori alle torture alle quali venne sottoposto nella Polonia staliniana

La figura di Witold Pilecki, 70 anni dopo la sua morte in un carcere di Varsavia (Polonia), affascina oggi gli storici, i criminologi e molti altri, che segnalano come la ricerca del cadavere di questo ufficiale polacco, iniziata solo pochi anni fa, mostra che i servizi di sicurezza della Repubblica Popolare Polacca cercarono con successo di eliminare il suo ricordo.

Le tracce di Pilecki si sono perse a Varsavia nel 1948. Dopo la sua esecuzione, il suo nome venne praticamente cancellato dai registri storici e dalla coscienza dell’opinione pubblica.


Venne “dimenticato” a tal punto che trent’anni dopo gli stessi funzionari della censura del regime, che controllavano i mezzi di comunicazione durante il periodo comunista, non sapevano chi fosse.

Inconsciamente permisero la pubblicazione di un testo sull’ufficiale polacco, scritto in Gran Bretagna.

Chi era Witold Pilecki? Nel 1979, più di trent’anni dopo la sua morte, sul quotidiano di Varsavia Kurier Polski apparve una recensione del libro Six Faces of Courage, dello storico Michael Foot, che descriveva sei persone che con il loro eroismo straordinario avevano lasciato una traccia nella storia della resistenza antihitleriana in Europa.

Pilecki era tra loro. Gli articoli successivi sul capitano apparvero sulla stampa polacca qualche mese dopo.

Lentamente si iniziava a ricordare l’ufficiale della cavalleria polacca, nato nel 1901, che difese il suo Paese lottando sia contro le truppe sovietiche, quando era appena un adolescente, che durante l’invasione della Polonia da parte della Germania di Hitler nel 1939.

Nel periodo tra le due guerre, Witold Pilecki non svolse attività militare, dedicandosi alla scienza – studiava presso la Facoltà di Agricoltura dell’Università di Poznań e la Facoltà di Belle Arti dell’Università di Vilna –, dipingendo quadri, dirigendo una fattoria e aiutando la moglie ad allevare i figli.

Tornò nell’esercito con la politica di espansione del Terzo Reich guidato da Adolf Hitler, che si intensificò alla frontiera occidentale della Polonia.

La guerra era imminente e il vicino di Pilecki, il maresciallo polacco Edward Rydz-Smigly, propose al capitano di tornare alle strutture difensive del Paese. Pilecki accettò.

Volontario ad Auschwitz. Una volta sconfitta la Polonia, dopo aver subìto successivamente le invasioni della Germania nazista e dell’Unione Sovietica, Witold Pilecki guidò come comandante un plotone nella cavalleria della divisione ed entrò nel movimento della resistenza.


Dal sud del Paese riuscì ad arrivare a Varsavia, dove iniziò a creare le strutture dello Stato clandestino polacco in un’organizzazione chiamata Esercito Segreto della Polonia (TAP).

Quando, a metà del 1940, tre funzionari del TAP furono tra le prime persone ad essere portate ad Auschwitz, campo creato da poco dai tedeschi, Pilecki e i suoi compagni iniziarono l’osservazione del nuovo campo di concentramento dal quale nessuno tornava.

Durante uno degli incontri decisero di inviarvi qualcuno perché si unisse ai colleghi reclusi, raccogliesse informazioni di intelligence sul funzionamento del campo e organizzasse dall’interno un movimento di resistenza.

Progettavano di liberare i prigionieri, stabilendo un piano di fuga o realizzando un’azione armata.

Pilecki, quando accettò di fare il volontario, non sapeva molto delle condizioni di Auschwitz.

Si sapeva solo che la struttura era in funzione da appena tre mesi e serviva per rinchiudere soprattutto prigionieri politici e membri del movimento di resistenza polacco.

Nella Polonia occupata dalla Germania nazista non mancavano le opportunità per essere spediti nei campi di concentramento, e Pilecki doveva andare direttamente ad Auschwitz.

Con quel proposito si espose all’arresto durante una delle azioni che i nazisti mettevano in atto per le vie di Varsavia per fare prigionieri che servissero da manodopera schiava.


Dopo la cattura, Pilecki venne considerato politicamente pericoloso e inviato al campo.

Con il numero 4859 e un nome falso, Tomasz Serafinski, riuscì a entrare il 22 settembre 1940 nella lista di prigionieri di Auschwitz.

Poco dopo il suo arrivo iniziò a creare una rete di cospirazione chiamata Unione delle Organizzazioni Militari (ZOW), alla quale si unirono, tra gli altri, il famoso saltatore con gli sci Bronislaw Czech e lo scultore Xavery Dunikowski.

La struttura servì a mantenere il morale, scambiare informazioni esterne al campo, acquisire cibo e abiti per distribuirli segretamente e soprattutto preparare le proprie truppe nel caso di un possibile attacco dall’esterno da parte delle unità di guerriglia.

Nemico della Nazione. Pilecki trascorse 947 giorni ad Auschwitz, vivendo, osservando e analizzando il funzionamento del campo.

Dopo essere fuggito con due compagni, scrisse, insieme ai rapporti di Jan Karski, il primo resoconto sull’attività della “fabbrica della morte”.

Lì identificò i suoi punti deboli, visto che come affermò “potrei abbandonare il campo quando voglio”.

Anche se si ammalò varie volte e perse molti denti, credeva che i nazisti fossero stati relativamente “delicati” con lui.

Alla fine dell’aprile 1943, decise di avere una conoscenza adeguata del campo per annotarla e consegnarla agli Alleati.

Credeva che grazie alla sua fuga e ai rapporti avrebbe potuto convincerli ad attaccare Auschwitz, dove grazie a lui esisteva un movimento di resistenza composto da circa 800 persone.

Le speranze risultarono vane, e i leader del movimento di resistenza, senza sostegno esterno, considerarono l’attacco a un campo fortemente militarizzato un progetto poco realistico e pericoloso.


Quando si avvicinava al fronte orientale, Pilecki decise di tornare nella capitale, dove partecipò alla sollevazione di Varsavia. Durante la rivolta diresse uno dei comandi.

Alla fine della guerra venne arrestato e deportato nel campo di concentramento di Murnau, in Baviera.

Una volta tornato in libertà ebbe l’opportunità di rimanere nell’Europa Occidentale, come molti prigionieri nelle sue condizioni, per il rischio di essere perseguitato dai comunisti, le nuove autorità della Polonia.

Pilecki, però, tornò nel suo Paese e subì la persecuzione contro le persone associate all’esercito prima della guerra e alle strutture statali del passato.

Col rafforzamento dei comunisti al potere era in grave pericolo. Rimase a Varsavia insieme alla sua famiglia, visto che la moglie rifiutò categoricamente di fuggire in Italia con i due figli separandosi da lui.

Nel 1946 il capitano venne arrestato dai servizi segreti comunisti in casa di alcuni amici e venne sottoposto a un’indagine brutale.

Come confessò in una delle sue ultime conversazioni con la moglie, “Auschwitz era un gioco” rispetto alle torture a cui fu sottoposto nella prigione staliniana.

Durante il suo processo pubblico e fraudolento, Pilecki venne accusato di tradimento dello Stato e di tentativo di assassinio di rappresentanti delle autorità della Repubblica Popolare Polacca, accusa che respinse.

La condanna a morte stabilita dal tribunale venne eseguita nella prigione di Varsavia, a Mokotów, il 25 maggio 1948, quando venne giustiziato con un colpo di pistola alla testa.

Le tracce di Pilecki si sono perse per quasi trent’anni, ma con la democratizzazione del Paese si è potuta recuperare gradualmente la memoria del capitano polacco.

Sono stati anche portati davanti alla giustizia i procuratori e i giudici che lo hanno condannato, tra i quali il procuratore militare e tenente colonnello Czeslaw Lapinski, morto due anni dopo l’apertura del processo, iniziato nel 2002 nel tentativo di promuovere la giustizia storica.

Paradossalmente, il persecutore del capitano è morto di cancro al Centro Oncologico di Varsavia, situato in via… Witold Pilecki.

Anche se ci sono sempre più luoghi dedicati all’ufficiale polacco, l’équipe di storici, archeologi e ricercatori non è ancora riuscita a trovare i resti del “volontario di Auschwitz”. Fonte Aleteia

Usa e Ue vorrebbero una nuova “mani pulite” per colpire Italia?


Usa e Ue vorrebbero una nuova “mani pulite” per colpire Italia?

Dagli USA ALL’UE, e se tentassero di organizzare una nuova Mani Pulite? – di Gianfranco La grassa

La sensazione è questa. Ne abbiamo parlato tante volte, ma ricordiamo ancora. La corruzione (che a volte è qualcosa di differente, ne riparleremo in altra occasione) è fenomeno non solo italiano; è notorio che almeno in Giappone è stata scoperta come anche più intensa ed estesa che da noi.

Figuriamoci negli Usa; e in tutta Europa. Nella prima Repubblica – come esplicitato in un famoso interrogatorio in cui Craxi rispose con molta determinazione a Di Pietro – era notorio da sempre che esistevano fenomeni di corruzione.


E perfino io, nel mio piccolo, ne sapevo un po’; non per mia partecipazione ad essa, precisiamo per i malpensanti.

Già dalla fine degli anni ’60, inizio ’70, quello che ancora si denominava PCI (e diventò di “sinistra”, mentre prima i comunisti erano tutt’altra cosa rispetto a destra e sinistra, come già raccontato) iniziò il suo passaggio di campo verso l’atlantismo, cioè gli Stati Uniti.

Un tipo come Moro, che aveva documenti un po’ compromettenti (e quindi passibili di essere usati con fini di “controllo” del “compromesso storico” in pieno svolgimento), fu reso “inoffensivo” (e infatti si sa che molti suoi documenti mancano all’appello).

Comunque, la magistratura non si mosse mai contro la corruzione. Ad un certo punto crollò il campo europeo detto “socialista” (1989) e si dissolse l’Urss (1991).

Venne dunque il momento di cambiare il regime della prima Repubblica, sempre stato fedele all’atlantismo (Usa e ovviamente Nato), ma con qualche manifestazione d’autonomia evidentemente non sempre ben sopportata dagli Stati Uniti.

Inoltre, già dal ’62 (incidente/assassinio di Mattei) era iniziata la controffensiva dei nostri “cotonieri” contro l’industria pubblica, che si era espansa dall’IRI fascista alla Finmeccanica (1948), all’Eni (1953), all’Enel (1962), ecc.

Si trattava però di accelerare il processo di indebolimento della stessa. E venne dato il via libera alla liquidazione del regime in oggetto per sostituirlo con uno più consono alla nuova epoca politica che si apriva con la fine del sistema bipolare.

Il Pci cambiò infine nome (prese quello di Pds, che poi mutò ancora) e si spostò senza più decenza verso gli Usa e quella Europa (non ancora UE, ma non differente), i cui padri fondatori erano stati finanziati dalla CIA (come scoperto dal ricercatore americano Joshua Paul nel 2000).

Era comunque impossibile (anche perché un Pci così “cangiante” non poteva godere di troppo consenso elettorale) ottenere un rapido successo. Si mise dunque in piedi l’operazione giudiziaria, assai più svelta.

I già noti fenomeni di corruzione vennero “scoperti” e perseguiti; alla magistratura si aprì il semaforo verde.

Ma non per tutti. Furono ostacolate le indagini sugli ex piciisti (i pidiessini) e “ sinistra ” Dc.

Qualche indagine, certo, per non sembrare poco obiettivi, ma furono distrutte con ben altra energia le correnti diccì principali e il Psi (salvo qualche “ruota di scorta” minore, di cui inutile fare nomi, ben noti).

Si ebbe così il nuovo “fiammante” regime, molto più servizievole rispetto agli Usa e alla Nato (e ai nostri “cotonieri”).

Malgrado si raccontassero balle circa il massiccio appoggio della popolazione all’operazione giudiziaria, quando si arrivò alle elezioni del ’94 si vide che la gran parte dell’elettorato diccì e socialista era invece disgustato e incazzato per come erano stati fatti fuori coloro che esso aveva sempre votato.

Quest’elettorato si riversò su Berlusconi. E allora si dovettero intraprendere nuove manovre giudiziarie (con l’appoggio di un presidente della Repubblica).

Comunque, anche in quel caso, il successo fu parziale (pur se consentì agli Usa di avere un governo molto “accomodante” durante l’aggressione alla Serbia del ’99).

Da allora però, e fino al cedimento berlusconiano a Obama (Deauville, marzo 2011, quando era già iniziata l’infame “primavera araba” e l’aggressione e massacro della Libia di Gheddafi, inizio del fenomeno immigratorio ben noto e che crea oggi difficoltà crescenti nella UE), si ebbero fenomeni non del tutto graditi agli Stati Uniti (e, ribadisco, ai nostri “cotonieri”).

Negli ultimi due anni si sono verificati alcuni fenomeni disgregativi di questo fronte reazionario che aveva il suo fulcro negli Usa di Obama, nella UE di Merkel e Macron (che vince le elezioni francesi prendendosi tutto il potere con appena un quarto dei voti), nell’Italia dei piddini che, con Renzi, hanno operato una nuova svolta ancora più filo-Usa e filo-cotonieri.

Negli Usa vince Trump. Tutto l’establishment americano (e la stampa, il culturame statunitense ed europeo, gli ambienti del cinema e spettacolo, tutti i “quartieri alti” insomma) gli si mettono contro.

Ma quello procede a zig zag (e finge anche di liquidare l’uomo più preparato che ha, Bannon, il quale però è in giro a tentare di organizzare il “giro di boa”).

Le “sinistre” (vero fulcro della più bieca reazione, mascherata dalla ridicola difesa dei diritti civili, con la canea sulle molestie sessuali e l’ossessione del protagonismo omosex) sono in dissesto in tutta Europa.

I partiti socialisti francese e tedesco crollano. La Csu (in fondo la versione democristiana bavarese, alleata della Cdu) entra in attrito netto con la Merkel sulla questione dell’immigrazione.

In Austria vince il partito di sempre, ma con una netta svolta detta di “destra” (secondo i vecchi canoni definitori).

Si forma il gruppo dei paesi di Visegrad; e in Ungheria un altro “destro”, Orban, stravince (e con una partecipazione elettorale sul 70%, molto alta di questi tempi).

Infine, avviene una svolta (abbastanza intorcolata e “sofferta”) anche in Italia. Tutta la stampa, la TV, il solito indegno intellettuame erede (ma in peggio) dei sessantottardi, insorgono, svolgono una campagna forsennata contro.

Tuttavia, i sondaggi non sono favorevoli al vecchio servitorame piddino (e per molti lati anche forzaitaliota). Aspettare che magari questo governo si incarti e fallisca (ma poi fallirà sul serio?) sembra molto pericoloso per il vecchio establishment europeo, legato a quello americano che appoggiava Hillary Clinton.

Figuriamoci per quello italiano, con i nostri “cotonieri” in angoscia. Ed ecco allora che forse – certo approfittando della tendenza (ribadisco: non solo italica) ad un certo grado di corruzione e di finanziamento “improprio” di certi “arrampicatori” alla politica – c’è la possibilità di mettere in piedi un’altra “mani pulite”.

Come quest’ultima, infatti, scoppia non appena crollato il sistema bipolare, l’attuale operazione, se sarà possibile per i “reazionari” lanciarla, si profila subito dopo il mutamento avvenuto in Italia; che però si sostanzia di quanto sta avvenendo in Europa e negli stessi Usa.

Il Ministro degli interni tedesco (Csu), in contrasto con la Merkel, ha detto di voler incontrare Salvini e il presidente austriaco per concordare azioni, che ufficialmente sono contro l’immigrazione incontrollata, ma in realtà hanno anche finalità più ampie di rivolgimento degli equilibri europei durati troppo tempo e ormai fonte pur essi di vera infezione e rischio di morte per il nostro continente. Stiamo in campana.

E rafforziamo la nostra convinzione circa la necessità della fine di questa sedicente “sinistra”, che è in realtà il peggio dell’involuzione reazionaria.

Bisogna batterla, possibilmente toglierla di torno definitivamente. E’ ormai dal lontano inizio degli anni ’90 che sta producendo cellule cancerogene sempre più numerose.

Le attuali forze politiche che le si oppongono sono però all’altezza del compito?

Non ne sono convito, temo siano deboli e aprano la strada a reazioni per la nostra civiltà mortali.

Comunque è ormai chiaro: il pericolo principale è la “sinistra”, è l’altrettanto falso “antifascismo”, quello degli eredi dei finti partigiani che non diedero una goccia di sangue alla Resistenza, fascisti fino all’ultima ora, venduti allo straniero e padri di quest’Europa serva, pagati lautamente dagli Usa per dominare il mondo.

E’ compito principale combatterli; bisogna opporsi a possibili rigurgiti giudiziari che vogliano spingersi troppo oltre.

E si tenga conto che il “compratore di favori” ha dichiarato che con altri personaggi politici ha dovuto pagare ben di più, somme “da non credere”.

Se qualcuno si è comportato da perfetto idiota, deve senz’altro pagare. Tuttavia, si deve impedire il tentativo dei “sinistri” di ostacolare con questi mezzi la pur incerta via che si sta aprendo in Italia e che, se sarà seguita da ben più robuste forze politiche, servirà all’Europa per liquidare la nostra subordinazione ai prepotenti d’oltreatlantico e alle loro quinte colonne qui da noi. 

20 giugno 2018

Carburanti: ecco cosa cambia dal primo luglio 2018


Carburanti: ecco cosa cambia dal primo luglio 2018

Fattura elettronica carburanti: cosa cambia dal 1 luglio 2018 (salvo proroga) – di Antonio Barbato

Salvo proroghe post sciopero benzinai, dal 1° luglio 2018 è in vigore l’obbligo di pagamento tracciabile per l’acquisto dei carburanti (benzina, gas, gasolio, ecc.) ai fini della detraibilità dell’IVA e della deducibilità dei costi.

Addio alla scheda carburante, per poter “scaricare” il costo dei carburanti obbligatorio effettuare i pagamenti con carte di credito/debito bancomat, carte prepagate, bonifico o altri strumenti tracciabili.

Introdotta la fatturazione elettronica per i carburanti (la cosiddetta E-fattura). Vediamo dalla Legge di Bilancio 2018 ai provvedimenti dell’Agenzia delle Entrate, tutta la nuova normativa sulla fattura elettronica per carburanti.

Nell’ambito del più ampio lancio della fatturazione elettronica (E-fattura) dal 2019, la Legge di Bilancio 2018 ha introdotto l’obbligo di pagamento tracciabile ai fini della deducibilità dei costi e la detraibilità dell’IVA sull’acquisto dei carburanti.

Scheda carburante addio dal 1° luglio 2018 e introduzione della fatturazione elettronica carburanti con tanto di pagamento obbligatorio tramite carte di credito/debito o bancomat o bonifico della benzina, del gasolio e dei carburanti, sempre per poter “scaricare” il costo della benzina e detrarre l’IVA.

L’anticipo della fatturazione elettronica 2019 al 1° luglio 2018 per quanto riguarda il carburante ha scatenato non poche proteste, scioperi dei benzinai ed anche forti richieste di proroga. Il Governo Di Maio Salvini ha annunciato una possibile proroga della fatturazione elettronica sui carburanti al 2019.

Nel frattempo in questi mesi tra la legge di Bilancio 2018 e le pronunce dell’Agenzia delle Entrate (provvedimento n. 73203 del 4 aprile 2018) è partita la fase di addio della scheda carburante ed il lancio della fatturazione elettronica sui carburanti.

Vediamo di approfondire la nuova normativa, come funzionerà il pagamento con E-fattura dei carburanti (benzina, gasolio, gas ecc.) e come si potrà scaricare il costo della benzina e detrarre l’IVA. La normativa è in vigore anche per autotrasportatori, per il carburante agricolo, per il metano e in generale per tutti i rifornimenti deducibili o detraibili.

Schede carburante: addio dal 1° luglio 2018. Novità importanti, salvo proroga come dicevamo, per la deducibilità e la detraibilità delle schede carburante per il 2018. Tali novità entreranno in vigore dal 1° luglio 2018 e riguarderanno le modalità di pagamento delle schede carburante per l’acquisto di carburanti e lubrificanti che consentono la detraibilità Iva e la deducibilità della spesa.

La legge di bilancio 2018 (legge n. 205 del 27 dicembre 2017) ha introdotto, tra l’altro, con decorrenza 1° luglio 2018, una serie di limitazioni alla detraibilità dell’imposta sul valore aggiunto (cfr. l’articolo 1, comma 923) relativa all’acquisto di carburanti e lubrificanti destinati ad aeromobili, natanti da diporto e veicoli stradali a motore, subordinando le stesse all’utilizzo di forme di pagamento qualificato.

L’Agenzia delle Entrate, anche a seguito delle modifiche apportate dalla Legge di Bilancio 2018 ha pubblicato un provvedimento, nello specifico il provvedimento n. 73203 del 4 aprile 2018, nel quale si elencano i mezzi di pagamento oltre le credito/debito e le prepagate che consentono al soggetto di “scaricare” il costo del carburante e detrarre la relativa IVA. Il tutto a partire dal 1 luglio 2018, salvo proroga.

Vediamo insieme cosa stabilisce l’Agenzia delle Entrate in merito alle nuove modalità di pagamento delle schede carburante, come dovranno comportarsi i soggetti IVA interessati a scaricare il costo e a detrarre l’IVA e quali relazioni ci saranno tra le schede carburante e la fatturazione elettronica.

Nuove modalità di pagamento carburante: addio al contante. Il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate dispone che “in applicazione dell’articolo 19-bis1, comma 1, lettera d), del d.P.r. n. 633/72, ai fini della detrazione dell’IVA relativa alle spese per l’acquisto di carburanti e lubrificanti per autotrazione, si considerano idonei a provare l’avvenuta effettuazione delle operazioni i seguenti mezzi di pagamento:

assegni bancari e postali, circolari e non, nonché i vaglia cambiari e postali; bonifico bancario o postale; addebito diretto in conto corrente; carte di credito; carte di debito/bancomat; carte prepagate; gli altri strumenti di pagamento elettronico disponibili, che consentano anche l’addebito in conto corrente”.

L’articolo 19-bis1, comma 1, lettera d), del d.P.r. n. 633/72, stabilisce infatti che: “l’imposta relativa all’acquisto o all’importazione di carburanti e lubrificanti destinati ad aeromobili, natanti da diporto e veicoli stradali a motore, nonché alle prestazioni di cui al terzo comma dell’articolo 16 e alle prestazioni di custodia, manutenzione, riparazione e impiego, compreso il transito stradale, dei beni stessi, è ammessa in detrazione nella stessa misura in cui è ammessa in detrazione l’imposta relativa all’acquisto o all’importazione di detti aeromobili, natanti e veicoli stradali a motore.

L’avvenuta effettuazione dell’operazione deve essere provata dal pagamento mediante carte di credito, carte di debito o carte prepagate emesse da operatori finanziari soggetti all’obbligo di comunicazione previsto dall’articolo 7, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605, o da altro mezzo ritenuto parimenti idoneo individuato con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate”

Possiamo quindi essenzialmente affermare che per l’acquisto o l’importazione di carburanti e lubrificanti sono valide tutte le forme di pagamento tranne l’utilizzo di denaro contante, sia per la detraibilità dell’IVA che per la deducibilità del costo.

Secondo anche quanto stabilito dalla Legge di Bilancio 2018, l’obbligo di pagare gli acquisti di carburanti e lubrificanti con strumenti di pagamento diversi dal denaro contante entrerà in vigore per le operazioni effettuate dal 1° luglio 2018 e riguarderà solo i soggetti Iva, in quanto interessati a detrarre l’imposta e dedurre le spese derivanti dall’acquisto del carburante.

Carte carburanti e buoni benzina. Dal provvedimento dell’Agenzia delle Entrate si chiarisce inoltre, che le regole di pagamento appena descritte da utilizzare per poter “scaricare” il costo dei carburanti e la relativa IVA troveranno applicazione anche nelle ipotesi in cui, sulla base di specifici accordi, il pagamento avvenga in un momento diverso rispetto alla cessione.

Si tratta ad esempio, delle carte utilizzate nei contratti c.d. di “netting”, laddove il gestore dell’impianto di distribuzione si obbliga verso la società petrolifera ad effettuare cessioni periodiche o continuative in favore dell’utente, e l’utente dal canto suo utilizza, per il prelievo, un sistema di tessere magnetiche rilasciate direttamente dalla società petrolifera (si vedano, al riguardo, le circolari n. 205/E del 12 agosto 1998 e n. 42/E del 9 novembre 2012).

Inoltre, sempre leggendo il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate relativo alle schede carburante 2018, si legge che per l’acquisto dei carburanti restano anche valide le carte (ricaricabili o meno) ed i buoni, che permettono alle imprese e ai professionisti di acquistare esclusivamente i carburanti e lubrificanti con medesima aliquota Iva quando la cessione/ricarica è documentata dalla fattura elettronica di cui all’articolo 1, comma 917, della legge n. 205 del 2017. La fatturazione elettronica è conosciuta anche come E-fattura.

L’uso di questi strumenti è possibile solo se i pagamenti vengono effettuati con uno degli strumenti di pagamento ammessi dal provvedimento tranne il denaro contante.

Normativa scheda carburante fino al 30 giugno. Come già detto precedentemente, dal 1° luglio 2018, anche a seguito di quanto stabilito dalla Legge di Bilancio 2018, ci saranno modifiche a quella che è la disciplina e le regole relative all’acquisto dei carburanti e alla tenuta delle relative schede carburanti.

Cosa prevede la normativa prima del 1 luglio 2018. Ricordiamo che la disciplina in vigore fino al 1 luglio 2018 in materia di acquisto carburanti e lubrificanti prevede che per scaricare il relativo costo e l’IVA bisogna adottare in alternativo: a) la tenuta delle schede carburante;
b) effettuare i pagamenti mediante mezzi di pagamento idonei a giustificare il pagamento stesso. Infatti in base all’art. 1 del citato DPR 444/97, la corretta documentazione dell’acquisto di carburante passa fino al 30 giugno 2018 attraverso due modalità:

1) mentre il comma 1 di tale articolo prevedeva che: “Gli acquisti di carburante per autotrazione effettuati presso gli impianti stradali di distribuzione da parte di soggetti all’imposta sul valore aggiunto risultano da apposite annotazioni eseguite, nei termini e con le modalità stabiliti nei successivi articoli, in una apposita scheda conforme al modello allegato (scheda carburante ndr)”, 2) il successivo comma 3-bis (introdotto dal D.L. n. 70/2011 c.d. decreto sviluppo) stabiliva che: “In deroga a quanto stabilito al comma 1, i soggetti all’imposta sul valore aggiunto che effettuano gli acquisti di carburante esclusivamente mediante carte di credito, carte di debito o carte prepagate emesse da operatori finanziari soggetti all’obbligo di comunicazione previsto dall’articolo 7, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605, non sono soggetti all’obbligo di tenuta della scheda carburante previsto dal presente regolamento”.

Quindi per la deduzione del costo e della detrazione dell’IVA i contribuenti possono secgliere fino al 30 giugno 2018 scegliere tra: a) la tenuta delle schede carburante con la quale i pagamenti potevano essere effettuati utilizzando qualsiasi modalità tranne i pagamenti in contanti;
b) il pagamento esclusivamente mediante l’uso di carte di credito, carte di debito o carte prepagate che esentava dalla tenuta delle schede carburante.

Normativa fatturazione elettronica carburante 2018. Dal 1° luglio 2018 tali modalità, alternative tra loro, non potranno più essere utilizzate e la normativa di riferimento da utilizzare in relazione all’acquisto dei carburanti e dei lubrificanti sarà quella contenuta negli artt. 19 bis 1 e 22 del DPR n.633/72.

Analizzando separatamente tali articoli troviamo che l’art. 19 bis 1 al 1 comma lett. d) stabilisce che: “l’imposta relativa all’acquisto o all’importazione di carburanti e lubrificanti destinati ad aeromobili, natanti da diporto e veicoli stradali a motore, nonché alle prestazioni di cui al terzo comma dell’articolo 16 e alle prestazioni di custodia, manutenzione, riparazione e impiego, compreso il transito stradale, dei beni stessi, è ammessa in detrazione nella stessa misura in cui è ammessa in detrazione l’imposta relativa all’acquisto o all’importazione di detti aeromobili, natanti e veicoli stradali a motore.

L’avvenuta effettuazione dell’operazione deve essere provata dal pagamento mediante carte di credito, carte di debito o carte prepagate emesse da operatori finanziari soggetti all’obbligo di comunicazione previsto dall’articolo 7, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605, o da altro mezzo ritenuto parimenti idoneo individuato con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate”.

Mentre l’art. 22, disciplinante il commercio al minuto, stabilisce che: “Gli imprenditori che acquistano beni che formano oggetto dell’attività propria dell’impresa da commercianti al minuto ai quali è consentita l’emissione della fattura sono obbligati a richiederla. Gli acquisti di carburante per autotrazione effettuati presso gli impianti stradali di distribuzione da parte di soggetti passivi dell’imposta sul valore aggiunto devono essere documentati con la fattura elettronica”.

Leggendo tali articoli pare abbastanza chiaro che per poter detrarre l’Iva relativa all’acquisto di carburante i soggetti passivi IVA dovranno necessariamente:

richiedere la fattura elettronica; effettuare il pagamento tramite bonifico bancario o postale, assegni, addebito diretto in conto corrente, oltre naturalmente alle carte di credito, al bancomat e alle carte prepagate e cioè mediante una delle modalità di pagamento previste nel provvedimento dell’Agenzia delle Entrate n. 73203/2018 ne cioè pagare.

Per poter detrarre correttamente l’IVA tali condizioni devono verificarsi entrambe e quindi non sono alternative tra di loro come invece accadeva in passato. Fonte: fanpage.it

Lavoro domenicale, Di Maio: “eliminare lo sfruttamento”


Lavoro domenicale, Di Maio: “eliminare lo sfruttamento”

Lavoro domenicale. Di Maio: “Stop sfruttamento”

Il ministro del Lavoro si dice pronto a rivedere il decreto Monti. Cisl favorevole

Il tema del lavoro domenicale tiene banco a via Veneto. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, si dice pronto a rivedere il decreto Monti che ha consentito la libera apertura dei negozi e dei pubblici esercizi anche nei giorni festivi.

In precedenza la normativa limitava la liberalizzazione degli orari alle località turistiche e alle città d’arte. Il leader del M5s lo ha detto ad alcuni lavoratori riuniti fuori dal Mise, ma ha anche precisato: “Io ho preso il treno in corsa, ci sono tanti problemi, di chi lavora ma anche dei datori di lavoro. Dobbiamo cercare di seguire un filo conduttore, combattere la precarietà, eliminare lo sfruttamento”.

Il caso della Provincia di Bolzano e della Polonia. Chi già coi fatti si è battuto contro il lavoro domenicale è la Provincia di Bolzano. Nel novembre scorso è stata approvata in Consiglio una mozione contro il lavoro nelle giornate domenicali e festive.

“Ci teniamo a proteggere la nostra cultura”, spiega Andrea Pöder, della destra sudtirolese Bürger Union, che ha presentato il documento. “Noi siamo vicini all’Austria e al mondo tedesco: lì i negozi, di domenica, sono chiusi e vivono benissimo”.

“Il riposo domenicale è sempre più spesso violato e sotto attacco. Sono convinto – ha aggiunto Pöder all’Alto Adige Innovazione – che le aperture e i turni festivi non facciano crescere i profitti”.

Iniziativa simile in Polonia, dove entro il 2020 negozi e supermercati dovranno restar chiusi (quasi) tutte le domeniche e in occasione delle feste comandate. La decisione trae origine da una legge di iniziativa popolare presentata da Solidarnosc e approvata nel dicembre scorso con 254 voti a favore, 156 contrari e 23 astenuti.

La Cisl: “Non esiste un diritto allo shopping”. L’intenzione del ministro Di Maio trova il sostegno della Cisl. “E’ giusto rivedere le norme sulla liberalizzazione selvaggia del commercio.

E’ una battaglia che la Cisl conduce per tutelare la dignità del lavoro”. Lo afferma su Twitter la segretaria generale del sindacato, Annamaria Furlan aggiungendo che “bisogna lasciare alla contrattazione tra sindacati, imprese e enti locali la regolazione di questa materia.

Non esiste – ha detto – un diritto allo shopping. Va salvaguardata la volontarietà del lavoro domenicale e festivo”. In prossimità della Pasqua e del Natale le sigle sindacali si mobilitano al fianco dei lavoratori, ormai da qualche anno a questa parte, per protestare contro l’apertura dei negozi nei giorni festivi. Fonte: interris

14 giugno 2018

Stadio Roma, Lanzalone si dimette da presidente Acea "Stadio della Roma nella bufera"


1 | 10Un rendering del progetto dello stadio a Tor di Valle dove dovrebbe sorgere il nuovo impianto dell'AS Roma (Ansa)



 
Stadio Roma, Lanzalone si dimette da presidente Acea

Di Maio: "Dobbiamo fare subito il daspo per i corrotti". Conte: "Non esiste un caso-Roma ma un caso-Italia". Raggi: "Comune parte lesa"

Stadio della Roma nella bufera

Roma, 14 giugno 2018 - Mentre l'inchiesta sullo Stadio della Roma - che ha portato a 9 arresti e che vede 27 indagati - potrebbe portare allo stop dell'intero progetto modificato, arriva all'annuncio di dimissioni di Luca Lanzalone da presidente del Consiglio di amministrazione di Acea. E' stata la stessa Acea a renderlo noto, informando che "il Consiglio di amministrazione, nella riunione del 21 giugno 2018, assumerà le opportune determinazioni al riguardo".

A invocare le dimissioni dell'avvocato implicato nell'inchiesta e arrestato ieri era stato questa mattina il vicepremier e capo politico dei 5 stelle Luigi Di Maio, assicurando che i 5 stelle non hanno cambiato attezziamento nei confronti della corruzione. Sul caso è intervenuto anche il premierGiuseppe Conte, che alla domanda 'Esiste un caso Roma?' replica: "Esiste in Italia un caso corruzione sul quale dobbiamo sempre stare attenti, dobbiamo lavorare noi regolatori, le autorità come l'Anac e l'autorità giudiziaria ognuno nell'ambito delle sue competenze". Intanto la sindaca della Capitale Virginia Raggi ribadisce l'estraneità del Comune all'indagine. "La rassegna stampa è vergognosa - dice -, i giudici dicono che io non c'entro niente e non c'è un giornale che abbia avuto il coraggio di riportare questa notizia. Il Comune, i romani e la società Roma calcio sono la parte lesa. Partono oggi le querele".

E la stessa prima cittadina, ospite a 'Porta a Porta', spiega di non sapere cosa ne sarà del progetto. "Che fine farà lo Stadio? Non lo sappiamo. Gli atti della procedura sembrano tutti validi. Noi ci riserviamo di fare tutti gli approfondimenti del caso. Se non ci sono irregolarità a mio avviso si potrà andare avanti". Quanto a Luca Lanzalone, aggiunge, "ci ha aiutato sul fronte della normativa perché il precedente assessore più che dire 'non si deve fare' non faceva". "Ho trovato un progetto da 1 milione di metri cubi di cemento e per noi tutta questa speculazione immobiliare non era ammissibile", sottolinea infine Raggi.

INDAGATI - Si allunga la lista degli indagati: si aggiunge anche il sovrintendente Francesco Prosperetti, che si occupò del vincolo sulle tribune dell'ippodromo di Tor di Valle. Secondo la Procura l'ex capo segreteria del Ministro ai Beni culturali, Claudio Santini, "avvicinò il Sovrintendente Francesco Prosperetti chiamato a pronunciarsi sul vincolo" che poi fu tolto. Come riscontro la Procura indica "un incontro tra il Sovrintendente e il gruppo Parnasi il 19 maggio del 2017" e la successiva decisione di affidare al'architetto Paolo Desideri "la redazione di un progetto necessario per superare la questione del vincolo". Dalle intercettazione emerge che Desideri "oltre ad essere amico di Prosperetti è anche il datore di lavoro della figlia Beatrice". La procedura per il vincolo sulle tribune di Lafuente viene attivata il 15 febbraio 2017 e il 15 giugno dello stesso anno viene archiviata: nel frattempo Prosperetti era diventato direttore della nuova sovrintendenza speciale Archeologica-Belle arti-paesaggio di Roma. Secondo la Procura Santini per la sua "mediazione per conto di Parnasi" ha percepito "quale compenso per questa illecita attività 53.440 euro".

GLI INTERROGATORI - Sono stati fissati per domani gli interrogatori di garanzia delle 9 persone arrestate nell'ambito dell'inchiesta. Sei persone, l'imprenditore Luca Parnasi e cinque suoi collaboratori, si trovano in carcere, mentre gli altri tre, il presidente di Acea Luca Alfredo Lanzalone, il consigliere regionale Pd ed ex assessore Michele Civita e il vicepresidente del Consiglio regionale Adriano Palozzi di Forza Italia, sono agli arresti domiciliari. L'atto istruttorio di Parnasi si svolgerà a Milano, dove l'imprenditore è detenuto nel carcere di San Vittore. Gli altri interrogatori, invece, si svolgeranno a Roma.

DI MAIO - "Da noi, come ho sempre detto, non esiste la presunzione di innocenza per reati gravi come la corruzione - dice ai microfoni di Rtl 102.5 - Ieri si è autosospeso Ferrara, altrimenti lo avremmo espulso noi, e Lanzalone si deve dimettere perché non è pensabile che una persona ai domiciliari stia ancora ad Acea. Mi aspetto nelle prossime ore questo gesto". E ancora: "Lanzalone ci aveva aiutato a salvare l'azienda di rifiuti di Livorno, era stato brillante nello sblocco della questione dello stadio di Roma. Era una persona amministrativamente preparata e abbiamo deciso di affidargli la presidenza della più grande partecipata di Roma. Quello che è successo mi addolora. Dobbiamo fare subito il daspo per i corrotti e gli agenti sotto copertura per i corrotti ci servono", ha aggiunto. Il ministro del Lavor vuole essere chiaro sull'atteggiamento dei grillini verso la corruzione: "Ci hanno infettati? Il vero tema è come reagisce la politica quando succedono queste cose. Ho visto nel passato forze politiche proteggere i corrotti, finché noi reagiamo così significa che non ci siamo fatti infettare". 

LEGA - Nel frattempo, Matteo Salvini esclude eventuali ripercussioni sul governo dell'inchiesta in corso. "Nessun problema, aspetto che parli chi ne sa più di me - dice -: quello che posso dire è che Parnasi, per come l'ho conosciuto, mi è sembrata una brava persona". Sempre sul fronte della Lega, il ministro dell'Agricoltura e del Turismo, Gian Marco Centinaio interviene a Radio Capital: "Se avessimo avuto così tanti soldi non avremmo avuto bisogno dell'aiuto dei militanti in questi mesi in cui eravamo abbastanza alla canna del gas, non ne ho mai sentito parlare di queste casse alternative a quelle della Lega, che avevano qualche problema", dice a proposito del presunto finanziamento di enti vicini alla Lega da parte del costruttore Luca Parnasi, arrestato nell'ambito dell'inchiesta.


Luca Lanzalone (Imagoeconomia)

Droni, l’Italia spende 20 milioni di euro per armarli




MQ-9A “Predator B”

Droni, l’Italia spende 20 milioni di euro per armarli


L’Italia, in perenne crisi economica stando alle dichiarazioni dei politici, sta spendendo 20 milioni di euro per armare i droni; questo accade dal 2005, anno in cui il Pentagono ha concesso l’autorizzazione al ministero della Difesa per armare i velivoli droni comprati dall’Italia da un produttore statunitense.

Questo è quanto è stato scoperto dall’osservatorio Mil€x grazie a dei documenti fuoriusciti dal ministero della Difesa; questa è una svolta nella storia militare italiana in quanto con i droni sarà possibile non solo fare missioni di ricognizione ma attaccare. Si parla di un investimento complessivo da 700 milioni di euro.
Sul piatto ci sono già 19,3 milioni di euro, di cui 0,5 spesi nel 2017 e 5 da spendere nel 2018. La voce, contenuta in documenti ufficiali del ministero recuperati da Mil€x, è definita stanziamento per sviluppare «capacità di ingaggio e sistema Apr Predator B». Tradotto dal gergo militare, significa che i droni italiani (Apr, aerei a pilotaggio remoto) Predator B hanno cominciato la procedura per provvedere all’armamento dei velivoli.

Sino adesso i fondi stanziati dall’Italia per i droni si aggirano intorno ai 688 milioni di euro, 211 milioni sono stati spesi all’interno del programma Nato Alliance ground surveillance (Ags), attraverso cui si sono acquistati in tutto 15 velivoli (uno costa circa 187 milioni di euro).

Altre spese per un totale di 142 milioni sono state effettuate per l’acquisto dei Reaper, definiti anche General Atomics MQ-9 Reaper (originariamente conosciuto come Predator B) è un aeromobile a pilotaggio remoto (Apr) sviluppato dalla General Atomics Aeronautical Systems (GA-ASI) per l’uso alla United States Air Force, l’United States Navy, alla Aeronautica Militare e la britannica Royal Air Force. L’MQ-9 è il primo Uav hunter-killer progettato per la sorveglianza a lunga autonomia, e a elevate altitudini; sono questi i Predator B che l’Italia sta armando.

“Il Parlamento dovrebbe urgentemente affrontare questo tema, poiché la detenzione di droni armati implicherebbe dal punto di vista tecnico e politico una flessibilità di impiego bellico infinitamente maggiore rispetto ai tradizionali cacciabombardieri pilotati, che comporterebbe una rivoluzione copernicana della postura militare italiana”, scrive Mil€x nel rapporto; in questo modo quelle che una volta si definivano missioni di ricognizione possono passare senza problemi a missioni d’attacco.
Il silenzio della stampa sui droni

Come accade di sovente in Italia, la questione dei droni è passata sotto silenzio e l’unica a dare notizia dell’utilizzo di questi velivoli è stato il quotidiano “La Repubblica”, che lo scorso settembre ha raccontato degli attacchi missilistici effettuati da droni statunitensi in Libia partiti dalla base di Sigonella. I numeri che sono disponibili al momento trattano di spese già effettuate, ma il bilancio potrebbe aver un surplus di spesa: l’ex ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha presentato al parlamento nel mese di Febbraio, la richiesta per 20 nuovi droni P2HH Piaggio Aerospace dell’azienda che ha sede ad Albenga, ma controllata al 100% dal fondo di investimento Mubadala, per un periodo sponsor della Scuderia Ferrari, con sede negli Emirati Arabi Uniti.

La Mubadala ha effettuato un’iniezione di liquidi alla Piaggio Aerospace pari a 700 milioni di euro e la commissione dell’Aeronautica si potrebbe leggere come un ulteriore aiuto per far uscire l’azienda dalla crisi degli anni passati, ma è un programma ammantato di dubbi e incertezze. La commessa ha una durata di 15 anni con un costo di 766 milioni di euro per un totale di 51 milioni di euro l’anno e per vedere in azione i primi prototipi bisognerà attendere il 2022; inoltre il progetto rischia di scontrarsi con il piano Male 2025 (Medium Altitude Long Endurance) che vede la partecipazione delle maggiori compagnie che si occupano di difesa aerea compresa l’italiana Leonardo che ha investito nel progetto 15 milioni di euro.

Il ministero della Difesa non è nuovo a strampalati investimenti, basterebbe ricordare il clamoroso caso degli F-35, eppure 10 di questi velivoli sono stati già consegnati alla modica cifra di 150 milioni di euro l’uno che saranno accompagnati da 40 milioni di euro per l’ammodernamento; praticamente sono aerei già nati vecchi. Sul caso degli F-35 si è anche espressa la Corte dei conti: “Il programma è oggi in ritardo di almeno cinque anni rispetto al requisito iniziale”.

C’è da considerare che il tutto sta avvenendo nel silenzio terrificante della politica, della stampa (salvo rare eccezioni) e dell’opinione pubblica che viene mantenuta nella totale ignoranza sulle cifre da capogiro che potrebbero essere dirottate verso problematiche di maggior rilievo.

di Sebastiano Lo Monaco

12 giugno 2018

Perché la libertà religiosa in Iran infastidisce l’Occidente?



Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Qassemi, ha respinto come falso l’ultimo rapporto del Dipartimento di Stato americano sulle libertà religiose in Iran. Nelle sue parole, “l’Iran considera il rapporto irrealistico, infondato e prevenuto, e ritiene che sia stato elaborato per ottenere determinati vantaggi politici”. Sembra, tuttavia, che il governo degli Stati Uniti cerchi di estrarre il capitale politico dalla diversità religiosa in alcuni Paesi del mondo.

Ebrei iraniani in preghiera
La libertà religiosa in Iran

Tuttavia, la storia testimonia il fatto che il popolo religioso dell’Iran, che gode di una civiltà e di una cultura ricca e secolare, ha vissuto fianco a fianco in un’atmosfera completamente pacifica e fraterna per migliaia di anni. Nonostante ciò, l’argomento dei diritti umani e della libertà religiosa in Iran continua ad attirare la parte “malata” della stampa in Occidente, da quando gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq e l’Afghanistan, e in seguito hanno dato il via libera ai suoi partner e procuratori per invadere Gaza, Libia, Siria e Yemen. Questo perché l’Iran ha deciso di difendersi e, quindi, la coalizione guidata dagli Stati Uniti ha radunato un vasto contingente internazionale per sconfiggere la “minaccia” rappresentata dall’Iran.

Invece di combattere coloro che hanno devastato la Siria, l’Iraq, lo Yemen, la Libia e Gaza rendendoli rifugi sicuri per terroristi (con l’eccezione di Gaza ovviamente), Usa e alleati hanno deciso di attaccare a tutto campo l’Iran per i loro sporchi interessi geopolitici, ma soprattutto per garantire le loro posizioni pro-sioniste e filo-saudite. Nonostante tutti i loro difetti, sono persino riusciti a convincere o costringere un gran numero di Stati membri delle Nazioni Unite a seguirne questo esempio.
L’ipocrisia delle risoluzioni Onu

Israele e l’Arabia Saudita sono attualmente in violazione o sono stati oggetto di dozzine di risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti non hanno mai fatto nulla per rimediare alle violazioni. Peggio ancora, hanno persino posto il veto su di loro.

Considerando la loro storia corrente di violazione del diritto internazionale, della Quarta Convenzione di Ginevra e di innumerevoli risoluzioni Onu, è estremamente ironico che sia Israele che l’Arabia Saudita, con il sostegno degli Stati Uniti, presiedano anche il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite e un comitato legale che mira a sostenere legge e proteggere i diritti umani fondamentali!!! Attraverso il loro sostegno, gli Stati Uniti sono anche complici dei crimini di guerra israeliani e sauditi.

Mentre le atrocità e le gravi violazioni dei diritti umani compiuti dall’America fanno parte della sanguinaria storia americana, dalla schiavitù ai crimini commessi contro i Nativi per passare all’attacco nucleare contro il Giappone, i suoi alleati e la società civile internazionale hanno continuato ad adottare i doppi standard americani per quanto riguarda la libertà religiosa e i diritti umani.

Gli Stati Uniti pubblicano costantemente rapporti anti-Iran per fare pressione su Teheran e sui suoi alleati per contenere il crescente potere della Repubblica Islamica con ogni mezzo possibile, perché Washington non può controllare e incanalare l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran verso i suoi brutali ma fallimentari progetti regionali.

di Giovanni Sorbello

I veleni dell’Ilva tornano ad essere smaltiti in Sicilia


I rifiuti dell’Ilva tornano ad essere smaltiti in Sicilia. A scendere in campo anche diverse associazioni ambientaliste fortemente preoccupate per la salute dei cittadini. Il caso dei rifiuti dell’Ilva era già scoppiato nell’aprile del 2015 ed anche in quel caso le associazioni avevano chiesto chiarezza e rassicurazioni da parte delle autorità. A distanza di tre anni l’incubo del Polverino d’altoforno – rifiuto speciale residuo dei fumi dell’Ilva – torna a destare grande preoccupazione e mette in agitazione gli abitanti di Melilli e del circondario. Legambiente segnala come anomalo il fatto che settimanalmente, da almeno un mese, circa trenta camion per volta si imbarcano a Taranto con il carico dell’Ilva per approdare nel porto di Catania e poi proseguire su strada verso la discarica di Melilli, in provincia di Siracusa. Le operazioni di sbarco avvengono rigorosamente nelle ore notturne. Ogni spedizione, secondo l’associazione, ammonterebbe a circa 900 tonnellate e sarebbero una parte delle centomila totali da smaltire.

Nell’aprile del 2015 il ministro all’Ambiente, Gianluca Galletti, chiamato in Parlamento a rispondere sulla questione, aveva parlato di “transitorietà” del conferimento precisando che i rifiuti sarebbero stati riportati indietro e smaltiti a Taranto, quando l’Ilva avrebbe messo in atto “il piano di gestione dei rifiuti aziendali e avviato nuovi impianti autorizzati di discarica”. Tuttavia, l’arrivo nel porto di Catania di nuovi carichi ha acceso l’ennesimo campanello d’allarme.

Nel frattempo, le associazioni insorgono nella lotta all’inquinamento nella provincia siciliana. Melilli, Augusta e Siracusa devono far fronte ad un’emergenza ambientale che dura da tempo immemore. L’inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua causato dai petrolchimici ha devastato il territorio e minacciato seriamente la salute dei cittadini. Dopo un’assemblea popolare, associazione e arciprete hanno prodotto un documento indirizzato al ministro dell’Ambiente in cui si chiede, per l’appunto, lo stop del traffico dei rifiuti dell’acciaieria tarantina e si invita il governo Crocetta e le amministrazioni locali interessate “a prendere posizione sulla vicenda”. “Come associazioni ambientaliste e organizzazioni impegnate sui territori, riteniamo grave questo arbitrario e sistematico trasferimento di rifiuti speciali, da un’area altamente contaminata a un’altra che versa nelle medesime disastrose condizioni sanitarie e ambientali”, queste le parole.

Il timore è che il Polverino possa contenere tracce di diossina. Ragion per cui si chiede a gran voce che i rifiuti provenienti dall’Ilva vengano analizzati da organi preposti come Ispra e Arpa e venga, altresì, accertata l’adeguatezza degli impianti di smaltimento della discarica Cisma per il trattamento di questa tipologia di rifiuti speciali. Ed infine, sarebbe doveroso da parte delle istituzioni chiarire le modalità con cui si vuole risolvere la fase di “transitorietà”. Il documento si chiude con l’auspicio che si possa trovare presto una soluzione alternativa allo smaltimento degli scarti industriali ed esprime solidarietà ai tarantini: “Siamo vicini alla comunità di Taranto, perché da sempre la loro lotta per la vita è anche la nostra. E non potremmo mai trattare questa vicenda come una mera istanza localistica, senza considerare nell’insieme la problematica e aprire al confronto con le realtà e i comitati territoriali di Taranto”.

“Il dubbio delle associazione e della gente del luogo” è che si agisca tenendo nascosto qualcosa. Serve più trasparenza, coinvolgendo tutte le realtà interessate e cercando soluzioni che prevedano modalità sostenibili per risolvere l’annoso problema del corretto smaltimento di questo genere di rifiuti.

C’è un aspetto della vicenda che non può essere e non deve essere trascurato, ovvero nelle zone di Siracusa, Priolo e Melilli l’aria che si respira è calda, appiccicosa e maleodarante; impossibile non avere la sensazione che tutto trasudi insalubrità. Gli abitanti di queste città devono convivere quotidianamente con il rischio di ammalarsi a causa dell’inquinamento, che qui ha divorato quasi tutto. Aggiungere altre preoccupazioni ed altri motivi di ansia a questa gente, già vessata, è un accanimento che non trova giustificazione.

di Redazione

Vertice G7, gli Usa rischiano isolamento


Si è aperto ieri in Canada il vertice del G7 subito oscurato dalle politiche introdotte dal presidente degli Stati Uniti. La politica di First America di Donald Trump ha irritato molti dei tradizionali alleati di Washington e ha creato spaccature sulla scena mondiale.

La Francia ora sta accusando gli Stati Uniti di egemonia. Macron ha anche indicato che gli Stati Uniti potrebbero essere messi da parte dal gruppo G7, dichiarando che agli altri Stati membri non importava essere in sei.

Trump è riuscito ad inimicarsi i suoi alleati del G7 con le tariffe sulle importazioni di alluminio e acciaio. C’è anche il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare iraniano e l’accordo sul clima di Parigi. I Paesi del G7 sono le economie più avanzate del mondo.

Intanto, i manifestanti hanno occupato le strade di Quebec City, dove si tiene il summit. Sono state organizzate una serie di proteste incentrate sul commercio globale, la migrazione, l’ambiente e l’uguaglianza. I manifestanti hanno anche bruciato bandiere americane e britanniche.

Questo è il primo vertice internazionale per il nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il primo ministro non ha nessuna esperienza in ambito internazionale e c’è molta curiosità su come affronterà le riunioni con leader di provata esperienza.

di Redazione

Pensioni: Ue chiede sacrifici, ma aumenta il budget funzionari


Pensioni: Ue chiede sacrifici, ma aumenta il budget funzionari

Anche sulle pensioni la Commissione Europea ha steso un rapporto che, come di consueto, ha provveduto a bacchettare l’Italia, chiedendole ulteriori sacrifici e dettando una vera e propria linea di gestione del sistema previdenziale. Lavorare di più e più a lungo, mantenere in vita la Fornero (la legge ovviamente), il tutto nella solita formula del diktat paternalistico che predica austerità

Insomma, da Bruxelles ci fanno sapere senza remore che è giunto il momento di “promuovere l’allungamento della vita lavorativa, anche alla luce della sempre maggiore aspettativa di vita”. Quindi, per far si che il sistema pensionistico in Italia sia sostenibile e possa avere un futuro è fortemente consigliato scoraggiare la fuoriuscita anticipata dal mondo del lavoro, creando le basi per un ambiente lavorativo sicuro e sano, in grado di mantenere al proprio interno ed il più a lungo possibile il lavoratore.

Al centro dell’attenzione della Commissione Europea, in particolare il rischio di povertà in cui incorrerebbero gli autonomi e coloro che svolgono attività lavorative atipiche. Nel rapporto sulle pensioni 2018 si afferma che proprio questi sarebbero i soggetti che rischierebbero di percepire pensioni inadeguate nel lungo periodo.

A fronte di una spesa previdenziale troppo elevata rispetto agli standard europei, l’Italia non riuscirebbe comunque a garantire delle indennità dignitose ad ampie fette di aventi diritto, mettendo a rischio la stabilità dell’intero sistema pensionistico fino a prospettarne il collasso o una ripresa a lunghissimo termine (si parla addirittura del 2070!).

Una sacrosanta preoccupazione quella di Bruxelles per le sorti del nostro Stato Sociale, se non fosse per un piccolissimo particolare: nel bilancio 2019 la Commissione Europea ha previsto un aumento del 6,2% del budget proprio per pagare gli assegni ai propri burocrati in pensione.

Una previsione di spesa da record che non ha precedenti e soprattutto con importi calcolati in base a quello stesso metodo retributivo che l’Europa ci aveva fatto accantonare già nel lontano 1995. Bastano 10 anni di servizio ad un funzionario Ue per andarsene in pensione, a partire dai 66 anni di età. Se poi dovessero essere troppo stanchi per le dure incombenze svolte possono scegliere di iniziare la carriera da pensionati anche a 58 anni, con una penalizzazione nell’assegno del 3,5% per ogni anno di anticipo rispetto alla soglia dei 66 anni.

Si predica bene dalle parti di Bruxelles, ma si razzola male, malissimo anzi, laddove in una situazione di generale preoccupazione per far quadrare conti e bilanci statali, un quinto dei funzionari Ue già percepisce stipendi che superano di gran lunga quelli di molti premier degli stati membri.

di Massimo Caruso

04 giugno 2018

Quanto si guadagna in Europa? Le disparità tagliano a fette l’Ue





Quanto si guadagna in Europa? Le disparità tagliano a fette l’Ue


Secondo i dati Eurostat, il salario minimo in Lussemburgo è 8 volte più elevato di quello bulgaro


Bruxelles – Quando si parla di salari, l’Europa è lontana dall’essere unita. Se l’argomento riguarda il valore dei stipendi minimi lo è ancor di più. Secondo gli ultimi dati Eurostat, la Bulgaria detiene l’ultimo posto con uno stipendio minimo lordo pari a 261 euro mentre si garantisce il primo posto il Lussemburgo con 1.999, dove il salario minimo è 8 volte più elevato di quello bulgaro.

Non esiste una normativa unica per tutti i Paesi dell’Unione, e solo 22 su 28 degli Stati prevedono un salario minimo nazionale. L’Italia ne è sprovvista in compagnia di Danimarca, Svezia, Finlandia, Cipro, Austria. Nello stivale sono previsti solo dei minimi retributivi, stabiliti dal contratto nazionale di lavoro.

Eurostat suddivide gli Stati in tre diversi gruppi: a seconda del range del salario. Molti Paesi sono sotto ai 500 euro mensili come Lituania 400, Lettonia 430 e Polonia 503. Il nord- est primeggia con un stipendio minimo di almeno 1.400 euro, tra questi vediamo Regno Unito (1.401), Germania e Francia (ambedue a 1.498), Irlanda (1.614) e Lussemburgo (1.999). Ed infine in alcune nazioni del Sud, i salari minimi variano fra 600 e 900 euro al mese: Portogallo (677), Grecia (684), Malta (748), Slovenia (843) e Spagna (859).

Tra le variabili da considerare non può esser sottovalutato il potere d’acquisto, grazie al quale vengono però appena ammorbidite le diseguaglianze tra salari minimi dei diversi Stati (ad esempio in Bulgaria con il salario minimo il potere d’acquisto è pari a 546 euro a fronte dei 1.597 del Lussemburgo). Gli ultimi anni hanno visto l’aumento dei lavoratori con salari minimi, mettendone a rischio il potere d’acquisto.

Redazione

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