17 maggio 2018

Svelata la grande truffa dello spread, ecco chi lo manovra e perchè?


Svelata la grande truffa dello spread, ecco chi lo manovra e perchè?

Da un paio di giorni a questa parte, lo spread, il famigerato spread, è tornato a galoppare, screditando la nuova formazione del governo M5S, Lega.

La causa scatenante, apparentemente, è stata la pubblicazione dei dati Eurostat che vedono ancora il pil italiano in crescita con cifre decimali, a dispetto delle previsioni degli analisti e del governo.

Ma cos’è in realtà lo spread e quali conseguenze porta?

A) Lo spread, nome esotico, può tranquillamente essere tradotto con il termine italiano “differenziale”. In campo finanziario esso rappresenta la differenza tra i rendimenti di due titoli di pari caratteristiche. Convenzionalmente viene utilizzato per confrontare i rendimenti dei titoli di stato decennali (BTP italiani, Bund tedeschi, Bonos spagnoli, ecc), ma potrebbe essere usato per qualsiasi titolo di debito (ad esempio obbligazioni FIAT e FORD con scadenza entrambe nel 2017).

Normalmente, in economia, più alto è il rendimento di un titolo, maggiore è il rischio collegato ad esso di non veder rimborsato il proprio investimento. Molti ricorderanno che alcune emissioni di bond greci avevano raggiunto tassi nell’ordine del 25%. Un titolo a zero rischi, teoricamente, dovrebbe offrire rendimento pari a zero. Nella realtà non accade perché comunque gli investitori desiderano percepire un interesse per vedere i propri soldi bloccati per un certi periodo di tempo.

Lo spread dovrebbe quindi misurare quanto un titolo è più rischioso rispetto ad un altro.

Come si genera lo spread? Semplicemente dalla legge di domanda ed offerta: più persone vogliono un titolo, meno rendimento darà; meno persone vogliono quel titolo, maggiore sarà il rendimento che dovrà offrire per essere venduto.

Sostanzialmente, quindi, uno spread alto significa che gli investitori non vogliono quel titolo e, trasposto sui titoli di stato, che non hanno fiducia in quello stato e nella sua capacità di ripagare i propri debiti.

Ma è proprio così? No, perché nella realtà lo spread è frutto delle speculazioni delle grandi banche d’investimento, dei fondi comuni e dei fondi sovrani che puntano a speculare sui differenziali tramite strumenti finanziari derivati. Spesso questi “mostri” dei mercati, vendono titoli senza averne la proprietà per creare panico nei piccoli investitori e portarli a vendere ed acquistarli ad un prezzo più basso di quello cui hanno venduto ciò che non avevano. Sono le famose vendite allo scoperto che tanto fanno guadagnare i grandi speculatori e tanto fanno perdere i piccoli.

Vediamo un esempio concreto: la Banca “DB” vende 8 miliardi di euro di titoli di stato italiani a 100, affermando che non si fida dell’Italia. DB gli 8 miliardi non li ha, ma ha alcune ore di tempo (spesso bastano minuti) per saldare l’operazione. Se il panico si diffonde, ci saranno molti ordini di vendita da una miriade di piccoli risparmiatori o altre banche che abboccano all’amo e le quotazioni scenderanno, ipotizziamo, a 95. A quel punto DB acquisterà gli 8 miliardi a 95 e li consegnerà a chi glieli aveva presi a 100. Il risultato del giochino è un guadagno del 5% su una cosa che DB non aveva in cassa. Che poi questo giochino abbia rovinato qualche migliaio o milioni di persone, e messo in ginocchio un’intera nazione, poco importa: i bilanci della banca DB saranno contenti.

Operazioni del genere possono essere ripetutamente compiute sia con lo scopo di guadagnare sia con lo scopo di condizionare i governi nazionali

B) Quali conseguenze ci sono per i piccoli risparmiatori dall’altalena dello spread? NESSUNA. Il BTP, come tutti i titoli a tasso fisso, viene emesso con un rendimento certo (ipotizziamo il 5%) che verrà dato all’investitore sotto forma di cedola annua. Alla scadenza del titolo, il risparmiatore riceverà il capitale investito inizialmente. Vediamo un esempio di btp decennale: oggi 16 maggio, va all’asta un btp decennale con rendimento 5%; significa che io verso ad esempio 100 e ogni anno riceverò un “compenso” di 5 ed alla scadenza del 10° anno avrò indietro i miei 100. Di quello che capita durante questi 10 anni, ovvero le famose oscillazioni dello spread e dei rendimenti, non mi devo preoccupare: io continuerò comunque a percepire 5 ogni anno e ad avere 100 a scadenza.

Il bello dei titoli a tasso fisso è proprio questo: se li tengo fino a scadenza non devo preoccuparmi di quello che capita sui mercati.

L’unico rischio che posso correre è di doverli vendere anticipatamente per qualche emergenza: SOLO in questo caso, effettivamente, potrei vedere variare il valore di rimborso. Per i piccoli risparmiatori si tratta di un caso marginale (mediamente solo un 7-8% dei risparmiatori mettono in vendita un BTP in anticipo, a meno che non siano “imbeccati” da solerti direttori di banca più interessati al bilancio della banca che all’interesse del cliente)

Da queste righe emerge quindi chiaramente come lo spread, non solo sia gestito dai grandi squali della finanza, ma che esso sia utilizzato spesso e volentieri per “tosare” il parco buoi dei piccoli risparmiatori e, vista la mole di miliardi di euro che essi riescono a muovere, addirittura per condizionare l’operato dei governi nazionali, come accaduto in Grecia, in Italia, in Spagna, in Portogallo ed in Irlanda.

Il modo migliore per “tagliare le mani” a questi sciacalli che non hanno il minimo scrupolo a gettare nella miseria più nera intere popolazioni, è quello di ignorare bellamente lo spread e continuare ad acquistare btp e bot o a tenerli nel cassetto per chi già li ha, come nulla fosse.

Redazione

15 maggio 2018

Yemen, se non uccidono le bombe ci pensa la fame

Yemen

Continua la quotidiana attività criminale che il regime saudita sta portando avanti da oltre tre anni in Yemen. L’Arabia Saudita continua a commettere i peggiori massacri contro la popolazione yemenita disarmata e ridotta alla fame. Nel più recente atto criminale avvenuto ieri, gli aerei da guerra sauditi hanno preso di mira il palazzo presidenziale nella capitale Sana’a, causando più di 91 tra morti e feriti, compresi molti studenti.
La Tv yemenita al-Massirah ha riferito che sei civili, tra cui un bambino, sono stati martirizzati, mentre oltre 86 hanno subito lesioni. Il direttore della scuola di Jamal Abdel Nasser ha confermato che gli attacchi aerei sauditi hanno causato il ferimento di diversi studenti. Purtroppo, si teme che il numero dei martiri possa aumentare a causa delle condizioni molto critiche in cui versano molti feriti, ha riferito al-Massirah, aggiungendo che le operazioni di salvataggio sono ancora in corso.
Gli aerei da guerra della coalizione saudita colpiscono sistematicamente i quartieri popolati durante l’orario di lavoro e nell’ora di punta, in modo da poter uccidere il maggior numero possibile di civili. In questo caso, non si alza nessuna voce di condanna da parte della complice comunità internazionale, tanto impegnata a costruire pretesti per andare a massacrare altri popoli e Stati sovrani.
In risposta al massacro compiuto ieri, la Resistenza yemenita di Ansarullah ha lanciato nel pomeriggio di ieri quattro missili Zelzal-1, con una portata media di 150 chilometri, contro la base militare di mercenari sauditi di Fardha, nel distretto di Nihm. Il movimento yemenita ha confermato che i proiettili hanno colpito gli obiettivi designati con grande precisione, causando diverse perdite nei ranghi nemici e danni alle loro attrezzature militari.

Un Paese ridotto alla fame

La guerra a guida saudita è iniziata nel marzo 2015 a sostegno dell’ex regime yemenita fedele a Riyadh. Il ministero dei Diritti Umani yemenita ha annunciato in un comunicato del 25 marzo che l’aggressione militare saudita ha causato fino a questo momento oltre 600mila civili tra morti e feriti. Le Nazioni Unite riferiscono che circa 22,2 milioni di persone nello Yemen hanno bisogno di aiuti alimentari, tra cui 8,4 milioni rischiano di morire per mancanza di cibo.
di Giovanni Sorbello

Siria: mappa degli obiettivi occidentali

Il ministero della Difesa russo ha pubblicato in una nota i dettagli dell’aggressione aerea Usa-Francia-Regno Unito sulla Siria, identificando il numero totale di missili lanciati sui vari bersagli e il numero dei missili intercettati.
“I sistemi di difesa aerea russi, presso la base aerea di Khmeimim e Tartus, hanno localizzato in modo tempestivo e hanno controllato tutti i lanci navali e aerei fatti dagli Stati Uniti e dal Regno Unito contro la Siria”. Secondo la dichiarazione, sono stati lanciati 103 missili da crociera, inclusi i missili a base navale Tomahawk e le bombe guidate Gbu-38 sparate dal B-1B; gli aerei F-15 e F-16 hanno lanciato missili aria-superficie.

L’immediata reazione siriana

In totale sono stati intercettati 71 missili da crociera. I sistemi S-125, S-200, Buk, Kvadrat e Osa Syrian sono stati impiegati per respingere l’attacco. Gli attacchi hanno preso di mira anche le basi aeree siriane. La Russia ha registrato i seguenti dati:
  • Quattro missili hanno preso di mira l’aeroporto internazionale di Damasco; 12 missili l’al-Dumayr, tutti i missili sono stati abbattuti.
  • 18 missili verso l’aerodromo di Blai, tutti i missili abbattuti.
  • 12 missili verso la base aerea di Shayrat, tutti i missili abbattuti. Le basi aeree non sono state colpite dai raid.
  • Cinque missili su nove sono stati abbattuti contro la base aerea di Mazzeh.
  • Tredici missili su sedici, sparati contro l’aeromobile di Homs, sono stati abbattuti. Non si registrano danni ingenti.
  • In totale 30 missili hanno preso di mira le strutture vicino a Barzah e Jaramana. Sette di loro sono stati abbattuti. Queste strutture presumibilmente relative al cosiddetto “programma chimico militare della Siria” sono state parzialmente distrutte. Tuttavia, non erano presenti persone e attrezzature.
di Redazione

Il 90 per cento del pianeta respira aria inquinata

aria inquinata

L’inquinamento atmosferico porta via sette milioni di vite all’anno, riferiscono gli esperti delle Nazioni Unite sulla salute, tra nuovi dati che dimostrano che il problema interessa nove persone su dieci in tutto il pianeta. Il 90 per cento del pianeta respira aria inquinata.
In un appello per gli Stati membri a intervenire con urgenza, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Gebreyesus, ha avvertito che l’inquinamento atmosferico “ci minaccia tutti, ma i più poveri e più emarginati sopportano il maggior del peso”. Secondo il database della qualità dell’aria ambiente dell’Oms, nonostante alcuni miglioramenti, i livelli di inquinamento sono “ancora pericolosamente alti” in molte parti del mondo.
Ciò include “molte delle megalopoli del mondo”, secondo la dott.ssa Maria Neira, direttore dell’Oms del Dipartimento di salute pubblica, determinanti sociali e ambientali della salute, che ha aggiunto che i livelli di qualità dell’aria in quei centri urbani superano le linee guida dell’Oms “più di cinque volte”.
Coprendo più di 4.300 città in 108 Paesi, i dati indicano circa 4,2 milioni di morti ogni anno a causa dell’inquinamento dell’aria esterna, con 3,8 milioni di morti complessivamente, a causa di inquinanti domestici, legati alla cucina.
Oltre il 90% delle vittime proviene da Paesi a basso e medio reddito in Asia e Africa, seguiti da altri nella regione del Mediterraneo orientale, in Europa e nelle Americhe. La minaccia per la salute umana deriva dall’esposizione a tossine quasi invisibili presenti nell’aria inquinata come particelle fini. Questi inquinanti, tra i più pericolosi tra cui solfati, nitrati e carbone nero, penetrano in profondità nei polmoni e nella circolazione sanguigna e causano una serie di malattie tra cui ictus, malattie cardiache, cancro ai polmoni e altre infezioni respiratorie.
Secondo l’Oms, l’inquinamento atmosferico globale è legato all’uso di energia inefficiente in ogni settore dell’attività umana: centrali elettriche a carbone, industria, agricoltura e trasporti. I rifiuti che bruciano e la deforestazione sono ulteriori fonti di inquinamento atmosferico, come lo sono la sabbia e la polvere del deserto, riferisce l’agenzia. All’interno delle case popolari, la principale fonte di inquinamento atmosferico deriva dalla mancanza di accesso a combustibili da cucina puliti.

Il tardivo intervento della comunità internazionale

È un problema che colpisce più del 40% della popolazione mondiale – circa tre miliardi di persone – una situazione che il Direttore Generale dell’Oms ha definito “inaccettabile”. Anche se ci sono grosse lacune sui dati sull’inquinamento atmosferico da regioni come il Pacifico occidentale e l’Africa – dove le informazioni erano disponibili solo in otto dei 47 Paesi del continente – il capo dell’Oms ha notato che la comunità internazionale “inizia a prestare attenzione e ad agire” sull’inquinamento atmosferico, riconoscendolo come una minaccia allo sviluppo sostenibile.
“La buona notizia è che stiamo vedendo sempre più governi aumentare gli impegni per monitorare e ridurre l’inquinamento atmosferico, nonché un’azione più globale da parte del settore sanitario e di altri settori come i trasporti, l’alloggio e l’energia”, ha affermato il funzionario.
Il dottor Neira dell’Oms ha fatto eco a questo messaggio, sottolineando “un’accelerazione di interesse politico in questa sfida globale per la salute pubblica”. Ma ha notato che il crescente impegno a registrare dati sull’inquinamento atmosferico fino ad oggi proviene principalmente dai Paesi ad alto reddito. I Paesi che stanno adottando misure per ridurre l’inquinamento atmosferico includono l’India, secondo l’Oms, dove un nuovo schema ha fornito connessioni di gas gratuite per oltre 37 milioni di donne, per aiutarle a passare all’utilizzo di energia pulita in casa.
La pubblicazione delle scoperte dell’Oms anticipa la prima conferenza globale sull’inquinamento atmosferico e la salute, che si svolgerà dal 30 ottobre al 1° novembre a Ginevra, dove l’agenzia delle Nazioni Unite intende promuovere una migliore qualità dell’aria e combattere gli effetti nocivi del clima modificare.
di Giovanni Sorbello

Perché l’Italia è diventata un protettorato di sua Maestà Britannica

Italia

Che le mire britanniche sull’Italia fossero nate con la stessa Italia, e che anzi l’Italia e la sua unità politico-territoriale fossero in qualche modo il prodotto delle ambizioni inglesi, sono dati storici ormai chiari anche agli studenti della “buona scuola”. Ma non tutti sono a conoscenza  dei documenti desecretati degli archivi londinesi di Kew Gardens, da cui emerge che non è tanto Washington ad ordire piani eversivi per l’Italia, ma è soprattutto Londra che non volendo perdere il controllo delle rotte petrolifere ha ingaggiato una guerra devastante mai interrotta a cominciare dal delitto Matteotti (1924) per arrivare alla morte di Mattei (1962) e di Aldo Moro (1978) tesa a contrastare la politica filoaraba e terzomondista di Mattei, Gronchi, Moro e Fanfani.


Ma non solo il petrolio è il problema, per gli inglesi anche i comunisti sono un’ossessione


Ogni mezzo è valido per contrastare i desideri primari (il petrolio) e le ossessioni (il comunismo) di suo Maestà Britannica, persino arruolando schiere di giornalisti, intellettuali e politici per orientare l’opinione pubblica e il voto degli Italiani.
Un apposito dipartimento del Foreign Office lavora a questo obiettivo, a cui partecipano vecchi amici dei servizi britannici come l’ex partigiano monarchico Edgardo Sogno e l’ex comandante repubblichino della Decima Mas, Junio Valerio Borhese. E arriva l’anno 1976, quando al Pci si aprono le porte del governo. A Londra si progetta un Golpe per bloccare Aldo Moro, in quegli anni lo stratega della politica mediterranea e mediorientale dell’Italia. Il Golpe non viene attuato per alcune opposizioni tedesche e statunitensi e il governo inglese fa da solo, scegliendo un’altra “azione sovversiva”.  Si scatena così un’ondata terroristica che culmina nell’assassinio di Aldo Moro.
Molti documenti inediti degli archivi inglesi sono stati consultati e pubblicati in due libri (“Il Golpe inglese” e “Colonia Italia” di Fasanella e Cereghino), alcuni di particolare interesse come quello del gennaio del 1969, in cui un funzionario dell’ambasciata britannica invita il suo governo ad “usare altri metodi” per contrastare la politica mediterranea dell’Italia, che si stava facendo più “aggressiva” nelle aree che Londra considera di esclusivo interesse britannico (Libia e Medio Oriente), troppo aggressiva nonostante la massiccia propaganda occulta esercitata negli anni precedenti dalla macchina dei servizi britannici attraverso il controllo di gran parte della stampa italiana. Troppo aggressiva da meritare una risposta con “altri metodi”.
Purtroppo non sappiamo quali, perché questa parte del documento è ancora oggi protetta dal segreto. Nel 1969 inizia la stagione delle stragi e del terrorismo. A oltre quaranta anni di distanza, in Italia si continua a strapparsi i capelli chiedendo verità e giustizia, si piangono lacrime di coccodrillo ad ogni commemorazione, si indaga all’infinito, si costituiscono commissioni parlamentari di inchiesta, ma NESSUNO  fa la cosa giusta e naturale: chiedere ad un governo, in teoria nostro amico e alleato, di confermare o smentire attraverso la desecretazione di un documento, se la sua intelligence ha avuto un ruolo oppure no nella strage di Piazza Fontana.

Perché?

Gran parte dell’informazione italiana ha partecipato alla guerra politica e propagandistica condotta con metodi non ortodossi contro l’Italia da un Paese “amico, di cui sono state le “quinte colonne” interne, quindi non hanno alcun interesse a fare emergere questo aspetto imbarazzante. Quando si tocca il tasto delle azioni “sporche” britanniche, scatta il silenzio.
Quanti e quali son i nomi dei giornalisti, politici, scrittori, filosofi italiani, religiosi, famiglie nobili che hanno collaborato e forse collaborano ancora oggi con il Foreign Office britannico a difesa degli interessi di Sua Maestà Britannica, che considera l’Italia un Paese sconfitto dalla seconda guerra mondiale e quindi un Paese sui cui esercitare il suo protettorato? Nel libro “Colonia Italia” sorprende un interessante elenco di collaboratori, da Renato Mieli a Benedetto Croce, dai cenacoli di Villa Idania a Palazzo Caetani, da Montanelli contro Mattei ai servi segreti di Pio XII, al Cardinale Montini, alla longa manus dei gesuiti.
di Cristina Amoroso

A Gaza i proiettili diventano opere d’arte



Striscia di Gaza – Il 38enne palestinese, Majdi Abu Taqiyya, trasforma munizioni e proiettili di gas lacrimogeni sparati dalle forze israeliane contro i palestinesi, in opere d’arte. Alla morte, i palestinesi, rispondono con la vita.

Redazione

Siria: “ribelli” consegnano armi israeliane



Siria – I “ribelli” sponsorizzati dall’Occidente hanno consegnato grandi quantità di armi e munizioni, alcune delle quali di fabbricazione israeliana, prima della loro evacuazione dalle città a sud della capitale siriana, Damasco, al nord del Paese.

Iran condanna brutale massacro di palestinesi a Gaza



L’orrendo massacro compiuto ieri dal regime israeliano contro i manifestanti palestinesi a Gaza, sta suscitando una forte ondata di condanna da parte di diversi Paesi. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Qassemi, ha condannato con fermezza l’uccisione “senza pietà e senza precedenti” del regime israeliano di civili palestinesi, compresi i bambini, chiedendo la reazione immediata degli organismi internazionali.
“Il massacro di civili palestinesi, comprese donne e bambini indifesi, e l’occupazione dei territori palestinesi si sono trasformati nella strategia principale dei sionisti negli ultimi 70 anni…”, ha dichiarato Qassemi durante una dichiarazione rilasciata ieri.
Oggi, l’ambasciata e il governo degli Stati Uniti hanno celebrato il trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv a Quds (Gerusalemme) in concomitanza con il brutale massacro di persone innocenti. “I crimini incessanti commessi dai sionisti in Palestina sono il risultato del sostegno costante degli Stati Uniti e del traditore compromesso e vergognosa inerzia di alcuni governi regionali. Sono indubbiamente responsabili e complici dell’umiliante spargimento di sangue nella Palestina occupata, nonché delle sofferenze e delle privazioni del popolo palestinese”, ha proseguito Qassemi.
Il portavoce iraniano ha anche invitato le organizzazioni regionali e internazionali a intraprendere azioni immediate senza alcuna esitazione e ad inserire il regime israeliano alla Corte penale internazionale come criminale di guerra.
Nella giornata di ieri, decine di migliaia di palestinesi si sono radunati vicino al recinto sul confine israeliano per protestare contro il blocco del loro territorio e il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv ad al-Quds. Il ministero della Salute di Gaza ha riferito che circa 60 palestinesi sono stati uccisi e più di 2700 feriti, di cui 130 sono versano in condizioni gravi o critiche.Il Consiglio di sicurezza dell’Onu si riunirà oggi per discutere delle uccisioni di massa di palestinesi da parte delle forze israeliane vicino al confine di Gaza.
di Redazione

Il clamoroso reportage di Robert Fisk dalla Siria: “Non era gas, era polvere”


Robert Fisk è considerato uno dei più grandi reporter di guerra del mondo. In Medio Oriente dal 1976 come corrispondente del Times, ha seguito la guerra civile libanese, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, la guerra Iran-Iraq, le guerre balcaniche, la prima e la seconda guerra del Golfo, sempre denunciando crimini di guerra di opposte fazioni e molte delle attività dei governi occidentali in Medio Oriente. Un vero testimone del nostro tempo. Oggi collabora con l’Independent, e qui vi proponiamo ampi stralci del suo ultimo clamoroso articolo sulla Siria. Titolo: “La ricerca della verità tra le macerie di Duma – e i dubbi di un medico sull’attacco chimico”. La parola di Fisk ha un peso, e se anche lui si chiede “gli attacchi con il gas sono avvenuti davvero?”, il mondo non può non ascoltare.
Questa è la storia di una città chiamata Duma, un luogo devastato tra palazzi distrutti, e di una clinica sotterranea le cui immagini di sofferenza hanno autorizzato tre delle nazioni più potenti del mondo occidentale a bombardare la Siria la settimana scorsa. C’è un dottore amichevole in camice verde che, mentre lo seguo nella clinica, allegramente mi dice che il video sul “gas” che ha fatto inorridire il mondo, malgrado i dubbiosi, è perfettamente autentico.
Le storie di guerra, comunque, hanno l’abitudine di diventare sempre più oscure. E lo stesso esperto dottore siriano 58enne aggiunge poi qualcosa di profondamente disturbante: i pazienti, sostiene, non sono stati sopraffatti dal gas ma dalla carenza di ossigeno nei tunnel pieni di immondizia e nelle cantine dove vivono, durante una notte di vento e di pesanti bombardamenti che hanno sollevato una tempesta di polvere.
Mentre il dottor Assim Rahaibani  annuncia questa straordinaria conclusione, è giusto osservare che per sua stessa ammissione lui non è un testimone, e malgrado parli un buon inglese si riferisce due volte ai miliziani jihadisti di Jaish el-Islam (l’Esercito Islamico) a Dumas come a dei “terroristi”, la parola del regime per definire i nemici e un termine usato da tanta gente per tutta la Siria. Sto capendo bene? A quale versione degli eventi dobbiamo credere?
Per mia sfortuna, inoltre, i dottori che erano in servizio quella notte del 7 aprile sono tutti a Damasco per rispondere ad una commissione di inchiesta, che cercherà di arrivare ad una risposta definitiva alla questione nelle prossime settimane.
La Francia, intanto, ha detto di avere “le prove” che siano state usate armi chimiche, e i media USA hanno citato fonti che sostengono che i test di sangue e urina hanno mostrato la stessa cosa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha comunicato che i suoi partner sul posto hanno trattato 500 pazienti “che esibiscono segni e sintomi consistenti con l’esposizione ad agenti chimici tossici”. Gli ispettori dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) però non riescono ad arrivare nel sito del presunto attacco col gas, apparentemente in quanto mancanti dei corretti permessi ONU.
Prima di andare avanti, i lettori devono sapere che questa non è l’unica storia a Duma. Ci sono molte persone con cui ho parlato, tra le rovine di questa città, che affermano di “non aver mai creduto” alle storie sul gas che vengono solitamente diffuse, così sostengono, dai gruppi armati islamisti. (…)
E’ stata una breve camminata fino al Dr Rahaibani. Dalla porta della sua clinica, chiamata “Punto 200” nella strana geologia di questa città in parte sotterranea, scende un corridoio fino al suo ospedale e ai pochi letti, dove una bambina piange mentre le infermiere le curano un taglio sopra un occhio. “Ero con la mia famiglia nella cantina della mia casa a 300 metri da qui, quella notte, ma tutti i dottori sanno ciò che è successo. C’erano grossi bombardamenti (delle forze governative) e gli aerei sono sempre sopra Duma durante la notte. Ma quella notte c’era vento, e grandi nuvole di polvere hanno cominciato ad infiltrarsi nelle cantine dove vive la gente. Le persone hanno cominciato ad arrivare qui in ospedale soffrendo di ipossia e scarsità di ossigeno. Poi qualcuno alla porta, un Casco Bianco, ha urlato “Gas!” ed è cominciato il panico. Le persone hanno preso a tirarsi addosso l’acqua l’una con l’altra. Sì, il video è stato filmato qui, è genuino, ma quelle che tu vedi sono persone colpite da ipossia e non da avvelenamento da gas. (…)
I Caschi Bianchi -i primi soccorritori, già leggendari in occidente, ma con alcuni risvolti interessanti nella loro stessa storia- hanno giocato un ruolo familiare durante le battaglie. Loro sono parzialmente finanziati dal Foreign Office inglese, e molti degli uffici locali impiegano uomini di Duma. (…)
Naturalmente volevamo ascoltare il loro punto di vista, ma non è stato possibile: una donna ci ha detto che tutti i membri dei caschi Bianchi hanno abbandonato il loro quartier generale e hanno scelto di evacuare con i bus organizzati dal governo verso la provincia ribelle di Idlib, insieme ai miliziani che hanno aderito alla tregua. (…)
Le mie domande sul gas hanno trovato solo una franca perplessità. Come è possibile che i rifugiati di Duma che hanno raggiunto i campi in Turchia abbiano descritto un attacco con il gas che nessuno a Duma oggi sembra ricordarsi? Mi è venuto in mente, mentre camminavo per un miglio in questi tunnel, che i cittadini di Duma vivono così isolati gli uni dagli altri e per così tanto tempo che le notizie come le intendiamo noi semplicemente per loro non hanno significato. La Siria non è una democrazia, come dico cinicamente ai miei colleghi arabi, ed è sicuramente una spietata dittatura, ma questo non dovrebbe trattenere persone felici di incontrare finalmente stranieri, dal rispondere con parole di verità. Così, cosa mi stavano davvero dicendo? (…) Un colonnello siriano in cui mi sono imbattuto davanti a uno di questi edifici mi ha chiesto se volevo vedere quanto erano profondi i tunnel. Mi sono fermato dopo oltre un miglio, e lui ha curiosamente osservato: “Questi tunnel possono arrivare lontano, fino in Gran Bretagna”. Ah sì, la signora May, mi ricordo, i cui bombardamenti sono così intimamente collegati a questi luoghi di tunnel e polvere. E anche di gas?

ECONOMIA TEDESCA AD ALTO RISCHIO: BRIDGEWATER PUNTA 22 MILIARDI DI DOLLARI CONTRO SIEMENS E ALTRI COLOSSI TEDESCHI E UE



Il Financial Times non fa sconti alla Germania e con un articolo che suona come un rumorosissimo campanello d'allarme svela dati e percentuali sull'economia e la finanza tedesca da spavento.

"Chi ha investito sulle azioni tedesche ha ricevuto una spiacevole sorpresa quest’anno: l’indice di borsa tedesco (Dax) infatti ha perso l’11% da gennaio divenendo il ‘ground zero’ della finanza globale, con gli investitori che devono fare i conti con una crescente ‘guerra’ commerciale".

"Joachim Schallmayer, gestore di fondi per la Deka, una banca di Francoforte, sostiene che “l’attuale dibattito sul protezionismo sta intimidendo gli investitori nei confronti dell’azionariato germanico,” aggiungendo che i tempi in cui i titoli tedeschi rappresentavano un caposaldo della globalizzazione finanziaria sembrano essere ormai un bel ricordo".

E fin qua, sarebbero anche notizie "accettabili" non fosse che l'articolo prosegue così: "I produttori di automobili e l’industria della chimica valgono circa il 30% dell'indice DAX – due settori che subiscono l'andamento ciclico dei mercati vulnerabili al rallentamento della crescita che ha spinto in alto le azioni nel 2017. Al contrario, le banche e le compagnie tecnologiche – due settori che hanno avuto una performance migliore fuori dalla Germania – non pesano molto nel paniere Dax e dunque l'indice risulta ulteriormente rallentato. Un altro investitore di Francoforte ha puntato il dito sulla speculazione: alcuni hedge fund stanno usando le multinazionali tedesche come un ''canarino nella miniera'' degli scambi globali e scommettono contro di esse. Il fondo americano Bridgewater ad esempio, ha puntato 22 miliardi di dollari contro una trentina di grandi aziende europee, incluso il colosso tedesco Siemens".

"Sono stati pochi gli analisti a prevedere - aggiunge il Financial Times - il netto calo del Dax, in parte perché l’economia tedesca è ancora forte e la valutazione del mercato non appare eccessiva. Il Dax, composto da 30 titoli, scambia attualmente con multipli di 12,5 sulla proiezione degli utili, perfettamente in linea col suo trend storico ma di un quarto sotto il mercato statunitense. Tuttavia, il titolo Deutsche Bank ha perso il 10% la settimana scorsa, confermando la sua posizione di peggior titolo del 2018 e anche nell’industria automobilistica molti investitori stanno mettendo in dubbio la sostenibilità del modello di business tedesco".

"Le vendite e i profitti di Volkswagen, Daimler, BMW e Continental fanno affidamento principalmente sui loro motori a combustione interna, che molti vedono come una tecnologia ormai in declino. Gli attuali guadagni sono ancora forti, ma c'è chi si interroga sulla loro solidità futura. Non esiste una singola ragione dietro agli attuali segnali di debolezza del Dax, ma col mercato tedesco che registra ritardi rispetto ad ogni altro principale indice europeo, a eccezione dell’FTSE 100 in Inghilterra, si pone la pressante questione se, all’interno di questo scenario fragile, le prospettive di guadagno su queste aziende influiranno sulle offerte pubbliche iniziali a Francoforte, cioè sul valore dei titoli di queste industrie".

"Albrecht (Karl Hans Albrecht. Secondo Forbes nel 2014 era l'uomo più ricco di Germania e il 23° uomo più ricco del mondo con un patrimonio di 26 miliardi di USD -ndr) è convinto che lo scarso rendimento attuale del Dax non sia altro che un contrattempo: “Tutti gli argomenti utilizzati per spiegare il recente scivolone erano già reali l’anno scorso, ma crediamo che il Dax possa tornare nel territorio dei 14.000 punti quest’anno” ha detto recentemente. Ma, come ha dimostrato un ultimo sondaggio sui livelli di fiducia dei dirigenti aziendali tedeschi che ma mostrato un forte calo della fiducia per il 2018 -ndr) queste voci ottimiste faticano a farsi sentire man mano che le preoccupazioni commerciali si intensificano".


Redazione Milano




08 maggio 2018

La globalizzazione della povertà: all’interno del nuovo ordine mondiale




Globalizzazione e Nuovo Ordine Mondiale

In questi tempi economici senza precedenti, il mondo sta vivendo nel suo insieme ciò che la maggior parte dei cosiddetti paesi “in via di sviluppo” hanno vissuto negli ultimi decenni. Per un esame dettagliato delle complessità del panorama politico-economico globale e dei giocatori di potere al suo interno, leggere:


La globalizzazione della povertà e il nuovo ordine mondiale
di Michel Chossudovsky

Michel Chossudovsky conduce il lettore attraverso un esame di come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale siano stati i maggiori fornitori di povertà in tutto il mondo, nonostante le loro affermazioni retoriche sull’opposto. Queste istituzioni, che rappresentano le potenti nazioni occidentali e gli interessi finanziari che le dominano, diffondono l’apartheid sociale in tutto il mondo, sfruttando sia le persone che le risorse della stragrande maggioranza della popolazione mondiale.



Come Chossudovsky esamina in questa edizione aggiornata, spesso i programmi di queste istituzioni finanziarie internazionali vanno di pari passo con operazioni segrete militari e di intelligence intraprese da potenti nazioni occidentali con l’obiettivo di destabilizzare, controllare, distruggere e dominare nazioni e persone, come nei casi di Ruanda e Jugoslavia.

Per comprendere il ruolo che queste organizzazioni internazionali svolgono oggi, essendo spinte in prima linea e dotate di un potere e una portata senza precedenti come mai prima d’ora per gestire la crisi economica globale, è necessario capire da dove sono venute. Questo libro fornisce un esame dettagliato, esplorativo, leggibile e sfaccettato di queste istituzioni e attori come agenti del “Nuovo Ordine Mondiale”, per il quale avanzano la “Globalizzazione della Povertà”.

La Globalizzazione ed il Nuovo Ordine Mondiale

Un importante leader brasiliano, alcuni anni fa, ebbe a definire la “globalizzazione” come questa fosse in realtà il nuovo nome dell’imperialismo. Non si sbagliava, Temistocles, il quale fu in seguito assassinato per la sua attività di sindacalista, in circostanze poco chiare, ma lui era arrivato per approssimazione ad inquadrare il fenomeno che oggi sembra inarrestabile e di cui la forze sostenitrici del mondialismo non cessano di tessere incessantemente le lodi.


Per la verità non risulta difficile vedere l’abile travestimento operato dall‘elite finanziaria USA, una volta indossato il mantello della globalizzazione , nell’ imporre l’apertura illimitata dei mercati per avere il controllo dei circuiti finanziari, lo sfruttamento a proprio vantaggio delle risorse naturali, della forza di lavoro a basso costo ed il dominio dei mercati dove collocare in modo redditizio e sicuro, i propri capitali speculativi.

Colui che aveva spiegato molto bene il reale significato del termine “globalizzazione” fu l’economista nordamericano John K. Galbraith, ex consigliere dei presidenti Rooswelt e di Kennedy. Galbraith ebbe a dire: “Globalizzazione è un termine che noi, gli americani, abbiamo inventato per dissimulare la nostra politica di conquista economica in altri paesi e per rendere rispettabili i movimenti speculativi del grande capitale” (1997, John K. Galbraith ).
Galbraith, che aveva il dono di parlare chiaro, ad una precisa domanda dell’intervistatore, se risultasse vero che i paesi ricchi (grazie alla globalizzazione) riescono ad arricchirsi ancora di più a spese dei paesi poveri, rispose : “il vantaggio della globalizzazione per i paesi sviluppati e per le grandi corporations (multinazionali) è ben consolidato ed è il risultato della politica internazionale degli USA. Il problema della Casa Bianca e e della politica USA è l’assunzione del concetto che qualsiasi cosa sia positiva e vantaggiosa per le corporations debba essere considerata buona e vantaggiosa per tutti i paesi. Vedi: Business Journal

Questo spiega ad esempio l’insistenza con cui attualmente gli USA cercano di imporre in modo surrettizio i loro trattati come il TTIP in Europa con il pretesto della “liberalizzazione dei mercati”.

Ne discende che la Globalizzazione è di fatto la strategia dell’imperialismo USA nella sua fase finale di decadenza e rappresenta la forma moderna di dominio del grande capitale sovranazionale.
Nel tentativo costante di imporre il suo dominio mondiale, l’impero americano utilizza, fino alla sua massima esasperazione ed in modo sempre più subdolo, la propria forza politica, economica e militare, non più soltanto con i suoi strumenti di potere economico e finanziario come il Tesoro, il Pentagono, la Goldman Sachs, ma anche ricorrendo all’utilizzo degli organismi internazionali di cui dispone il controllo, come il WTO, il FMI, la Banca Mondiale, il BIS (BIS – Bank for International Settlements), l‘OMC Organizzazione del Commerico mondiale), la BRD, le agenzie di rating ( Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch), ecc..

la globalizzazione consente agli USA di imporre un percorso di costruzione di un nuovo ordine mondiale (NWO), voluto dalla stessa elite finanziaria che è la proprietaria e beneficiaria del processo di globalizzazione, caratterizzato dalla progressiva scomparsa degli Stati nazionali, sostituiti nel loro potere decisionale da organismi sovranazionali che hanno il compito di regolamentare i vari ambiti del sistema economico, finanziario, di assicurare un sistema decisionale che sia sottratto ai singoli Governi o Parlamenti, che assicuri il controllo degli interessi delle grandi corporations finanziarie e industriali.
Gli ideologi del sistema globale, mondialista, sono i neocons nordamericani, esponenti del conservatorismo della elite statunitense, gli stessi che hanno elaborato le teorie neo liberiste, il monetarismo e la liberalizzazione dei mercati, imposti come veri e propri dogmi.

I paesi che fanno resistenza a questo nuovo ordine mondiale, quelli che non vogliono assoggettarsi al dominio degli organismi sovranazionali, vengono presto investiti da una offensiva che, in alcuni casi tende al rovesciamento dei governi, tramite le tecniche di sobillazione interna, rese possibili dal completo controllo dei principali media e delle ONG mascherate da finalità “umanitarie”. Si tratta in questi casi di “rivoluzioni colorate” o di “primavere arabe” per creare destabilizzazione e rovesciamento di governi. Quando questo obiettivo non sia facilmente raggiungibile con questi mezzi, si ricorre all’intervento militare diretto o indiretto, mascherato da finalità di “restaurazione della democrazia”, difesa di “dirittti umani” o altri pretesti, normalmente preceduti da una fase di demonizzazione dei governi e dei presidenti dei paesi ostili (Milosevic in Serbia, Saddam Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, Bashar al-Assad in Siria, ecc.). Tutti paesi che rifiutavano la globalizzazione e le direttive economiche delle banche e corporations USA e per questo considerati “stati canaglia”.

Nella costruzione di questo ordine, già in fase avanzata, si tratta di creare un sistema capitalistico elitario,delinquenziale, precipuamente speculativo, che ricerca non soltanto i profitti netti e rapidi per evitare gli investimenti di lungo periodo, come quelli industriali, ma anche per amministrare la crisi di sovraproduzione per trasformarla in crisi finanziaria. In altre parole per saccheggiare la popolazione.
Questo sistema si basa su tassi di interesse molto bassi in modo da consentire l’apertura di crediti a larga scala con molte facilitazioni: promuove la vendita di beni durevoli, in specie di immobili, svalorizzati dal tasso di inflazione; sospinge i debitori in situazioni di insolvenza, rifinanzia i debiti in modo poi di appropriarsi degli immobili resi impagabili. Questo accade in tutti quei casi in cui circola il debito finanziario. Le popolazioni vengono trasformate in masse di debitori in questo che risulta il sistema dell’usura mondiale. Un sistema usuraio criminale gestito dai funzionari del grande capitale.

Per quanto legalizzato ed istituzionalizzato questo sistema non si può non considerare come uno stato delinquenziale.
In queste condizioni, quello che meno interessa è la produzione. Quella viene delocalizzata nei paesi a più basso costo di manodopera e minori limiti di garanzie ambientali. Ovviamente ancora più estraenea a questo sistema si trova qualsiasi illusione relativa al benessere sociale o all’equilibrio ecologico. Al contrario l’ossessione di liberalizzare porta ad una privatizzazione di tutti i servizi pubblici e di conseguenza ad un aumento dei costi per la popolazione relativamente alle spese sanitarie, ai servizi essenziali, all’assistenza sociale, ai trasporti, ecc.. L’esempio della Grecia è eclatante in proposito ma oltre a quella vi sono altri stati falliti che sono stati disastrati dall’intervento esterno degli USA e del conglomerato della finanza, dal Kosowo all’Ucraina, ad alcuni paesi dell’America Latina.

Lo stato delinquenziale distrugge ogni coesione sociale ed anzi tende ad esasperare le divisioni fra i vari strati sociali ed a creare un classe di parassiti privilegiati. Si assiste ad uno Stato che annulla ogni sovranità popolare non soltanto negli stati subalterni ma anche nello stesso stato dominante dove si mantiene una veste formale pseudo democratica ma il potere effettivo viene esercitato dalle concentrazioni delle lobby relative alle grandi corporations che controllano tutti i mezzi di informazione e gli apparati opachi dei servizi di intelligence, tramite i quali hanno la capacità di manipolare l’opinione pubbica secondo tecniche ben collaudate.

“La Globalizzazione non si può fermare, è un processo irreversibile e ci sia avvia verso una società multiculturale dove le differenze culturali ed etniche sono destinate a sparire” . Chi si oppone a questo processo si mette fuori dalla Storia e deve essere considerato un reazionario, un fascista o razzista e deve esere emargianto dalla società. Questo uno dei messaggi che viene inviato su tutti gli schermi dei media.

Neppure George Orwell era arrivato ad immaginare tanto.

Da Redazione di Luciano Lago

23 aprile 2018

Voto di scambio: il reato visto da magistrati e avvocati



Le condanne per corruzione politico-elettorale sono ancora poche. Perché trovare le prove non è semplice. E, secondo l'Antimafia, serve maggiore flessibilità. Ma anche una sensibilità diversa della società civile. L'inchiesta in collaborazione con Riparte il futuro

Alessandra Dolci è a capo della Direzione distrettuale antimafia della Procura di Milano, che ha dato duri colpi alle 'ndrine radicate al Nord. Con operazioni come quella denominata 'Grillo Parlante' (che ha portato alla condanna a 13 anni e mezzo per l'ex assessore regionale lombardo, Domenico Zambetti per voto di scambio mafioso) o 'Crimine-Infinito', che ha portato a 200 arresti per reati gravissimi, tra cui l’omicidio e il traffico di droga, e coinvolto imprenditori tutti accusati di affiliazione alle cosche. Secondo la procuratrice aggiunta, «l’articolo 416 ter non è di difficile applicazione, poiché quello che all’inizio poteva essere colto come un profilo problematico – la scelta di esplicitare il metodo mafioso come contenuto tipico della promessa di voti – è stato superato dalla ormai costante giurisprudenza di legittimità. Secondo la quale, l’intervento normativo ha il valore di una novità lessicale di minimo contenuto e, dunque, non è richiesto che il politico alla ricerca di voti chieda all’interlocutore mafioso specifiche modalità di attuazione della campagna elettorale e ne ottenga l’assenso».

GLI STRUMENTI GIÀ ESISTONO. Questo lo stato dell’arte, perché «gli strumenti normativi per combattere il fenomeno mafioso ci sono, ma vanno accompagnati con altrettanto efficaci strumenti per combattere le altre macroaree di devianza – come l'evasione fiscale o la corruzione – che rinsaldandosi con il crimine organizzato fanno un tutt’uno difficile da contrastare. Il mondo di mezzo in cui il candidato alla competizione elettorale e il mafioso si incontrano è quello dell’area del malaffare, della corruzione, delle clientele. Ed è il politico che cerca il mafioso, non viceversa». Non a caso, in riferimento al monito lanciato dal ministro degli Interno, Marco Minniti, sulle capacità della mafia di incidere sull'esito elettorale del 4 marzo, il magistrato ammette che «è stato giusto lanciare questo allarme. Quel che vedo mi preoccupa per il futuro del mio Paese».

Alberto Cisterna - già numero due della Direzione nazionale antimafia, aggiunto a Reggio Calabria e per anni pubblico ministero in trincea a Palermo - invece collega i limiti del 416 ter al fallimento del concorso esterno in associazione mafiosa, regolato dal 416 bis. «La grande scommessa era quella di arrivare a sanzionare le condotte collusive tra mafia e politica attraverso quest’ultimo reato. Ma prima con la sentenza Mancino della Cassazione e infine con il fallimento del processo Contrada, si è avuta l'implosione della fattispecie». Il che renderebbe claudicante l’impalcatura complessiva.

LE RESPONSABILITÀ CONDIVISE. Secondo il magistrato, oggi presidente di sezione al Tribunale di Roma, con l'attuale formulazione del 416 ter, viene sanzionato «chiunque accolga la promessa di vedersi procurati voti con le modalità mafiose. Quindi il reato è costruito dalla parte del politico che accetti questo consenso. Il che presuppone un'iniziativa della mafia, ma non ricomprende l'altro lato della questione ossia quella del politico che per procacciarsi voti sollecita le cosche. Questa condotta in teoria dovrebbe essere punita attraverso il 416 bis, ossia il concorso esterno in associazione mafiosa. Che però, come detto, è stato fortemente indebolito dalle ultime sentenze».

I NUOVI METODI DELLA MAFIA. I limiti di questo schema risiedono in «una concezione vecchia della mafia. La quale oggi si muove in maniera opposta rispetto al passato. Perché accanto alla coercizione del metodo mafioso, si affida sempre più alla corruzione. Ma questa, a differenza della violenza, implica una certa debolezza da parte da chi la metta in pratica». Di conseguenza il 416 ter diventa molto più difficile da applicare, perché costringerebbe l'inquirente a dimostrare - cosa non certo facile - la debolezza, la soggezione del mafioso sulla politica. Per questo Cisterna propone di risolvere il problema «allargando il perimetro del concorso esterno. La corruzione va inclusa nel metodo mafioso accanto all'assoggettamento e all'omertà». A ben guardare una strada che concettualmente il legislatore ha seguito con il Codice Antimafia per quanto riguarda la condotta di tutta quella zona grigia (funzionari pubblici, imprenditori, professionisti) che si muovono tra la mafia e la politica.

La corruzione, nuova arma delle mafie




Il nodo della corruzione è infatti una questione sempre più centrale nei rapporti tra mafia e politica. Come dimostrano anche le parole di Giuseppe Cascini, già segretario dell'Associazione nazionale magistrati e soprattutto uno dei tre pm del processo noto come ‘Mafia Capitale’. «Il voto di scambio politico-mafioso è fenomeno presente quasi esclusivamente laddove c'è un controllo totale e pervasivo del territorio da parte dei clan». Ossia in Sicilia o in Campania, ma anche in alcuni comuni a Nord di Milano. «Nel resto d'Italia non si è avuta evidenza di collegamenti tra esponenti politici e mafiosi nella fase squisitamente della raccolta-formazione del voto. Si è accertato invece il tentativo delle cosche di utilizzare il metodo corruttivo per ottenere appalti, per entrare nel business dell'erogazione dei servizi pubblici. Questo fenomeno è molto diffuso sia in quelle che la Cassazione chiama nuove mafie sia nelle mafie di esportazione, che operano fuori dal loro territorio originario. Le quali replicano soltanto alcune delle condotte tipiche tradizionali - per esempio non impongono il pizzo tra le attività di controllo del territorio - ma nei loro settori si affidano comunque all'esercizio della violenza, uno dei capisaldi del metodo mafioso».

L'OBIETTIVO? APPALTI E PRIVILEGI. La corruzione attraverso le intimidazioni insomma è il collante nel nuovo rapporto tra ‘piccole mafie’ e politica. Nell'inchiesta “Mafia Capitale” - ridimensionata dai giudici di primo grado, che hanno fatto cadere l'ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa - non è emersa la fattispecie di voto di scambio, ma l’interesse a trattare con politici già eletti per ottenere appalti e privilegi. Per questo, secondo Cascini, bisogna «incentivare la trasparenza nel mondo della cosa pubblica. L'obiettivo delle mafie è investire nell'economia legale, utilizzando loro un metodo, la corruzione, che garantisce maggiore pervasività. Ed è un fenomeno dal maggiore allarme sociale, anche perché più nascosto, meno visibile».

L'OPACITÀ DEI CONTESTI MAFIOSI. In questo mutato scenario non nasconde le difficoltà Erminio Amelio. da procuratore aggiunto a Palermo Amelio ha condotto numerose inchieste sulla pubblica amministrazione che hanno portato in carcere “colletti bianchi”, politici regionali, imprenditori e personaggi in odore di mafia. «È obbligatoria una premessa di natura ambientale: certi contesti mafiosi sono più chiari in Sicilia o in Calabria, altrove sono più sottotraccia. Allo stesso modo è cambiato anche l'oggetto del patto: i soldi, che in teoria sono sempre più facilmente tracciabili, sono stati sostituiti da favori o da appalti magari concessi lontano dal territorio dove si vota oppure a un soggetto terzo, collaterale alla famiglia».
Di conseguenza, aggiunge Amelio oggi sostituto alla Procura di Roma, «una vera svolta nei casi di voto di scambio politico-mafioso, l'avremo soltanto quando i candidati, anche ad altre latitudini rispetto per esempio alla Sicilia, avranno la piena consapevolezza che non bisogna mai porre in essere rapporti con determinati soggetti. Nel momento in cui si ha un'avvisaglia di questo genere – cosa che, come detto, può essere meno limpida in un ambiente non conosciuto come mafioso - il politico deve cercare di tenersi a debita distanza dalle persone che possono essere in odore di mafia».

IL CORTOCIRCUITO DI REATI TROPPO SPECIFICI. Ma serve un tagliando al 416 ter? Amelio, amico e collaboratore di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ricorda che «le norme sono sempre perfettibili, ma ogni qualvolta le si rende più specifiche, si corre il rischio di lasciare scoperta un'area, un pezzo». Per questo, e guardando all'azione giudiziaria, è convinto che «gli strumenti necessari siano quelli che il codice già ci dà. E noi dobbiamo cercare di utilizzarli al meglio, nella speranza di ottenere risultati. In quest'ottica hanno dato un grandissimo apporto le intercettazioni, che è uno strumento da potenziare. Così come converrebbe ampliare le attività di infiltrazione, per capire meglio i rapporti che si instaurano tra esponenti politici e mafiosi».



E gli avvocati cosa pensano? «Il 416 ter è un pasticcio come quasi tutte le leggi fatte negli ultimi anni in materia di mafia e di mafia e politica», dice Antonio Ingroia, oggi legale ma a lungo magistrato. Il quale dà un giudizio tranciante della norma nemmeno oggi che da avvocato è candidato alla Camera con la “Lista del popolo”. «La norma è frutto di un compromesso tra esigenze punitive ed esigenze di garanzia e quello che ne viene fuori è una autodifesa della politica dalla magistratura attraverso una formula equivoca che può neutralizzarne l’applicazione», dice soffermandosi sulla difficoltà di provare la circostanza che i politici «sappiano che i voti promessi siano condizionati dal metodo intimidatorio: s tratta di una prova diabolica, impossibile perché si richiede una sostanziale compartecipazione del politico all’attività mafiosa. A questo punto bastava quanto previsto dal 416 bis: un’interpretazione pignola e rigorosa del 416 ter rende questa fattispecie sostanzialmente inutile».

I DIFENSORI SI PREOCCUPANO. Preoccupazioni di segno completamente opposte sono quelle formulate dall’Unione Camere penali (Ucpi). «Dal nostro punto di vista il pericolo è esattamente contrario rispetto a quello evidenziato dal collega Ingroia - spiega il segretario generale dell’Ucpi, Francesco Petrelli - L’individuazione della fattispecie prevista dal 416 ter è vaga ed incerta e questo ne agevola l’interpretazione rendendo d’altra parte più difficile l’attività di chi difende il malcapitato accusato di simili reati. Il legislatore ha descritto una fattispecie che non fa riferimento a elementi oggettivi, come ad esempio all’esistenza di materiale documentale o fonti testimoniali. Rispetto alla legislazione precedente che richiedeva il costringimento fisico non c’è neppure il richiamo per la configurazione della fattispecie a comportamenti oggettivi e quindi facilmente rilevabili: si parla di accordi che utilizzano per il raggiungimento dell’obiettivo le modalità del 416 bis che sono sostanzialmente intimidazioni di natura ambientale».

SE L'UTILITÀ RIMPIAZZA L'IDEALE. Petrelli richiama il principio di tassatività in base al quale «si deve sapere quali siano le condotte punite: il concetto della promessa di utilità è molto vago specie in una contingenza politica in cui è sempre più evidente una distorsione culturale in base alla quale si vota non in base ad un’idealità, ma in vista dell’ottenimento di utilità. Inoltre la norma per riuscire a cogliere uno spazio di applicazione il più vasto possibile prevede che le pene, peraltro altissime, scattino anche quando il disegno illecito non sia realizzato: basta la disponibilità a farlo. È evidente che tecnicamente ci muoviamo in quello che si definisce il “foro interiore”.
Da qui la domanda se «basterà aver annuito per provare che l’accordo sia stato accettato? E del resto il rischio di un’applicazione della norma priva del supporto di prove affidabili è stata rilevata dalla Cassazione, quando ha sottolineato le criticità del 416 ter a proposito delle difficoltà di provare l’effettiva esistenza dell’impegno. La Corte non a caso si è soffermata sugli indici sintomatici dell’accordo che sono di difficile dimostrazione processuale».

Le pene, peraltro altissime, scattano anche quando il disegno illecito non sia realizzato: basta la disponibilità a farlo FRANCESCO PETRELLI

Ma le condanne sono ancora poche

In quest’ottica torna centrale la campagna lanciata nel 2013 dall’associazione Riparte il futuro, per inserire nel 416 ter del Codice Penale il concetto di «altra utilità» tra le ragioni dello scambio politico elettorale. Al riguardo, e in risposta a Petrilli, l’ex sottosegretario alla Giustizia e senatore dell’Italia dei Valori fino al 2013, Luigi Li Gotti (e avvocato di importanti pentiti quali Tommaso Buscetta, Totuccio Contorno, Giovanni Brusca, Francesco Marino Mannoia e Gaspare Mutolo) ricorda: «La norma è sicuramente di difficile applicazione ma questo non vuol dire che non serva, anzi. Il 416 ter colma una lacuna rispetto a fenomeni che esistono e sono anzi molto diffusi. E il numero esiguo delle condanne, obiettivamente basso, dimostra semmai che il giudice ha sempre bisogno che si raggiunga la prova del reato», spiega, ricordando come molti collaboratori di giustizia abbiano fatto riferimento allo scambio politico mafioso. Anche se «Brusca una volta mi disse che loro non facevano accordi con i politici prima essendo certi di poter condizionare con la lusinga o con la minaccia chiunque fosse stato eletto. Ma si tratta di un caso estremo».

LA DIFFICOLTA DELLA PROVA. Sempre attingendo alla propria esperienza nelle aule di giustizia, Li Gotti ricorda come sia in corso in questi giorni di fronte alla Corte di Appello di Catanzaro il processo all’ex sindaco di Isola Capo Rizzuto. «Un mio assistito ha deposto una settimana fa nell’ambito del processo di appello sull’appoggio elettorale che sarebbe stato dato da Filippo Pizzimenti, considerato dagli inquirenti vicino alla cosca Arena per l’elezione del sindaco Caterina Girasole (imputata nel processo con il marito Franco Pugliese ed entrambi assolti con formula piena in primo grado dall’accusa di voto di scambio ed abuso d’ufficio, ndr). Il mio assistito ha detto di non sapere se effettivamente il pacchetto di voti promesso sia stato effettivamente dato, ma che sicuramente vi fosse interesse da parte della cosca in questione per l’elezione del primo cittadino. Anche questo caso dimostra come il reato sia di difficile prova perché patti di questo genere non si fanno per iscritto. Ma certo si può risalire alla prova con intercettazioni, materiale fotografico e altro». Ricordando l’impegno profuso in parlamento per tipicizzare la fattispecie, sottolinea di essersi speso «per allargarla, oltre che allo scambio materiale di denaro al concetto di ‘altre utilità’. Il che non vuol dire affievolire la condotta prevista per la contestazione del reato: è sempre infatti necessario ricercare la prova».

CONTA L'IMPEGNO CRIMINALE. L’avvocato Vincenzo Maiello, ordinario di diritto penale all'università di Napoli “Federico II” sottolinea come l’attuale formulazione del 416 ter non sia «particolarmente felice, anche se la riforma era necessaria dal momento che in precedenza venivano colpite manifestazioni marginali del fenomeno dello scambio politico mafioso ossia quelle che si realizzavano esclusivamente attraverso lo scambio di denaro. È evidente che alle mafie non interessa solo il denaro ma soprattutto l’impegno politico più duraturo da parte della politica ad autoalimentare il sistema criminale. Questa configurazione insomma relegava la fattispecie ad un ruolo di sostanziale inutilità. E non a caso le spinte giurisprudenziali avevano equiparato, ma in violazione al principio sacro del divieto di analogia, lo scambio di denaro ad altri beni suscettibili di apprezzamento in termini economico patrimoniale. Questa equiparazione era però la spia di una sofferenza applicativa della fattispecie», spiega il penalista.

LE INCERTEZZE APPLICATIVE. Il legale, però, sottolinea perché fosse necessario riformare il 416 ter «riscattando la norma da una sostanziale ineffettività. Tuttavia l’attuale configurazione non è delle più felici perché il reato si potrebbe configurare secondo la lettera della disposizione nei soli casi in cui esplicitamente si preveda in sede di accordo che l’appoggio elettorale avverrà ricorrendo al metodo mafioso. Non a caso la giurisprudenza della Cassazione che ha condiviso una mia tesi, distingue due tipi di accordo: il primo tra il politico-candidato e un esponente che agisce in rappresentanza dell’associazione mafiosa; il secondo tra il candidato e chi sia solo circondato da un’aurea di mafiosità senza essere inserito in una consorteria di tipo mafioso. La Cassazione ha affermato che nel primo caso non c’è bisogno di esplicitare il metodo mafioso, mentre nell’altra ipotesi c’è bisogno che venga provato che nell’oggetto dell’accordo si chieda o si prometta di ricorrere al metodo mafioso. Il che, è evidente, pone un serio problema dal punto di vista della prova con tutte le incertezze applicative che ne conseguono».

ABOLIRE IL CONCORSO ESTERNO? Ma i problemi non finiscono qui. «C’è poi la questione del rapporto tra il 416 ter e il concorso esterno in associazione mafiosa ritenuto configurabile dalla Cassazione, anche in rapporto allo scambio elettorale, alla condizione, ben vero, che quest’ultimo produca un effettivo rafforzamento della capacità organizzativa del sodalizio, cosa non necessaria per la configurazione del delitto di cui al 416 ter: se si stipula un patto che determina questo rafforzamento, il politico risponde di concorso esterno e il mafioso di nulla in quanto si ritiene la sua condotta assorbita in quella di partecipe del clan. Mentre invece, ove questo effetto di rafforzamento dell’associazione non si verifichi, saranno puniti ai sensi del 416 ter sia il candidato che il mafioso. Tale situazione genera, all’evidenza, una incongruenza nel sistema che ne segnala la insostenibilità sul piano giuridico».
Secondo Maiello, «per superare questo impasse, occorrerebbe che la giurisprudenza, condividendo una prospettiva che è già stata affacciata in dottrina, affermasse che in rapporto alla materia deli accordi elettorali politico-mafiosi non è più configurabile il concorso esterno. Se un giorno sarà affermato questo principio, la riforma del 416 ter si rivelerà oltremodo significativa, in quanto segnerà il superamento della esperienza del concorso esterno riguardo a un genere di situazioni che intrinsecamente esposte a rischi di collisione e di conseguenti polemiche strumentalizzatrici tra l’azione della magistratura e gli interessi della politica».

Dal governo la richiesta di una sensibilità nuova


Fin qui le analisi, anche contrastanti di chi, spesso su orizzonti opposti, siede nelle aule di giustizie. Ma la lotta alla mafia non si risolve soltanto a colpi di norme e codicilli o grazie al prezioso lavoro delle forze dell’ordine: serve una rinnovata sensibilità della società civile. Attraverso «un forte impegno anche educativo che deve contraddistinguere questo cammino molto lungo che va fatto evitando facili perniciose illusioni», ha detto nel corso della presentazione della relazione della commissione Antimafia don Luigi Ciotti, tra l’altro ispiratore della nascita di Riparte il Futuro e delle sue più importanti battaglie contro il malaffare, come quella per modificare il 416 ter, per riconoscere la figura del whistleblowing o per abolire i vitalizi ai condannati per mafia e corruzione. Un prete in prima linea, non a caso definito da Minniti «uno straordinario profeta dei nostri tempi», ha detto don Luigi Ciotti (definito da Minniti «uno straordinario profeta dei nostri tempi») nel corso della presentazione della relazione della commissione Antimafia. A cui ha fatto eco il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che ha segnalato il rischio di mafie «capaci addirittura di autorappresentarsi in politica mentre è ancora forte un negazionismo strisciante della sua capacità di infiltrazione e dell’affermarsi di una borghesia mafiosa».

LA LEGISLATURA DELLA LOTTA ALLA CORRUZIONE. Il presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi, ovviamente i ministri Minniti e Orlando, il procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho, così come l’animatore di Libera don Ciotti hanno però anche rivendicato lo sforzo legislativo fatto in questi anni, che si è accompagnato al contrasto di cui si sono fatti carico la magistratura e le forze dell’ordine.
«La XVII legislatura potrà essere ricordata, probabilmente, come una legislatura costituente per la lotta alle mafie e alla corruzione. Occorre che movimenti e forze politiche dimostrino, in modo autonomo e prima delle indagini della magistratura, di aderire a criteri di candidabilità più stringenti, rispetto alla normativa attuale, indicati nel codice di autoregolamentazione da noi approvato. Perché la politica ha comportamenti che attraverso familismo, trasformismo e clientelismo aprono varchi alla mafia», ha detto Rosy Bindi. Che nel suo intervento e in maniera più approfondita nella corposa relazione finale elaborata a San Macuto, auspica dall’inizio della prossima legislatura, una apposita sessione dei lavori parlamentari dedicata alle misure di contrasto delle mafie che sia anche l’occasione per fare un tagliando alle norme approvate.

Per la commissione Antimafia il tema delle candidature e della qualità di queste ultime e cioè la questione degli ‘impresentabili’ non si esaurisce certamente con l’esibizione di certificati penali privi di evidenze giudiziarie. Occorre ripensare specialmente agli strumenti e alle informazioni di cui i partiti e i movimenti devono poter disporre, per poter conseguentemente assumere le responsabilità politiche delle scelte, ai fini di una trasparente ed efficace selezione del personale politico e in generale dell’accreditamento di chiunque si candidi a cariche rappresentative. A partire da misure ormai indifferibili come la legge di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione sull’organizzazione dei partiti politici.
Allo stesso modo, per l’Antimafia, non può restare inascoltato l’appello lanciato - in occasione degli Stati generali organizzati dal ministero della Giustizia lo scorso 24 novembre 2017 a Milano - dal ministro dell’Interno, il quale ha chiesto «un patto solenne tra i partiti per respingere il voto mafioso, che tanto ha inquinato il voto locale, in particolare nel Meridione dove è stata esponenziale la crescita del numero e dell’importanza degli scioglimenti dei comuni per mafia».

SERVE MAGGIORE FLESSIBILITÀ. La riflessione sull’aggiornamento del fondamentale istituto previsto dall’articolo 143 del TUEL sullo scioglimento dei comuni per infiltrazione e condizionamento di tipo mafioso dovrà necessariamente contemplare una “terza via" tra scioglimento e conclusione del procedimento ispettivo, in modo da ampliarne in modo flessibile le condizioni d’uso, sia nella fase che precede sia in quella che segue la decisione sulla permanenza della compagine politica; inoltre, maggiore incisività va trovata anche sulla componente amministrativa, molto spesso di fatto inamovibile.

IL RISCHIO LISTE CIVICHE. «La situazione di progressivo deterioramento delle condizioni di legalità in seno a molti enti locali - prevalentemente ma non esclusivamente meridionali, si precisa nella relazione conclusiva approvata all’unanimità dalla Commissione Antimafia - è andata di pari passo con l’avanzare dei sintomi di una poco strategica ‘ritirata’ dei partiti nazionali da molte zone del Paese, e con la conseguente proliferazione delle liste civiche come unica proposta politica in occasione delle elezioni amministrative. Queste ultime, sciolte da una matrice o da apparentamenti politici chiari, sono risultate frequentemente una sorta di bad company che rischiano di essere stratagemmi per dialogare, o per così dire “civettare”, ora con i partiti tradizionali, di cui riciclano fuoriusciti o esponenti minori, ora con altri ambigui referenti locali, spesso prossimi a soggetti criminali, soprattutto nei piccoli comuni delle regioni di tradizionale insediamento.



Governo, Mattarella riparte da un'(auspicabile) intesa M5s-Pd
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Riparte il futuro è un'organizzazione indipendente e apartitica che lotta contro la corruzione promuovendo la trasparenza e la certezza del diritto. Per le elezioni politiche 2018, Riparte il futuro lancia una petizione chiedendo ai candidati di tutte le forze politiche di rendersi trasparenti sul proprio portale fornendo cv, status giudiziario, conflitti di interessi, reddito e patrimonio dei candidati, e di rendere la trasparenza delle candidature un obbligo di legge. La trasparenza è fondamentale per poter votare in maniera consapevole e per consolidare il patto di fiducia con gli elettori.

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